Carlo Marsonet è Ricercatore Tenure Track in Storia del pensiero politico presso l’Università Pegaso.
In linea generale, non si vedono più all’orizzonte grandi pensatori. Sia nella cara e vecchia Europa, sia negli Stati Uniti. Si fa fatica a leggere qualcosa di “nuovo” che soddisfi davvero le papille gustative di chi cerca “buona” teoria politica. Pensiamo al conservatorismo americano del secolo scorso. Le idee che hanno caratterizzato tale movimento – in realtà, una costellazione di autori e idee di difficile amalgama: si veda in argomento il sempre ottimo volume di Antonio Donno, In nome della libertà. Conservatorismo americano e guerra fredda (Le Lettere 2004) – non sembrano poi così in salute. Sul primo punto, è sufficiente citare Richard Weaver, Russell Kirk e Robert Nisbet, per non dire di alcuni grandi pensatori non americani che però vi hanno vissuto e hanno lasciato una grande influenza come Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek: oggi il panorama è quel che è. Può confortare un’amara constatazione: e cioè che è il mondo culturale a essere trasversalmente fiacco. Sul secondo versante, come del resto è stato osservato più volte da alcuni studiosi contemporanei, ad esempio il teorico della politica Daniel J. Mahoney, il conservatorismo americano di oggi pare volersi staccare totalmente dalla matrice liberale che lo ha contraddistinto. Se infatti vi è un elemento che sembra caratterizzare storicamente l’American Conservatism è la difesa della libertà individuale. Tanto che, se il termine in Europa può trarre in inganno e richiamare autori come Joseph de Maistre e Louis de Bonald – reazionari più che conservatori, in effetti: e chi vorrebbe “usarli” in chiave liberale sia pronto a schiantarsi contro un muro – negli Stati Uniti la parola e il concetto rinviano invece al tema della conservazione (e all’espansione) del patrimonio liberale, che richiama assai più Edmund Burke. Una bella differenza, dunque, che va tenuta in considerazione per bene orientarsi.
È evidente tuttavia che la faccenda è ancor più complessa, se solo si pensa come proprio Burke risultasse l’assoluto autore di riferimento di Kirk e, insieme a Tocqueville, di Nisbet, mentre Weaver non lo amasse affatto. A dimostrazione di come si possa parlare di movimento conservatore solo per semplicità espositiva, e non per altro: grattando anche solo un po’, ci si rende conto di come non sia mai realmente esistito un “movimento conservatore” in quanto tale. È stata la storia politica del Novecento, cioè la Guerra Fredda, la lotta al comunismo e l’ostilità all’illiberalismo della sinistra americana, oltre che ovviamente una comune sensibilità culturale, a rendere il conservatorismo americano un’idea comprensibile ai più, anche se estremamente plurale. Fatto sta che tutto questo, ora, sembra aver mutato pelle e cambiato direzione. In un recente volume ne parla Laura K. Field, teorica politica che vive e lavora a Washington. In Furious Minds. The Making of the MAGA New Right, edito da Princeton University Press, l’Autrice analizza le diverse anime della nuova destra americana, sia a livello di personalità individuali, sia di riviste e istituti di ricerca a essa collegati. Un caveat: Field non fa mistero della propria antipatia per le correnti di cui parla. Non si nasconde, dunque, dietro alla weberiana Wertfreiheit che molti studiosi usano invece come una patente per autolegittimare le proprie conclusioni (tutt’altro che “avalutative” e oggettiva). Nondimeno, a tratti il volume risulta anche eccessivamente viziato da giudizi forti e marcati in senso spregiativo: se è apprezzabile l’onestà intellettuale esplicitamente manifestata al lettore, la mancanza di senso della misura sul secondo aspetto ne indebolisce complessivamente la trattazione. Ma proprio su questo punto, è interessante evidenziare la storia personale di Field.
