Giuseppe Balducci (1992) è critico e traduttore letterario. La sua formazione si caratterizza per un costante dialogo tra tradizione classica e modernità. Attraverso la curatela di opere di Norman Douglas (Capri. Annotazioni antiquarie, La nave di Teseo), Henry de Montherlant (Giulio Cesare. Dialogo con un'ombra, Aragno), John Addington Symonds (Amore cameratesco, Editoriale Scientifica) e altri autori, ha approfondito temi come l'amicizia virile, la ricezione della grecità e la continuità della cultura classica nell'Europa moderna. Suoi contributi sono apparsi su varie riviste, tra cui «Antinomie», «Divus Thomas», «Il Giornale dell'Arte», «Il Tascabile», «La ricerca», «MicroMega» e «Studium».

Ci sono libri che sopravvivono ai loro autori non perché continuino a essere letti da un vasto pubblico, ma perché entrano quasi sotterraneamente nella formazione di una classe dirigente: passano di mano in mano, vengono consigliati, regalati, annotati, fino a diventare parte di una tradizione intellettuale più ampia della loro stessa fortuna editoriale. The Endless Adventure di Frederick Scott Oliver appartiene a questa categoria. Oggi il suo autore è pressoché dimenticato; eppure il libro esercitò una silenziosa influenza su alcuni protagonisti della cultura politica britannica e italiana del Novecento.

La sua vicenda editoriale italiana è, da questo punto di vista, quasi un racconto. Sandro Gerbi ha ricostruito come, nell’aprile del 1938, Raffaele Mattioli regalasse una copia dell’edizione inglese al giovane Enrico Cuccia, allora funzionario dell’Iri. Non era un dono casuale. Mattioli apparteneva a quella rara categoria di lettori per i quali i libri costituivano una forma di conoscenza prima ancora che un patrimonio da possedere: li leggeva, li collezionava, li regalava e, quando lo riteneva necessario, li faceva pubblicare.

Fu ancora Mattioli a promuovere la traduzione italiana di The Endless Adventure presso Ricciardi, affidandola a Mario Praz. Il progetto si scontrò però con la censura fascista, che durante la guerra guardava con crescente diffidenza alla pubblicazione di autori britannici. Soltanto nel 1950 il volume vide finalmente la luce, in forma abbreviata rispetto all’originale, con il titolo Elogio dell’uomo politico e una lunga introduzione di Praz.

È proprio quell’introduzione ad aver determinato in larga misura la fortuna italiana di Oliver. Fu allora che Praz coniò la definizione destinata a rimanergli legata: «il Machiavelli scozzese». Un’espressione fortunata, ma da intendere correttamente. Praz non voleva assimilare Oliver a un teorico della ragion di Stato o a un apologeta del potere: riconosceva piuttosto in lui una medesima disposizione dello sguardo, la volontà di osservare la politica liberandola dalle costruzioni ideologiche e restituendola alla concretezza dell’esperienza storica.

Oliver, del resto, sfuggiva a qualsiasi classificazione semplice. Non era uno storico di professione né un filosofo politico. Dopo una formazione giuridica aveva diretto per molti anni un’importante catena di grandi magazzini britannica, maturando un’esperienza diretta dell’organizzazione e del comando. Ritiratosi in seguito nella campagna scozzese, si dedicò agli studi storici. Questa biografia inconsueta spiega forse il carattere della sua scrittura: Oliver guarda la politica con gli occhi di chi ha conosciuto il funzionamento concreto delle organizzazioni, diffidando tanto delle astrazioni filosofiche quanto delle facili ricette.

Quando Praz lo incontrò in Scozia, dopo anni di corrispondenza, trovò un uomo ormai prossimo alla morte, ma ancora animato da un’intelligenza vivissima. Ne lasciò un ritratto memorabile: quella figura alta e ossuta, il volto quasi diafano, l’eleganza naturale dei gesti gli sembravano appartenere a un’altra epoca, «un altro Voltaire recluso per magia tra colline e in una casa su cui il Tempo nulla poteva».

