Francesco Paolella (1978) ha studiato filosofia a Bologna e a Parma. Si occupa di storia della psichiatria. Fa parte del Comitato tecnico-scientifico del Centro di storia della psichiatria di Reggio Emilia.È membro di Clionet, Associazione di ricerca storica e promozione culturale. È redattore della "Rivista Sperimentale di Freniatria" e scrive per TYSM.
Recensione a: D. Lapoujade, Mondi che cadono a pezzi. Versioni di Philip K. Dick, Einaudi, Torino, 2026, pp. 167.
Forse non serve più immaginare invasioni di marziani e guerre fra mondi per rendersi conto di quanto possa entrare in crisi l’idea stessa di civiltà umana, dell’“umano” così come esso è sempre stato pensato. La fine del mondo (o, almeno, la sua ultima versione) è già incominciata, è già il nostro orizzonte, e non soltanto per l’acuirsi di problemi strutturali (l’ambiente, la politica internazionale, la demografia, le migrazioni…) del nostro mondo: è venuta a mancare la certezza che teneva a bada il caos, che riusciva ad emarginare lo sfaldamento delle identità e delle necessità. I romanzi e i racconti di Philip K. Dick rappresentano tuttora un potentissimo strumento (per quanto “non convenzionale”, per così dire) di analisi dei possibili sviluppo in-umani (o anti-umani) delle nostre società e in particolare di quelle più “sviluppate”, degli ultimi due secoli. La sua fantascienza è appunto la cronaca di una realtà che è sempre sul punto di collassare o delle conseguenze di un collasso già avvenuto.
Questo volume del filosofo francese David Lapoujade ci invita a rileggere gli universi “deliranti” di Dick proprio per mostrarci quanto possano essere a loro modo realistici. Al di là delle idee di Dick, delle sue ossessioni, dei suoi problemi nel rapportarsi al reale, emerge nei suoi testi una spinta critica, rivolta anzitutto al modello culturale americano della seconda metà del Novecento: il dominio del trash e della pubblicità (i famosi “persuasori occulti”), la progressiva disumanizzazione operata dalla società dei consumi, l’avverarsi di infinite e sempre più sofisticate manipolazioni e così via. Allo stesso tempo, nei libri di Dick ritorna sempre una prepotente crisi delle identità individuali e della memoria (anche collettiva): il passato stesso diventa un campo di battaglia e uno strumento di alienazione (basti pensare a libri come La penultima verità o Memoria totale):
«Non c’è più alcun modo per distinguere fra i ricordi veri e i ricordi interpolati, al punto che, anche se la continuità non è interrotta, essa diviene incerta. Ciò che è vero a livello individuale lo è ugualmente a livello collettivo della realtà storica, oggetto di manipolazioni, d’interpolazioni, di numerosi occultamenti. La storia per Dick si caratterizza innanzitutto per la sua falsificabilità» (p. 47).
Il dominio dell’artificiale, la svalutazione del vero, l’infinita duplicabilità di ogni cosa, la vittoria del verosimile, insinuano inevitabilmente un atteggiamento paranoico di difesa: tutto può essere falsificato o corrotto: come distinguere l’umano dal simil-umano? Come distinguere – altro tema centrale – i vivi dai morti?
In secondo luogo, la guerra fra civiltà aliene, fra mondi alternativi che popolano un universo dissociato, sono in Dick in ultima analisi il frutto di pensieri divergenti, di possibilità deliranti che qualcuno (o qualcosa) ha pensato: in sintesi – come scrive bene Lapoujade – si tratta sempre di «una guerra fra psichismi» (p. 16). I libri di Dick sono popolati di “folli”, nevrotici, paranoici, ed il ruolo della mente, dei rischi che quest’ultima può rivestire per la vita stessa, è centrale. Tutto è manipolabile (un tempo dalla religione. pare dirci, oggi più semplicemente dalle droghe o dalla propaganda) e così entra in crisi il principio stesso di identità: diventa impossibile sapere se la realtà apparente sia quella vera o piuttosto il risultato di un delirio o di un incubo, magari indotti.
Dick ha saputo mettere in piedi una vera e propria “grande magia” (per citare De Filippo), che induce a svalutare il reale e a vivere in uno stato di perenne allerta. Dick ha creato mondi plausibili ma fragili e i personaggi che li popolano restano sempre vittime di una incertezza radicale; tutto vi scivola sempre più nell’entropia. Ci sono in Dick profondi echi di Carl Jung e delle analisi di Ludwig Binswanger, appunto perché si assiste nei suoi racconti a una fatale regressione verso un futuro preistorico. La realtà, in altri termini, rischia sempre più di collassare, provocando nel contempo una condizione pre-individuale, il pieno dominio dell’indifferenziato.
Per tornare alle parole iniziali, è evidente il carattere “profetico” (ma forse “profetico” non è il termine più adatto) delle storie di Dick sui pericoli della progressiva (e per nulla liberante) digitalizzazione dell’esistenza, della conversione di ogni aspetto della vita alla assoluta trasparenza e, di conseguenza, della instaurazione di una perfetta società del controllo (il «vampirismo della sorveglianza», p. 113).
Dick affida i resti di una possibile speranza a dei sopravvissuti, colpiti e incerti, le cui uniche risorse, per così dire, sono le proprie stesse mani, la capacità di aggiustare angoli di mondo, inserendo briciole di creatività umana. Anche se ormai l’adesione “primordiale” al reale sembra perduta per sempre, resta forse uno slancio per sfuggire alla trasparenza anonima che fa degli uomini delle macchine. Dick è stato uno scrittore che ha saputo – ricordiamo a questo proposito il bel profilo che gli dedicò anni fa Emmanuel Carrère – dare ai propri “deliri creativi” uno spirito critico e politico. Rimane oggi, nel leggere o rileggere i suoi libri, assieme a una grande angoscia per il fatto di trovarsi prigionieri in incubi perfetti, inattaccabili, una aspirazione indomabile a coltivare – semmai proprio attraversando condizioni psicotiche – piccole deviazioni, piccole nicchie di creatività.
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