Alessandro Della Casa (1983) è docente a contratto di Storia del pensiero politico e di Filosofia, etica e tecnologia all’Università della Tuscia. Ha conseguito l’abilitazione a professore di II fascia in Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche (2022-2034). Ha svolto attività di ricerca presso gli atenei della Tuscia e di Torino. Tra le sue pubblicazioni: Isaiah Berlin. La vita e il pensiero (Rubbettino, 2018),La dinamo e il fascio. Volt, l’ideologo del futurismo reazionario (Sette Città, 2022) e Liberali, realisti e pluralisti. L’eredità di Isaiah Berlin per il XXI secolo(IPS Edizioni, 2024). Nel 2022 ha ricevuto il Premio Isaiah Berlin – Monografie.

Recensione a: Robert Colls, George Orwell: Life and Legacy, Oxford University Press, Oxford 2026, pp. 208.

Da tempo interessato a indagare la costruzione dell’identità britannica, con George Orwell: Life and Legacy (Oxford University Press, Oxford 2026) lo storico della cultura inglese Robert Colls torna a vagliare la vicenda dell’autore al quale aveva già dedicato nel 2013 la ponderosa monografia George Orwell: English Rebel. Il più recente volume, con l’intento dichiarato di rimuovere le incrostazioni interpretative e le varie mitologie (o «memeficazioni») che si sono sovrapposte e alternate, traccia un agile profilo, che ripercorre passo passo l’esistenza orwelliana alla luce dell’interrogazione sulla mutevole sostanza della Englishness.

Come rileva Colls, nella futura riflessione di Eric Arthur Blair – questo il vero nome dello scrittore – incise la nascita in una città dell’allora provincia bengalese nel 1903, «al tramonto della potenza imperiale britannica», da una famiglia anglo-indiana della piccola borghesia coloniale. Reputati “signori” in India, al ritorno in Inghilterra i Blair potevano tuttalpiù considerarsi membri della low-upper-middle class, secondo la formula di La strada di Wigan Pier: alla rispettabilità dello status, faceva infatti da contraltare una scarsa disponibilità finanziaria.

Fu così che, dopo aver frequentato la detestata St Cyprian’s School nell’Essex, Eric si unì ai figli dell’aristocrazia a Eton soltanto perché poteva godere, come King’s Scholar, di una borsa di studio. Nel 1921, però, lo scarso impegno e l’impossibilità di accedere a nuove sovvenzioni lo spinsero a lasciare il college, a trasferirsi in Birmania, ove viveva la nonna materna, e ad arruolarsi nella polizia imperiale. Il ritorno da adulto nelle colonie, e con compiti di funzionario a contatto con la vita dei coolies indiani e dei prigionieri birmani, gli svelò «la vera natura dell’imperialismo» e fece maturare in lui l’avversione che, negli anni Trenta, avrebbe trovato espressione nelle pagine di Giorni in Birmania e in Shooting an Elephant.

Rientrato in Inghilterra nel 1927, decise di imboccare la via della scrittura, sostentandosi con umili occupazioni – come avrebbe narrato nel suo primo libro, pubblicato nel 1933 con il nome d’arte, Senza un soldo a Parigi e Londra –, insegnando in scuole private, facendo il commesso in libreria e il gestore di una drogheria. La svolta, tanto nella carriera quanto nell’elaborazione della visione del mondo, venne nel 1936: l’editore Victor Gollancz lo inviò infatti a osservare le condizioni degli operai e dei minatori nel Nord. Ne nacque La strada di Wigan Pier: secondo Colls, più che un reportage veritiero, una costruzione letteraria rivelatrice dei pregiudizi “etoniani” dello scrittore e del desiderio di trovare conferme allo squallore che, già prima di iniziare l’indagine, aveva previsto di incontrare.

Il 1936 fu anche l’anno delle nozze di Orwell con Eileen O’Shaughnessy, tornata di recente all’attenzione con la pubblicazione di Wifedom da parte di Anna Funder, che ha inteso mettere in luce il trattamento maschilista al quale fu sottoposta dal marito. Colls rileva, invece, le amorevoli cure con cui ella si occupò di lui, ferito da un cecchino mentre combatteva in Spagna nelle fila della milizia filo-trotskysta del POUM e poi costretto a fuggire oltre confine dalla stessa persecuzione ordita dagli stalinisti.

Se l’esperienza spagnola, descritta in Omaggio alla Catalogna, consolidò i convincimenti antitotalitari di cui sarebbero stati intrisi la «favola» La fattoria degli animali e 1984, il secondo conflitto mondiale fornì a Orwell nuove ragioni per la sua conversione patriottica. Deplorando, nel pamphlet del 1941 Il leone e l’unicorno, che l’Inghilterra fosse «forse l’unico grande paese i cui intellettuali si vergognano della propria nazionalità», lo scrittore collocò l’autentica Englishness nella spontaneità della vita quotidiana delle «persone comuni». Lontana dai cortili degli atenei più prestigiosi e dagli scenari coloniali, essa si sostanziava nel bagaglio condiviso di storie in cui il popolo si riconosceva, nei legami di affetto che stringevano la nazione come un’unica famiglia. La concezione orwelliana dell’appartenenza nazionale, colorita da tinte essenzialmente libertarie e guardinga nei confronti delle istituzioni statali, era ostile tanto alla retorica patriottarda quanto alla condiscendenza elitaria e ideologica. E ciò doveva spingere Orwell ad abbracciare nuovi argomenti polemici, da Colls condivisi, verso i postulati della sinistra marxista: «la solidarietà nazionale», annotava Orwell nel 1940, «è più forte dell’antagonismo di classe» e andava presidiata affinché continuasse a definire «ciò che siamo e […] ciò che potremmo essere».

Rimasto vedovo nel 1945 e provato dalla tubercolosi, Orwell si ritirò in un’isola della Scozia per concentrarsi sulla stesura di 1984. Dato alle stampe nel 1949, poco prima delle seconde nozze e della scomparsa, il romanzo, secondo il biografo, rivolgeva uno sguardo disperato tanto alle incombenti minacce del presente e del futuro quanto alla scomparsa del mondo che egli aveva conosciuto. La maggiore qualità orwelliana era effettivamente in tale capacità di «lavora[re] con ciò che vedeva», nella «lotta costante» con «ciò che si ha sotto il naso»; non nella presunta dote di predizione che tanti esegeti gli avrebbero attribuito e che Colls giudica invece smentita dal recente sviluppo del “capitalismo della sorveglianza”, esercitato da enormi società private piuttosto che dagli apparati statali, come gli scritti orwelliani avrebbero invece spinto a immaginare.

Come affermò Lionel Trilling, il «talento» di Orwell era nel suo «non essere un genio» e nel concepire l’«onestà» quale atteggiamento intellettuale con cui scrutare il mondo; benché non fosse sua, ma gramsciana – sottolinea il biografo – la frase sulla “verità” come “atto rivoluzionario”. Pertanto, egli non poteva lasciare una vera e propria «eredità, almeno non nel senso consueto di un bene o di un lascito: Orwell era un uomo troppo inquieto e troppo immerso nel suo tempo perché ve ne fosse una».

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