Carlo Marsonet è Ricercatore Tenure Track in Storia del pensiero politico presso l’Università Pegaso.

La scomparsa del Santo Padre, ormai avvenuta più di un anno fa, ha portato con sé il dolore dei fedeli ma anche, purtroppo, una prevedibilissima dose massiccia di stucchevole e perdurante retorica, al limite dell’idolatria. Beninteso, ognuno è libero di pensare ciò che vuole in merito al lascito di Papa Francesco; a ogni modo, solo il tempo dirà ciò che di lui effettivamente rimarrà. Del resto, come ha scritto Sergio Belardinelli in uno dei più significativi contributi seguiti alla morte del pontefice, gli va riconosciuto il suo volto umano: la semplicità delle sue parole e dei suoi gesti, ha scritto il sociologo della cultura marchigiano, hanno certamente contribuito a rivitalizzare un sentimento di vicinanza al cristianesimo, da molti prima reputato freddo. E tuttavia, non si può nemmeno sottacere una tendenza eccessivamente vocata alla politicizzazione della religione: il suo pensiero, spesso, è sembrato più politico, focalizzato sull’azione e la vita terrena dell’uomo, che non religioso e spirituale. Nondimeno, lo storico del pensiero politico e studioso di Dottrina sociale della Chiesa Flavio Felice, intervistato su “Il Foglio”, ha spiegato che in realtà il magistero di Francesco si è pienamente inserito nelle riflessioni teologiche. Solo lo ha fatto declinandolo a suo modo, e con particolare riferimento all’ecologia integrale: un tema che non può essere appiattito sull’ambientalismo radicale.

A ogni modo, il taglio più “politico” del pontificato di Francesco si spiega probabilmente anche attraverso la sua formazione culturale, come scrive Loris Zanatta in Bergoglio. Una biografia politica (Laterza). Storico dell’America Latina all’Università di Bologna, Zanatta studia da oltre trent’anni i populismi latino-americani e i rapporti così stretti, se non simbiotici, tra politica e religione in tale continente. In un precedente volume, Il populismo gesuita, anch’esso uscito per Laterza, aveva già evidenziato un filo rosso – la pulsione unanimista di matrice cristiana – che unisce personalità carismatiche politiche come Juan Domingo Perón (per non parlare di Eva Evita Duarte), Fidel Castro e Hugo Chávez, e religiose come Jorge Mario Bergoglio. Nell’ultimo, ripercorre le vicende biografico-intellettuali dell’uomo che divenne Papa Francesco. È impossibile comprendere il pensiero di quest’ultimo senza considerare il retroterra culturale – il peronismo argentino – che lo ha forgiato: un humus in cui il piano terreno, o politico, si confonde con, ovvero si appiattisce su quello religioso. Ecco così spiegata l’ostilità marcata di Bergoglio a tutto ciò che poteva attentare all’armonia di un popolo, del popolo di Dio: la modernità liberale, il razionalismo, l’individualismo, il mercato, la globalizzazione, fenomeni disgregatori dell’ordine populista.

Un appunto finale. Accanto all’interpretazione antiliberale del cristianesimo, fatta propria da Zanatta, ne andrebbe considerata anche un’altra, sebbene minoritaria: è esistito ed esiste, infatti, anche un cattolicesimo liberale. Pensiamo, tra gli altri, ad Antonio Rosmini, Alessandro Manzoni e Alexis de Tocqueville, nell’Ottocento, e a Luigi Sturzo e Wilhelm Röpke (in realtà protestante, ma simpatetico rispetto al cattolicesimo) il secolo dopo. Ma anche a quanto hanno fatto e fanno alcuni contemporanei: i compianti Angelo Tosato, Massimo Baldini e Dario Antiseri, da poco scomparso, così come il Centro Studi Tocqueville-Acton diretto da Flavio Felice e animato da Maurizio Serio, Fabio Angelini e Antonio Campati. Il valore intangibile della persona e della sua dignità, nucleo dell’individualismo liberale, non è forse un’eredità cristiana?

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