Alessandro Della Casa (1983) è docente a contratto di Storia del pensiero politico presso l’Università della Tuscia. Ha conseguito l’abilitazione a professore di II fascia in Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche (2022-2033). È autore di numerosi articoli e delle monografie Contro la tirannia della maggioranza. La democrazia secondo John Stuart Mill (il Prato, 2009), L’equilibrio liberale. Storia, pluralismo e libertà in Isaiah Berlin (Guida, 2014), Isaiah Berlin. La vita e il pensiero (Rubbettino, 2018) e La dinamo e il fascio. Volt, l’ideologo del futurismo reazionario (Sette Città, 2022). Nel 2022 ha ricevuto il Premio Isaiah Berlin - Monografie e il Premio Dino Garrone.

Recensione a: P.P. Portinaro, Il realismo politico, Scholé, Brescia 2023, pp. 192, € 18.

Da tempo fuori commercio, torna meritoriamente disponibile in edizione ampliata un moderno classico della letteratura politica italiana, Il realismo politico (Scholé, Brescia 2023) di Pier Paolo Portinaro. Come l’Autore ricorda nella nuova introduzione, il libro apparve originariamente nel 1999, in un contesto ancora contrassegnato dalle «speranze in un nuovo ordine (unipolare) del mondo». Con la dissoluzione del blocco sovietico e la fine della contrapposizione bipolare, era all’epoca comune la convinzione già compendiata dal britannico Norman Angell in The Great Illusion, pubblicato appena un lustro prima dello scoppio della Grande guerra: l’aumento delle relazioni commerciali e l’interdipendenza economica – come già avevano preconizzato, tra gli altri, David Hume e Benjamin Constant – avevano reso anacronistico, e anzi dannoso, il ricorso alle armi per espandere le risorse e il benessere delle nazioni; una speranza che, peraltro, si era riaffacciata anche nel best seller One World dello statunitense Wendell Willkie, quando ancora infuriava il secondo conflitto mondiale.

Novanta anni dopo il volume di Angell e soltanto due prima dell’attacco al World Trade Center che avrebbe marcato, come recitava il titolo di un volume di Robert Kagan, “il ritorno della storia e la fine dei sogni”, l’avanzare della globalizzazione lasciava intravedere, nel mezzo dell’«ethical turn» delle relazioni internazionali, l’avvento di «una costituzione cosmopolitica del mondo» di impianto kantiano. Parallelamente, sul piano filosofico, prevalevano gli altrettanto kantiani (o post-kantiani) modelli teorici liberali di John Rawls e Ronald Dworkin, fondati su una concezione consensuale della sfera politica. Benché non siano mancati nell’ultimo ventennio eventi che avrebbero potuto contribuire allo sgretolamento delle speranze, né conflitti armati, sia pure condotti «in base alla dottrina del responsibility to protect», è con l’invasione russa dell’Ucraina, che, probabilmente pure per l’ampiezza e il potenziale distruttivo degli arsenali dei fronti contrapposti, «il lato cattivo della storia è ricomparso però senza maschere». Si sono quindi palesati più chiaramente i pericoli comportati dalla distrazione nei riguardi di quella che Niccolò Machiavelli chiamava «verità effettuale» o dal travisamento della stessa, se osservata attraverso le lenti deformanti dell’idealismo, dal «principio speranza» di Ernst Bloch piuttosto che dal «principio responsabilità» di Hans Jonas.

Il realismo politico, spiega Portinaro, più che una dottrina o una teoria, è «meta-teoria»: un «paradigma di pensiero transepocale», rielaborato in ossequio alle contingenze con le quali deve misurarsi. Ripercorrendo gli sviluppi delle sue coordinate come emergono dalle riflessioni di coloro che ne sono stati i principali fautori, talvolta inconsapevoli, di frequente spettatori delle cose della politica dopo esserne stati delusi attori in epoche critiche, classicamente il libro ne fissa l’origine nella trattazione tucididea della Guerra del Peloponneso: un’opera che, battezzando l’attenzione realista per la dimensione storica, registra fenomenologicamente e rispecchia l’attraversamento dei confini della polis costituito da quella «prima grande guerra interna all’Occidente», anticipatrice del «primato della politica estera».

