Stefano Baruzzo (1960), laureato in Scienze Politiche al «Cesare Alfieri» di Firenze, si interessa di storia del periodo fascista e dell’Italia repubblicana. Sul fascismo apuano ha pubblicato Al gancio del Negroni. «Il Popolo Apuano» di Stanis Ruinas. Fascismo rivoluzionario e Regime nella provincia del marmo (Solfanelli 2016) e Fascismi di provincia. Pontremoli e l’Alta Lunigiana 1919-1925 (Youcanprint 2019). Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni su riviste di studi storici («Rassegna Storica Toscana», «Nuova Antologia», «Diacronie») e sulla rivista on line del Centro Studi Geopolitica.info.
Recensione a: G. Pacini, L’Italia e il lodo Moro. Diplomazia segreta negli anni della guerra fredda, Einaudi, Torino 2026, pp. 327.
Con L’Italia e il lodo Moro Giacomo Pacini torna su una delle vicende più controverse della storia della Repubblica, acclarata dalla storiografia solo in anni recenti: l’accordo — o meglio la serie di intese informali e segrete — con cui l’Italia garantì a organizzazioni palestinesi libertà di movimento di uomini e armi sul proprio territorio, oltre a impunità e rilascio degli eventuali arrestati, in cambio della promessa di non compiere attentati in Italia né colpire obiettivi italiani all’estero.
Pacini accoglie la formula «lodo Moro» come nome ormai «convenzionale» con cui la vicenda è passata alla storia — e titolo stesso del libro — senza però adottarla nella narrazione, consapevole che sarebbe riduttivo ricondurre una politica di Stato a un singolo accordo e a una sola persona. I rapporti coperti con il movimento nazionalista palestinese coinvolsero diversi governi, ministri, apparati e istituzioni — presidenza della Repubblica e magistratura comprese — e proseguirono anche dopo la morte di Moro. Tuttavia, anche la nuova documentazione utilizzata dall’autore non consente di diluire il ruolo di Moro in un indistinto lodo di sistema, né di parlare di un «lodo di intelligence», svincolato dai vertici politici: le carte confermano la centralità di Moro nell’autorizzazione e nella copertura politica — se non addirittura nello stimolo — del lodo, che rientrava nella sua politica mediterranea filoaraba (senza esserne, comunque, un corollario necessario). Il libro si dimostra immune dalla preoccupazione a-storiografica di svincolare la memoria dello statista da vicende imbarazzanti per la sua iconografia.
La natura delle fonti privilegiate dall’autore, in gran parte rapporti dei servizi (SID e SISMI), condiziona la struttura del saggio, incentrata sulla dimensione operativa dell’intelligence. Non è casuale che sin dal prologo emerga la figura di Stefano Giovannone, responsabile del centro del SID a Beirut: da quel centro si sviluppò gran parte dei rapporti con i dirigenti palestinesi e si dipanò una diplomazia parallela destinata a diventare uno degli strumenti della politica italiana nel Mediterraneo. Pacini ne ricostruisce il modus operandi attraverso casi emblematici: dalla vicenda dei missili Sam-Strela, destinati a un attentato contro un aereo El Al, sequestrati a Ostia nel 1973 — con il tempestivo rilascio dei fedayn su input di Moro, allora ministro degli Esteri — che condusse alla prima formulazione informale dell’accordo in una riunione riservata con l’OLP al Cairo, fino alla cupa stagione dei primi anni Ottanta, in cui la tutela dell’intesa portò a tollerare la «mattanza» da parte del regime di Gheddafi dei dissidenti libici rifugiati in Italia — fino a sacrificare un informatore di spicco dei servizi italiani (Azzedine Lahderi).
Il valore aggiunto del libro non è la rivelazione di un segreto, ormai appurato in sede storiografica, ma l’arricchimento di fatti noti e la conferma di aspetti rimasti in ombra, come i contatti fra terrorismo palestinese e Brigate Rosse. Nuovi documenti accertano questi contatti già nel 1975, in due riunioni a Beirut tra brigatisti ed esponenti di alto livello di OLP e FPLP, in cui si inserì il SID con un’operazione di controspionaggio offensivo — un’intossicazione informativa proprio tramite Lahderi, presente come interprete.