In un paragrafo dell’introduzione, si parla infatti del background dell’Autrice. La quale si è trovata nel corso della propria formazione, studiando con un docente conservatore, in un circolo di straussiani. Ma Field non fa mistero delle proprie posizioni liberal. Ciò che constata è la diversa matrice (plurale) del nuovo conservatorismo americano. Un movimento etichettato con la sigla MAGA, che ha in Donald Trump la propria guida politica, e che si distacca dalla storia del GOP del secolo scorso. Field analizza i gruppi che lo definiscono, e in particolare chi orbita intorno al Claremont Institute, i cosiddetti post-liberali e i conservatori nazionali. Insieme, queste anime danno vita a qualcosa di diverso dal passato. Field enfatizza in particolare un conservatorismo sociale molto più netto rispetto al passato – il ritorno di quei “strong gods” di cui parla in volume, a breve in uscita in italiano, Russell R. Reno; un nazionalismo economico ben distante dalla trama liberoscambista precedente; una politica isolazionista e anti-immigrazione anch’essa antitetica rispetto alla linea di qualche decennio fa. In generale, anche se si tratta di generalizzazioni – come lo è del resto, lo abbiamo accennato in precedenza, il trattare il conservatorismo americano del Novecento come un movimento coerente e coeso – la nuova destra americana risulta più estrema, populista e antiliberale. Prova ne è, per esempio, l’infatuazione per l’Ungheria di Viktor Orban o per altri leader sparsi qua e là – anche Field, va notato, cade nel tranello (ideologico) di considerare Javier Milei analogo a Orban et similia, dimostrando che i paraocchi ideologici di molti analisti contribuiscono a inibire una lettura disincantata della realtà.
Ma veniamo brevemente a quanto viene scritto per la corrente dei post-liberali e in particolare allo spazio dedicato a Patrick J. Deneen, autore di punta della corrente. Field, tra l’altro, è stata tra coloro che nel 2013 dovettero colmare il posto lasciato vacante alla Georgetown University dal teorico politico diretto alla Notre Dame University. L’Autrice sottolinea i punti ricorrenti del discorso di Deneen: conservatorismo sociale (impregnato di religiosità), anti-elitismo, comunitarismo, anti-liberalismo. Il suo è un pensiero, rimarca Field, che trova nell’agricoltore e scrittore sudista Wendell Berry un punto sicuro di riferimento (Christopher Lasch, curiosamente, non è nemmeno menzionato). L’anti-modernismo di Deneen riecheggia infatti la protesta anti-industrialista dei “Southern Agrarians” e del loro manifesto I’ll Take My Stand (1930). La sua è una critica al liberalismo – sia nella sua variante culturale e “liberazionista”, di sinistra, sia nella sua variante economica, di destra – che non ammette compromessi: come si ricorderà dal volume che gli ha dato notorietà, il liberalismo è per Deneen il male assoluto del mondo moderno. Poco importa che la sua sia una caricatura del concetto; quel che conta è che esso va sostituito con qualche cosa d’altro. E qui iniziano i problemi. Il seguito di Why Liberalism Failed, Regime Change, non offre soluzioni pratiche. Non solo. Tutt’altro che innovativo è l’appello al “bene comune”. Deneen auspica infatti che il conservatorismo torni a mettere al centro tale concetto collettivo a scapito della libertà. Il post-liberalismo, tanto quello di Deneen quanto degli altri esponenti, altro non è che una manifestazione di quel ricorrente e mai fuori moda anti-liberalismo, che in alcuni suoi aspetti – curiosamente ma non troppo – Field condivide (più Stato, meno mercato: ecco la panacea). Difficile pensare, come ha notato Flavio Felice in un articolo di qualche tempo fa, che la libertà (e il liberalismo) conduca al relativismo, e ancor peggio al nichilismo, a un’esistenza dunque senza principi, punti di riferimento e valori forti. Al contrario, ha scritto Wilhelm Röpke, la libertà può vivere e prosperare solo all’interno di una cornice di significato che orienta le scelte individuali. Se il termine liberalismo ha assunto una connotazione tanto sciocca, la responsabilità non è certo della parola stessa.
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