Francesco Paolella (1978) ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia.È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della "Rivista Sperimentale di Freniatria" e scrive per TYSM.
Recensione a: P. Bruckner, Povero me! Perché le vittime sono i nuovi eroi, Guanda, Milano, 2025, pp. 272.
Non saprei dire se davvero gli uomini e le donne nati (in Occidente) nel secondo dopoguerra abbiano potuto godere del punto più alto raggiungibile dalla civiltà umana: pace, welfare, progressi medici, tecnologia… Ad ogni modo, è più che giustificato avere l’impressione che quella fortunata condizione (sulla quale noi ancora basiamo la nostra esistenza) sia irrimediabilmente superata e che, di conseguenza, per le nuove generazioni che si addentreranno nel ventunesimo secolo, siano in arrivo problemi crescenti e, purtroppo, nemmeno risolvibili. Il fatto è che veniamo da decenni di benessere e da un lungo tempo di libertà e consumismo, più o meno universalmente diffusi (almeno come ambizione). Come a dire: è difficile adattarsi alle privazioni, ai disagi, alla paura, quando si è cresciuti nella tranquillità.
Ulteriore problema – ed è proprio su questo punto che si innesta il discorso di Pascal Bruckner (saggista e romanziere francese molto noto anche in Italia) in questo volume –, a questa fase di benessere si è associata sempre più prepotentemente una ugualmente forte idolatria per la sofferenza. Mai come oggi viviamo l’epoca delle vittime e di un vero e proprio vittimismo di massa. La storia del Novecento è caratterizzata da persecuzioni e stermini – eventi che continuano a segnare (a pregiudicare forse) il nostro immaginario e le nostre visioni del mondo. Gli “oppressi”, i perseguitati (dal capitale, dal neoliberismo, dal patriarcato ecc.) sono via via divenuti sempre più l’oggetto di studi, riparazioni e compensazioni, persino di celebrazioni. Fatto sta che il ruolo di vittima (vero o presunto poco importa) è diventato ormai essenziale nell’imporsi nel dibattito politico e nella vita sociale. Questa rincorsa al “dolorismo” si accompagna quasi sempre a una serie di rivendicazioni più o meno giustificate, a una solerzia nel richiedere una giustizia che sa di vendetta, scivolando talvolta anche nella violenza (almeno verbale). Ecco che il wokismo – di cui si parla tanto in questa estate infuocata – sa raggiungere vette persino ridicole di conformismo e intolleranza. L’“uomo bianco etero” è di per sé colpevole o almeno meritevole di sospetto. Il patriarcato sa annidarsi ovunque e ormai l’amore – dice giustamente Bruckner – è ridotto a questione criminologica. Le retoriche del risentimento, inchiodate nelle strettoie di nuove ideologie, sono tanto soffocanti da nascondere l’evidenza:
«Discriminazione e violenze incontestabili continuano a esistere, ma è nell’interesse di tutti che vengano corrette o sanzionate. Come insegna Tocqueville, è proprio quando il principio di uguaglianza diventa una conquista per tutti che le disuguaglianze residue si fanno intollerabili. Una volta che abbiamo ottenuto tutto (o quasi), gli ultimi bastioni da conquistare suscitano una forte irritazione. Integriamo questa legge con la seguente: più la condizione degli uomini e quella delle donne si avvicinano, più l’animosità che li divide aumenta in modo esponenziale» (p. 145).
In questo senso, la vittimizzazione imperante del neofemminismo è paradossalmente proprio una conseguenza dell’indubbio miglioramento della condizione femminile. Potrebbe essere possibile – si chiede sempre l’autore – una emancipazione femminile che non debba necessariamente sminuire l’uomo?
Prendiamo ancora gli studi post-coloniali e la moda della decolonizzazione che tutti dovremmo attraversare come una specie di purgatorio qui in terra. Cosa significa in concreto decolonizzare, al di là del cambiare il nome a qualche strada o dell’eliminare qualche lapide? Significa voler condannare l’Occidente a pagare un debito eterno, inestinguibile, vedendo nel nostro mondo (un mondo così odiato) la causa di ogni male presente e futuro. Il “colonialismo” è ormai un idolo eterno, non un fenomeno storico, che comporterebbe un’espiazione perpetua. Il culmine di questo meccanismo – per cui gli oppressi (di ieri e di oggi) sono necessariamente e sempre dalla parte giusta e nel diritto di avanzare critiche e perpetrare semmai giuste vendette, si ha con la popolazione palestinese. Vittima per eccellenza e, per ciò, super-innocente. Addirittura, i palestinesi sono più vittime ancora dei loro persecutori (gli odiati ebrei, a cui potrebbero contendere lo scettro di vittime assolute): anche se, in loro nome, si massacra, si mette in piedi l’oscenità del 7 ottobre, c’è nonostante tutto qualche diritto nel farlo. Sono molto interessanti in questo senso le pagine che Bruckner dedica alla riemersione – con questo surplus di nuovo odio, giustificato da amore per le nuove vittime – verso gli ebrei.
Questa vittimizzazione, a suo modo così aggressiva, tocca un’altra vetta in Ucraina, nell’aggressione criminale russa e nel delirio paranoico del regime putiniano. La cultura russa sembra totalmente imbevuta dalla propaganda di Putin, in un paradossale incrocio di imperialismo ed escatologia, creando il mito (assai gettonato anche da noi) di una Ucraina in mano a bande di nazisti. Ed è indubbiamente sempre più difficile, in questa confusione imperante, riuscire a distinguere l’aggredito dall’aggressore.
Torniamo all’inizio del nostro discorso. Questo dominio della vittima – tema su cui ha scritto anni fa Daniele Giglioli un saggio illuminante – ha un effetto secondario essenziale: si accompagna quasi inevitabilmente all’immobilità e al fatalismo. Se si anela – in ogni contesto (culturale, politico, economico persino) – primariamente al ruolo di vittima, oppure se ci si lasciata vincere dal senso di colpa (una colpa collettiva, storica), si lascia vincere una cultura della paura e della resa, che non permette né di affrontare davvero le proprie colpe né di prepararsi ai colpi del futuro. In questo senso, il vittimismo di massa è assolutamente anti-eroico: non comunica la necessità di riaffermarsi, di resistere, di rivendicare – al di là del passato e, forse, anche contro di esso – il proprio posto nel mondo. Quest’epoca delle lamentazioni prosciuga ogni energia e rende più che mai docili e fragili davanti alle minacce che incombono sempre più. La nostra società vive nella fragilità e nell’angoscia, eppure non sopporta la propria fragilità e la propria angoscia; tutti hanno sempre più compassione per se stessi (“Guardate i miei traumi!”), per scusarsi, ma sempre meno riescono ad emanciparsi dal proprio passato, sempre meno – riprendendo la lezione sartriana – sono capaci di far proprio il destino dato loro, coltivando la propria libertà.
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