Giuseppe Balducci (1992) è critico e traduttore letterario. La sua formazione si caratterizza per un costante dialogo tra tradizione classica e modernità. Attraverso la curatela di opere di Norman Douglas (Capri. Annotazioni antiquarie, La nave di Teseo), Henry de Montherlant (Giulio Cesare. Dialogo con un'ombra, Aragno), John Addington Symonds (Amore cameratesco, Editoriale Scientifica) e altri autori, ha approfondito temi come l'amicizia virile, la ricezione della grecità e la continuità della cultura classica nell'Europa moderna. Suoi contributi sono apparsi su varie riviste, tra cui «Antinomie», «Divus Thomas», «Il Giornale dell'Arte», «Il Tascabile», «La ricerca», «MicroMega» e «Studium».
Filosofo, biografo, moralista e sacerdote del santuario di Delfi, Plutarco di Cheronea occupa un posto di assoluto rilievo nel panorama della filosofia greca di età imperiale, rappresentando una delle espressioni più mature e feconde del medioplatonismo. La vastità dei suoi interessi abbraccia pressoché ogni ambito del sapere antico, dall’etica alla politica, dalla religione alla storia, fino alla riflessione sui sentimenti e sulle passioni umane. Non sorprende, dunque, che tra i temi ai quali dedicò maggiore attenzione vi sia anche l’eros, al punto da consacrargli un intero dialogo, l’Erotikos (Sull’amore). Fin dalle prime pagine emerge con chiarezza l’originalità della sua prospettiva. Plutarco non considera infatti eros come una semplice passione umana: si è piuttosto dinanzi a una forza cosmica e religiosa, capace tanto di elevare l’anima verso il divino quanto di trascinarla nell’inganno e nella violenza.
L’eros plutarcheo non coincide né con il puro istinto né con la sola “follia divina” celebrata da Platone. È una potenza intermedia che unisce corpo e spirito, mortalità e immortalità. Come molte realtà fondamentali dell’esperienza umana, si presenta sotto il segno dell’ambivalenza.
Per Plutarco, l’amore ordinario nasce spesso da un equivoco: gli uomini non desiderano il Bello autentico, ma il suo riflesso. Gli amanti «cercano di toccarlo, ma è come un’immagine riflessa in uno specchio», simile «ai bambini [che] cercano di afferrare con le mani l’arcobaleno, attirati dalla bella immagine colorata». Il desiderio si arresta così all’apparenza, confondendo il segno con la realtà.
Solo il vero amante sa riconoscere nella bellezza sensibile una soglia verso qualcosa di più alto. L’amato diventa «uno strumento per la sua memoria», un richiamo che risveglia il ricordo di una bellezza superiore. Per questo «il vero amante, infatti, […] si trova in uno stato iniziatico e continua a danzare verso l’alto tripudiando in compagnia del proprio dio». L’amore autentico non respinge il corpo, ma lo attraversa per giungere alla contemplazione dell’intelligibile.
Plutarco, tuttavia, non ignora il lato oscuro di Eros. Quando il desiderio si separa dalla virtù e dal rispetto reciproco, degenera in dominio e sopraffazione. «Coloro che […] sono stati costretti dall’inganno o dalla violenza […] se ne vendicano in modo terribile appena ne hanno l’occasione», osserva. Emblematico è il caso di Periandro di Ambracia che, dopo aver abusato del proprio giovane favorito, gli chiese se «non avesse ancora concepito». L’insulto provocò una reazione estrema: il giovane lo uccise. Questi episodi mostrano come un amore privo di misura finisca per trasformarsi in violenza. La passione che non conosce la sophrosyne, la moderazione, si converte in hybris, la tracotanza destinata alla rovina.
Eppure Eros non è soltanto una forza da controllare. Per Plutarco è anche il principio che assicura la continuità della vita attraverso la procreazione. In questo senso supera persino Ares, il dio della guerra. Richiamando l’esempio di Cleomaco di Farsalo, Plutarco ricorda che il vincolo amoroso può rendere gli uomini straordinariamente coraggiosi: «Vi sono persone che abbandonano la propria tribù, i parenti e, per Zeus, persino genitori e figli; ma tra un amante ispirato dal dio e il suo amato, nessun nemico è mai riuscito a frapporsi e separarli».
Pur conoscendo la tradizione pederastica greca, Plutarco introduce una significativa novità. Nell’Erotikos difende infatti la superiorità dell’amore coniugale. Se nel Simposio di Platone l’ascesa verso il Bello passa soprattutto attraverso relazioni maschili, Plutarco colloca l’ideale erotico all’interno del matrimonio. La donna diventa compagna spirituale e il matrimonio una comunione di anime oltre che di corpi. La sua originalità consiste nell’integrare Afrodite ed Eros, attrazione fisica e tensione spirituale. Nel vincolo coniugale convergono passione, amicizia (philia) e generazione. L’amore diventa così una via di perfezionamento reciproco e di realizzazione umana.
Contro gli epicurei, che riducevano l’amore a piacere, e contro gli stoici più severi, che lo consideravano una passione da contenere, Plutarco sostiene che Eros sia una realtà sacra. Come nel mito platonico, esso è una forza intermedia che collega il finito all’infinito. La sua natura è quella della theia mania, della follia divina, che però deve essere educata e orientata verso il bene.
La grandezza di Plutarco consiste nel non eliminare mai l’ambivalenza dell’esperienza amorosa. L’amore può essere inganno o rivelazione, violenza o comunione, desiderio del corpo o ricerca dell’intelligibile. Per questo il saggio non reprime eros, ma lo educa. Il desiderio non va né demonizzato né idolatrato. L’amore autentico è quello che parte dal corpo senza fermarsi ad esso, genera legami, memoria e crescita morale. Eros non appartiene soltanto alla sfera privata dei sentimenti: è la forza che spinge l’essere umano a superare i propri limiti e a partecipare, sia pure per un istante, a qualcosa di immortale.
Le citazioni sono tratte da: Plutarco, Sull’amore, trad. it. di Vittoria Longoni, a cura di Dario Del Corno, Adelphi, Milano 1986.
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