Il focus sulla dimensione operativa rischia tuttavia di sacrificare in punti cruciali il peso del contesto politico interno e internazionale. Una sintesi più ampia richiederebbe di seguire la politica dei governi italiani fra Settanta e Ottanta: dal filo-arabismo di Moro al filo-occidentalismo di Cossiga e Spadolini, meno disponibili verso il movimento nazionalista palestinese — un passaggio in cui la minaccia libica divenne più aggressiva e in cui si colloca, tra l’altro, l’accordo di neutralità e garanzia tra Italia e Malta, fortemente sgradito a Gheddafi — fino al recupero dell’indirizzo filoarabo da parte dei governi Craxi-Andreotti, lodo incluso.
L’autore non trascura questi sviluppi, ma tende, ad esempio, a escludere responsabilità libiche nelle stragi di Ustica e Bologna del 1980 sulla base di rassicuranti informative del SISMI che segnalavano progressi nelle trattative sul rilascio di agenti libici detenuti in Italia. Una ricostruzione fondata in gran parte su carte dell’intelligence restituisce inevitabilmente il punto di vista di chi le produceva: un archivio dei servizi documenta ciò che i servizi facevano e come lo giustificavano ai decisori politici, molto meno le dinamiche politiche che li orientavano. Il rischio è che la ricchezza della fonte operativa sposti il baricentro interpretativo verso il livello meglio illuminato — quello dei servizi di sicurezza — a scapito delle dinamiche politiche. L’approccio storiografico centrato sull’operatività del lodo offre l’opportunità di illuminare il condizionamento dell’intelligence sulle scelte politiche, ma comporta il rischio di indirizzare la spiegazione dello storico.
Pacini non risponde direttamente alla domanda che coglie il lettore — fu efficace il lodo? —, forse consapevole della difficoltà di misurare in sede storica un bilancio “costi-benefici”. Tuttavia, nelle conclusioni afferma che la rete di relazioni costruita da Giovannone «aveva garantito all’Italia anni di pace». Il giudizio resta opinabile: gli anni di relativa pace potrebbero essere dipesi, più che dal lodo, da dinamiche politiche, come il mutamento di rotta di OLP e FPLP, orientate dalla metà degli anni Settanta verso l’abbandono del terrorismo nei paesi europei al fine di ottenere un accreditamento diplomatico internazionale.
La vicenda del lodo sollecita la riflessione sulla «ragion di Stato» — categoria affrontata in studi come quello di Valentine Lomellini (Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato 1969-1986, 2022), che in Pacini rimane sullo sfondo, implicita. Categoria pertinente in sede storica, ma insidiosa. Essa spiega la razionalità, cioè le ragioni storiche, di una politica fondata su canali riservati, concessioni informali e rapporti con interlocutori che lo Stato ufficialmente non avrebbe potuto trattare come partner legittimi: l’eccezionale pressione terroristica, la fragilità di un sistema-paese ancora diviso sulle faglie della guerra fredda, l’instabilità mediterranea e gli interessi energetici rendevano comprensibile una politica di non belligeranza persino con il terrorismo.
Tuttavia, comprensibilità (razionalità) e necessità non coincidono. Trattare il lodo come effetto di uno stato di necessità rischierebbe di anticipare la conclusione che la ricerca storica dovrebbe invece dimostrare: che per gli attori dell’epoca non esistessero alternative percorribili. Il libro ricorda indirizzi diversi: l’iniziativa degli ambasciatori a Tripoli dei Nove della CEE, ai primi di giugno del 1980, volta a concordare un’azione comune verso il governo libico dopo gli omicidi compiuti dai suoi servizi, non ebbe seguito proprio per l’indisponibilità italiana; da parte sua, il presidente del Consiglio Cossiga aveva richiamato a una linea di fermezza giudiziaria in una riunione interministeriale, anche per garantire posizioni di forza in eventuali trattative. La ragion di Stato può essere una chiave per comprendere una scelta, essendo essa stessa il frutto di una scelta; non può diventare, nella ricostruzione storica, sinonimo di “stato di necessità” — come potrebbe suggerire, senza intenzione dell’autore, una ricostruzione concentrata sulla pressione del terrorismo internazionale. Su questo crinale la ragion di Stato rischia di trasformarsi da categoria storica interpretativa in giustificazione morale retrospettiva.
Il merito principale del libro resta la riproposizione, con un significativo approfondimento documentario e una narrazione serrata e avvincente, di una vicenda che costituisce un case study su come una democrazia abbia reagito quando sicurezza nazionale, politica estera e legalità sono entrate in rotta di collisione. Ed è forse questa la ragione per cui, a più di cinquant’anni di distanza, il lodo continua a interrogare la storia della Repubblica.
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