Anche The Endless Adventure sfugge ai generi consueti: non è storia, non è biografia e non è propriamente un trattato di politica. Il suo centro è Robert Walpole, il ministro che fra il 1721 e il 1742 garantì alla Gran Bretagna una stabilità destinata a segnare l’intero secolo. Oliver non ne scrive però una biografia tradizionale: Walpole diventa il punto di osservazione dal quale studiare la natura del governo, il carattere degli uomini politici e le condizioni che rendono possibile l’esercizio del potere.

È significativo che scelga proprio Walpole e non uno dei grandi condottieri celebrati dalla storiografia. Ciò che lo interessa non è il gesto eroico, ma la continuità dell’amministrazione; non il momento rivoluzionario, ma la pazienza del governo quotidiano. Più che costruire una teoria, Oliver osserva i comportamenti degli uomini chiamati a governare. Non indica dunque come dovrebbe essere la politica, ma come essa effettivamente funziona. È una prospettiva che affonda le radici nella tradizione classica. Nelle Lettere ad Attico, Cicerone osserva con ironia che Catone «dicit enim tamquam in Platonis πολιτείᾳ, non tamquam in Romuli faece, sententiam»: ragiona come se vivesse nella Repubblica di Platone e non nella «feccia di Romolo». L’immagine sintetizza la distanza fra l’ordine ideale della filosofia e la concretezza, spesso aspra, dell’azione politica. Anche Oliver invita ad abbandonare le illusioni normative per interrogarsi sui meccanismi effettivi del potere. Il libro è, in questo senso, uno studio sui metodi impiegati dai politici per raggiungere e conservare il potere. Oliver non costruisce un sistema; preferisce accumulare osservazioni, esempi e ritratti, lasciando che siano gli uomini stessi, più che le idee, a rivelare la logica della politica. Per questo Praz riteneva impossibile offrirne «un ristretto»: un libro simile poteva essere restituito soltanto attraverso alcune «schegge illuminanti».

Quando Oliver osserva che il sistema parlamentare inglese costringe l’uomo politico a impiegare gran parte delle proprie energie per sconfiggere gli avversari, oppure che nessun governo è mai riuscito a reggersi applicando alla lettera i princìpi del Sermone della Montagna, non formula semplicemente dei paradossi. Descrive la distanza inevitabile tra la morale privata e la responsabilità del governo.

Oliver diffida inoltre dell’enfasi, della retorica e dell’eccitazione sentimentale, che a suo giudizio non favoriscono né il buon governo né la serenità della vita civile. Guarda con sospetto gli improvvisatori, convinto che la politica richieda un lungo apprendistato e una conoscenza concreta delle istituzioni. La sua prosa evita perciò il linguaggio specialistico e privilegia l’osservazione dei comportamenti, risentendo tanto della sua esperienza nel mondo degli affari quanto della lezione dei memorialisti e moralisti francesi, da Retz a Saint-Simon.

Si comprende allora perché il libro colpisse tanto Praz quanto Mattioli. Del primo è nota l’attenzione per gli scrittori capaci di fondere riflessione e stile; del secondo la convinzione che i libri potessero contribuire alla formazione di una classe dirigente. Prima ancora che un libro di politica, The Endless Adventure dovette apparirgli come un libro sulla maturità del giudizio.

Arrigo Cajumi lo aveva intuito già nel 1936, definendolo uno di quei libri «che hanno la solidità, il sapore della maturità», nati quando «si è compiuta la disintegrazione delle illusioni». Il realismo di Oliver non nasce infatti dal gusto del disincanto, ma da una lunga familiarità con la complessità dell’agire umano. Le illusioni sono cadute, senza che venga meno la fiducia nella possibilità del buon governo.

Più che un manuale di politica, The Endless Adventure è così una meditazione sul carattere, sulla responsabilità e sull’arte difficile del governare. La formula di Praz – «il Machiavelli scozzese» – conserva tutta la sua efficacia, purché la si intenda nel senso più profondo: non l’accostamento a un teorico della ragion di Stato, ma il riconoscimento di uno scrittore che, come Machiavelli, seppe osservare gli uomini prima ancora delle dottrine. È forse questa, più ancora delle singole tesi politiche, la qualità che rende il libro ancora degno di essere riscoperto.

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