Alessandro Della Casa (1983) è docente a contratto di Storia del pensiero politico e di Filosofia, etica e tecnologia all’Università della Tuscia. Ha conseguito l’abilitazione a professore di II fascia in Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche (2022-2034). Ha svolto attività di ricerca presso gli atenei della Tuscia e di Torino. Tra le sue pubblicazioni: Isaiah Berlin. La vita e il pensiero (Rubbettino, 2018),La dinamo e il fascio. Volt, l’ideologo del futurismo reazionario (Sette Città, 2022) e Liberali, realisti e pluralisti. L’eredità di Isaiah Berlin per il XXI secolo(IPS Edizioni, 2024). Nel 2022 ha ricevuto il Premio Isaiah Berlin – Monografie.

Recensione a Fiorenza Taricone, Donne e uomini. Pace e guerra, prefazione di M. Tarquinio, Aracne, Roma 2026, pp. 224.

L’assunto centrale da cui prende le mosse Donne e uomini. Pace e guerra (prefazione di M. Tarquinio, Aracne, Roma 2026, pp. 224) di Fiorenza Taricone è il durevole squilibrio che nella cultura occidentale ha caratterizzato le coppie costituite da pace e guerra e da donne e uomini. Infatti, mentre si è avuta una consolidata «filosofia della guerra», assai più fragile è stata la concettualizzazione della pace, definita prevalentemente in negativo, come «assenza di guerra». Su questa asimmetria si innesta l’altra: l’identificazione plurisecolare delle donne, intese quali generatrici di vita, con la pace. Le presenze femminili, sostiene invece Taricone, hanno attraversato lo spazio tra guerra e pace in forme molteplici, sia come pacifiste pratiche, prima ancora che teoriche, sia come combattenti. Eppure, quelle esperienze hanno finito per essere rimosse e celate dalle qualità ascritte alla donna, facendo di una «eterna presenza» concreta un’«eterna assenza» nella rappresentazione delle principali fratture storiche.

Il riconoscimento della partecipazione femminile a compiti militari e di comando, difatti, appare episodicamente, anche se (o forse pure perché) affonda le proprie radici in un terreno nel quale si mescolano realtà e leggenda. Basti pensare alla simbolizzazione della virtù guerriera nelle amazzoni: un archetipo al quale si sarebbero richiamate, durante la Rivoluzione francese, Manette Dupont, sostenitrice del progetto di un’armata femminile di cinque legioni, e la più celebre Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. In simile quadro si colloca l’«amazzone democratica» Anne Théroigne de Méricourt, che da accesa montagnarda divenne girondina e critica verso le stragi commesse. Lo stigma che colpì le loro persone e la loro memoria, sottolinea Taricone, dà conto della critica di Jules Michelet alla pratica del «machiavellismo odioso» di epoca rivoluzionaria: «mettere le mani su quelle il cui eroismo poteva suscitare l’entusiasmo e renderle al tempo stesso ridicole per mezzo di quegli oltraggi che la brutalità infligge facilmente ad un sesso debole» (o, meglio, preteso tale).

La colpa di cui si erano macchiate – avrebbe scritto lo storico Luigi Beduzzi a fine Ottocento – era il tradimento del «compito» che si riteneva fossero chiamate a compiere in quanto donne: «tutto d’amore, di perdono e di pace». Una missione “materna”, appunto, secondo il canone che si sarebbe affermato anche nella stagione risorgimentale: i «cataloghi» apologetici delle patriote sarebbero stati perlopiù composti da modelli di mogli e madri eroiche e martiri, il cui apporto avrebbe avuto connotazione di collateralità rispetto a quello maschile.

L’impegno femminile per la pace ebbe certo un importante riconoscimento, con l’assegnazione del premio Nobel, nel 1905, a Bertha von Suttner, che si era spesa per il disarmo e la costituzione dell’arbitrato internazionale. Giù le armi! (1889), il romanzo dell’«infaticabile propagandista» austriaca, espose una decisa condanna del militarismo su basi etiche, benché, si osserva, fosse debole sotto il profilo dell’elaborazione dottrinale. Suttner, peraltro, sarebbe mancata pochi giorni prima dell’attentato di Sarajevo che avrebbe propiziato la Grande guerra. In quel frangente il movimento delle donne in favore del suffragio e dei diritti del lavoro, della maternità e della pace, avrebbe dovuto fare i conti con i richiami del patriottismo e del nazionalismo. A questo proposito, di particolare interesse è il resoconto che Taricone ci offre delle vicende di Vernon Lee (Violet Paget), che all’avversione alla guerra accompagnò la contrarietà alla vivisezione e si adoperò nel tessere legami fra la cultura inglese e quella italiana, e di Mary Helena Swanwick, direttrice del settimanale dell’Unione nazionale per il suffragio e fra le fondatrici della Lega internazionale delle donne per la pace e la libertà. Successivamente Swanwick deprecò il carattere punitivo del Trattato di Versailles. Similmente fece Mary Sheepshanks, teorizzatrice della riduzione progressiva degli armamenti e della creazione di una forza di polizia internazionale. Pur interventista in occasione della Seconda guerra mondiale, Sheepshanks avrebbe condannato i bombardamenti indiscriminati e l’uso dell’arma atomica. Nel 1915, le pacifiste tennero il Congresso internazionale dell’Aia, che assunse un’ambiziosa iniziativa diplomatica, designando «ambasciatrici di pace» (la più nota delle quali fu l’attivista statunitense Jane Addams) da inviare presso i governi belligeranti al fine di perorare la causa della tregua. Ma non mancarono casi di protagonismo in senso opposto: un esempio è offerto dall’italiana Rosalia Gwis Adami, che – in polemica con Romain Rolland – rivendicò la guerra, sia pure in funzione anti-imperialista e con il fine ultimo della «pace con la giustizia».

La marginalizzazione storiografica avrebbe pesato anche sulla storiografia inerente alla vicenda resistenziale, allorché sarebbe prevalso l’accento sulle «dinamiche di azione maschili», a dispetto del ruolo significativo, sebbene non necessariamente connesso all’uso delle armi in prima persona, di varie personalità femminili. Né il dibattito che avrebbe condotto, nel 1999, all’istituzione del servizio militare volontario femminile avrebbe mancato di rimarcare la persistenza del topos della «naturale avversione della donna per la guerra». D’altra parte, come sottolinea Taricone, la scarsità di donne vincitrici del Nobel per la pace – «sparute eccezioni in un Olimpo maschile» – avrebbe aggiunto un’ulteriore contraddizione a quelle inizialmente richiamate: le donne «hanno subito le guerre» ma, pur essendo giudicate congenitamente pacifiste, «non sono state ascoltate come costruttrici di pace».

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