Alessandro Della Casa (1983) è docente a contratto di Storia del pensiero politico e di Filosofia, etica e tecnologia all’Università della Tuscia. Ha conseguito l’abilitazione a professore di II fascia in Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche (2022-2034). Ha svolto attività di ricerca presso gli atenei della Tuscia e di Torino. Tra le sue pubblicazioni: Isaiah Berlin. La vita e il pensiero (Rubbettino, 2018),La dinamo e il fascio. Volt, l’ideologo del futurismo reazionario (Sette Città, 2022) e Liberali, realisti e pluralisti. L’eredità di Isaiah Berlin per il XXI secolo(IPS Edizioni, 2024). Nel 2022 ha ricevuto il Premio Isaiah Berlin – Monografie.
Recensione a Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska, La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente, Silvio Berlusconi Editore, Milano 2025, pp. 384.
Prima che lo scorso aprile apparisse sul profilo X di Palantir un compendio in 22 punti, la pubblicazione in Italia di La repubblica tecnologica. Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente (Silvio Berlusconi Editore, Milano 2025) di Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska, rispettivamente amministratore delegato e responsabile degli affari legali dell’azienda statunitense, aveva ricevuto meno attenzioni di quelle tributate comprensibilmente all’edizione italiana di Il momento straussiano (Liberilibri, 2025) di Peter Thiel, che di Palantir è stato il fondatore. Risalente a un ventennio fa, The Straussian Moment fornisce il retroterra storico (gli eventi dell’11 settembre 2001) e filosofico (Thomas Hobbes, Carl Schmitt, Leo Strauss, René Girard) all’origine dello sviluppo dei software che – similmente ai palantiri, le “pietre veggenti” descritte da J.R.R. Tolkien nel Signore degli Anelli – integrano e modellano dati di diversa provenienza, fornendo pattern, previsioni e applicazioni operative in vari ambiti: dalla difesa alla sicurezza, dalla finanza alla sanità. Si può affermare che The Technological Republic ne sia la prosecuzione in chiave sociologica e l’approfondimento in prospettiva teorico-politica.
Il volume, la cui impostazione concettuale è probabilmente per lo più da attribuire a Karp (sul quale si veda la biografia di M. Steinberg, Il filosofo nella Valley, Foglio Edizioni, 2026), muove dalla contestazione alla Silicon Valley di aver mitizzato la propria genesi, collocandola nella creatività individuale, nell’autonomia imprenditoriale e nell’estraneità rispetto allo Stato. I due autori ricordano, invece, che il contesto che ne aveva reso possibile l’ascesa era la collaborazione tra amministrazione federale, apparati militari, ricerca scientifica e industria, nel corso del secondo conflitto mondiale. Come auspicato dal presidente F.D. Roosevelt, la cooperazione era proseguita anche «in tempo di pace»; o, meglio, durante la Guerra fredda. L’egemonia geopolitica statunitense era stata appunto consolidata dal potenziamento della capacità industriale, militare, civile e di intelligence, nell’interazione tra direzione politica, finanziamento pubblico e ricerca scientifica e tecnologica. La Silicon Valley, dunque, era stata un ingranaggio basilare nella macchina della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, prima di diventare il simbolo globale dell’economia digitale privata. Il momento di passaggio tra le due funzioni, secondo Karp e Zamiska, era avvenuto con la diffusione, nel contesto californiano degli anni ’70, della controcultura emancipazionista e antiautoritaria. Slegandola dalle finalità istituzionali, i «fondatori» e gli ingegneri della Valley avrebbero iniziato a concepire la tecnologia, a partire dal nascente personal computer, quale mezzo di liberazione individuale dal «giogo» degli apparati pubblici. Saldandosi stabilmente con la logica del mercato negli anni ’80 e ’90 – lo lamentava l’antropologo anarchico David Graeber, tra le fonti di Karp e Zamiska – la prospettiva della trasformazione del mondo attraverso la tecnologia si sarebbe tradotta nella produzione di strumenti e applicazioni digitali in grado di assicurare ai singoli la comoda soddisfazione dei propri impulsi e delle proprie più minute necessità: dal food delivery al riconoscimento di un brano su Shazam. Con un’implicita separazione rousseauviana tra volontà di tutti e volontà generale, Karp e Zamiska descrivono dunque i vertici del mondo tecnologico come consapevoli, e contemporaneamente vittime, del “desiderio mimetico” (per dirla con Girard) degli utenti, ma indisponibili a compromettersi con i poteri pubblici per corrispondere ai voleri della nazione: l’avanzamento nei settori della medicina, dell’educazione, della sicurezza e della strategia.
Sul piano politico, simile impostazione sarebbe stata rafforzata dalla diffusione di una versione moralmente neutrale di liberalismo (massimamente rappresentata da John Rawls), artefice dell’accantonamento di scopi collettivi poggianti sulla percepita appartenenza comunitaria, sul «sistema di valori» da essa veicolato e sulla «fede in qualcosa di trascendente». Rimontando a Michael Sandel e Alasdair MacIntyre, Karp e Zamiska biasimano la rimozione di qualsiasi concetto di ciò che costituisce una «vita buona» e degli sforzi che impone alla società. Così, il parametro del profitto avrebbe avuto campo libero, invitando le élite ad astenersi dall’assumere impegni vincolanti e dall’esternare punti di vista divisivi. Come già per Thiel, ovviamente anche secondo Karp e Zamiska gli attentati al World Trade Center e al Pentagono erano stati il drammatico risveglio dai sogni post-storici. La diffusione globale del mercato e l’aumento delle comunicazioni non avevano condotto alla pace perpetua, né dissolto la violenza politica e il fanatismo, né eliminato la necessità dell’intelligence. Anzi, la vulnerabilità dell’America era scaturita dall’incapacità di condividere le enormi masse di informazioni possedute dagli uffici, intravedere lo schema che andavano a comporre, individuare le priorità, assumere tempestivamente le opportune contromisure.