Nella prospettiva di Tucidide si ritrovano molti dei pilastri ai quali si sarebbe attenuto il discorso realista: «una visione demitologizzata e disincantata» per cui artefici degli eventi sono gli individui e i collettivi umani, una concezione «crudamente utilitaristica del potere», una «teoria dinamica della potenza» e una lettura polemologica in cui Portinaro scorge i semi della «polarità amico-nemico» dello schmittiano concetto del politico. E, quanto alla capacità di determinare le vicende, si deve tenere conto che per l’autore attico, e per coloro che si sarebbe posti sulla sua scia, i «fattori umani» – comprendenti irrazionalità e «vari tipi di razionalità» – devono fronteggiare la «necessità» e il «caso»: una triade di elementi il cui peso varia in modi e tempi non facilmente prevedibili.

Sotto il mutamento, lo sguardo realista individua la costante disposizione umana ad agire sulla scorta della «paura», dell’«utilità» o dell’«onore», per perseguire passioni, interessi e finalità in reciproco conflitto, in un’inevitabile condizione di scarsità. Né, a dispetto delle ottimistiche ipotesi di perfezionamento, il dato antropologico potrebbe essere interamente riformato. È per via del riconoscimento delle regolarità che il realista può procedere a diagnosticare le motivazioni reali dell’azione, celate dalle argomentazioni che gli attori adducono per giustificarle (sebbene Portinaro registri che l’indagine sugli arcana imperii può prestarsi allo sconfinamento in un poco realistico cospirazionismo). E, avendo procurato una possibile previsione sull’andamento degli eventi, assume la «logica dell’attore», fornendo un’indicazione al giudizio e una prasseologia, «un insieme aperto e mobile di precetti, imperativi ipotetici legati al contesto», che possa almeno permettere di contenere o ritardare gli esiti più nefasti dei processi.

Come annota Portinaro, se il realismo è stato contestato per l’«olismo» metodologico che adopera «reti categoriali a maglie troppo larghe, aperte a troppe oscillazioni», sul versante ideologico ha negativamente risentito dell’identificazione, certo dovuta anche a più o meno intenzionali fraintendimenti da parte dei suoi detrattori e appropriazioni da parte dei Realpolitikern, con la politica di potenza. Esso, memore della sorte di Alcibiade, raccomanda piuttosto il «senso della misura» ed è «dietetica della potenza». Per altro verso, viene fatto coincidere con il conservatorismo. Vero è che, «ponendo al vertice della propria gerarchia di valori l’ordine, il realismo è naturaliter orientato alla conservazione» ed entrambi «condividono i tratti salienti della concezione della storia e l’antropologia pessimista» – a volte una traduzione secolarizzata dell’accento agostiniano sul peccato originale – che non conduce a difendere l’«immobilismo», ma a privilegiare l’«evoluzione» piuttosto che le innovazioni più ampie e più radicali. Però si dà anche un «realismo orientato al cambiamento» fino alla prescrizione, nel caso Karl Marx, o all’attuazione, con Lenin e Mao, della rivoluzione.

I vasti e radicali programmi di ingegneria sociale e istituzionale, constatava però Isaiah Berlin, del cui pluralismo liberale Portinaro pone in luce il fondo realista, difficilmente avevano prodotto gli scopi desiderati e quasi ineludibilmente avevano comportato conseguenze catastrofiche. Distinguendo tra gli statisti utopici e gli statisti pratici segnalava, infatti, che per i primi l’attività politica consiste nell’applicazione di una dottrina che, elaborata considerando solamente gli strati apparenti della società, produce sommovimenti imprevedibili sull’opaco «reticolo di rapporti», nei livelli inferiori, che sostiene l’intero sistema. I secondi, consci della conflittualità del mondo sociale e morale, basano l’arte del governo sul «senso della realtà»: la capacità, non sintetizzabile in una «ricetta generale», di integrare gli elementi che determino il carattere unico di una congiuntura, ricavandone indicazioni per agire in modo appropriato ed efficace (spesso nel senso della riduzione del danno), mantenendo peculiare equilibrio da cui dipende il benessere dei membri della società.

Come prima si diceva, negli ultimi anni la resistenza posta dalla realtà all’applicazione ingenua e immediata dell’irenismo e dell’universalismo ha palesato la necessità di recuperare quanto vale nella prospettiva realista, tanto nel campo delle relazioni internazionali quanto – ma forse non ancora sufficientemente –, nell’ambito della filosofia politica. Il volume di Portinaro è certamente un utilissimo e attualissimo strumento per sostanziare la riflessione.

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