Se Palantir è nata per fornire quel servizio, l’esigenza odierna è il coinvolgimento della più ampia fetta del comparto tecnologico nell’opera di perseguimento dell’interesse pubblico e della tutela della «società libera» nella competizione con le potenze autoritarie, in virtù della continua integrazione, nelle infrastrutture civili e nei dispositivi bellici, cinetici e non, dell’America e dei suoi alleati, di sistemi di IA sempre più capaci, robusti, temibili per gli avversari e perciò adatti a instaurare almeno una «nuova era di deterrenza». Secondo gli autori, questo, e non i dubbi sui «significativi» rischi dell’eventuale emergere di «autocoscienza e intenzionalità» o di «intelligenza generale» artificiali, sarebbe al centro delle preoccupazioni dei regimi illiberali; parimenti dovrebbe accadere nelle società libere. «Serve l’hard power, la forza bruta, e in questo secolo l’hard power poggerà sul software», quindi «la nostra titubanza […] nel portare avanti le applicazioni militari dell’intelligenza artificiale sarà punita». Dunque, i governanti saranno chiamati a compiere scelte coraggiose e le nazioni democratiche dovranno definire orgogliosamente contorni più netti e parametri più stringenti per la propria identità culturale. A tale riguardo, è significativa l’esemplarità con cui sono presentate le dinamiche di due generi di “sistemi complessi”. Nel caso delle specie animali eusociali (nel volume si riportano le osservazioni di Martin Landauer sugli sciami di api e gli studi di Giorgio Parisi sugli stormi) sono messe in risalto «l’emergere di un comportamento coordinato in assenza di un controllo centrale», attraverso la ripartizione del lavoro sociale a vantaggio del gruppo. Analogamente, è rilevato, una «startup ideale» non ha un rigido ordinamento gerarchico: si struttura piuttosto nelle interazioni concrete che tesaurizzano le informazioni, le competenze e le azioni dei propri membri, diffuse ma volte alla realizzazione delle finalità condivise. Le startup avrebbero inoltre saputo fornire ai giovani talenti le esperienze che il progetto nazionale americano non avrebbe più offerto: senso di appartenenza e identificazione, comunione di scopi, cultura della responsabilità proprietaria, trasformazione dell’autonomia in capacità collettiva, orientamento ai risultati.
Riproducendo il metodo organizzativo degli sciami e delle «città-Stato» tecnologiche, le “società libere” si riapproprierebbero dei caratteri perduti e tornerebbero a essere compiutamente «repubbliche tecnologiche»; purché la meta sia loro indicata da chi abbia l’ardire «eroico» di un «fondatore». Come Ulisse legato all’albero della nave per resistere al canto delle sirene, saprà evitare le seduzioni del conformismo comportamentale e normativo, del prestigio sociale e del vantaggio economico immediato, che tenteranno di farlo deviare dalla rotta prescelta. All’inflessibilità sui fini affiancherà la pragmatica «mentalità ingegneristica» nella scelta dei mezzi. Limitando a qualche appunto la valutazione dei contenuti del libro (meritevole di lettura), si deve notare che tanto le potenzialità e la pervasività già raggiunte dai sistemi di IA, quanto la loro integrazione nelle molteplici architetture globali, pubbliche e private, civili e belliche, in un’epoca di incandescente transizione geopolitica, rendono urgenti le questioni sollevate da Karp e Zamiska. La loro diagnosi confuta certamente l’illusione che lo sviluppo tecnologico incontrollato coincida inevitabilmente con il progresso civile e morale e che la libertà moderna possa sopravvivere senza capacità tecnica, industria strategica, coordinamento pubblico, orientamento dell’innovazione al benessere comune.
Eppure la soluzione palantiriana, apparentemente intenzionata a conferire più potere alla politica, finisce per subordinarla ulteriormente al determinismo tecnologico. Più che riequilibrare la bilancia tra libertà e sicurezza, sceglie di privilegiare sin troppo quest’ultima, tanto più sul versante interno (si pensi all’uso a scopi di polizia predittiva della piattaforma Gotham sviluppata per le zone di guerra). Se si eccettua un certo lip service, giunge a svilire il valore della libertà stessa, che teoricamente vorrebbe tutelare, in nome dell’anything goes. Del resto, il modello dell’alveare, per Henri Bergson la forma biologicamente perfetta della “società chiusa”, difficilmente costituirà un riferimento normativo per società che si vogliono libere, benché coese, figuriamoci per le “società aperte”. Ed è improbabile che Karp, data la sua conoscenza della filosofia francofortese, citando l’episodio di Ulisse e del suo equipaggio impossibilitati ad assecondare la «tentazione ammaliante» delle sirene, non abbia pensato che in Horkheimer e Adorno diventa allegoria della sorda obbedienza alla produttività, ora magari predisposta alla sicurezza. Senza scomodare il Leviatano di Hobbes, il Panopticon di Jeremy Bentham o il falansterio di Charles Fourier, adoperando un celebre scenario evocato nella tocquevilliana Democrazia in America, si potrebbe ipotizzare che, fuggiti dal dispotismo di «una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri», rimarremmo a ogni modo sotto lo sguardo di «un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i [nostri] beni e di vegliare sulla [nostra] sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e», ci sarebbe quasi da sperarlo, «mite».
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