Gianfranco Andorno (1937), da bambino ha vissuto a Genova i tragici eventi della guerra, che ricorda intensamente. Giovanissimo vanta articoli su “Il Borghese” di Leo Longanesi. Conserva una lettera di Gianna Preda che si complimenta e lo incoraggia.  Poi si adegua ai dettami delle avanguardie e partecipa al “funerale” della parola scritta. Opta per le immagini che ritiene più immediate: la fotografia (Popular Photografy ecc.) e la pittura (Flash Art). Mostre a Milano 1998, Art Innsbruck 1999. Infine, ha un ripensamento e ritorna alla scrittura. Con il primo libro Le stagioni dell’inganno raccoglie il Fiorino d’Oro a Firenze. Altri libri premiati: Prima che il buio(Cinque Terre Golfo dei Poeti); Il falò dell’io (terzo premio Lord Byron Porto Venere 2022). Il suo slogan è: “Scrivo storie che non sono storie”.

 

“L’albero della vita è mantenuto vivo non dalle lacrime ma dalla certezza che la libertà è reale ed eterna”, così finisce Plexus il libro di Henry Miller del 1953. Ma il cammino che affrancherà i suoi libri dai veti, dall’ostracismo, sarà lungo e periglioso.

Miller con la moglie June e l’amica Anaïs Nin formano un triangolo piccante. Ma sono affari loro. L’importante è che dalla sua penna sgorgano “Tropico del Cancro” (1933), “Tropico del Capricorno” (1938). Il primo riepiloga il suo periodo parigino, nel secondo la sua giovinezza a New York. Il legame che avvince la Nin a Miller è anche fortemente intellettuale, lei gli paga la pubblicazione del libro di esordio.

Negli anni ’30 Miller è a Parigi, una vita da bohémien. E: “Non ho soldi, né speranze. Sono l’uomo più felice del mondo.” Frequentava i bordelli, si accompagnava a meretrici, a nomadi succhiando la loro vitalità. “La povertà gioiosa, il vivere felice,” il suo Vangelo. La sua morale è amorale, immorale, l’osceno è vita. Il suo eroe era anarchico e povero ma libero. “Dobbiamo ridere, dobbiamo amare, dobbiamo godere,” il suo invito. Vivere l’individuo che promuove a Dio, Miller è contro il puritanesimo e l’ipocrisia. Ma becero, sporcaccione per i detrattori.

E dapprima c’è lo scontro non solo lessicale con la Bibbia sull’uso della carne. Il verbo si è fatto carne, nel salmo dell’evangelista Giovanni, Miller lo capovolge: la carne deve diventare parola. Per la religione la carne è peccato, dannazione per Miller l’uomo deve “affogare” nella carne. Questa lo renderà porco e sarà divinizzato. L’anima? Accessorio conglobato. Il sesso, la fame e le feci sono i ministri delle sue funzioni. C’è un’unicità con la religione, anche Miller crea il suo caravanserraglio con il fango!

Per lui l’osceno è sacro, è posato sull’altare della sua religione. Si fa santone e resuscita i “morti vivi” carcerati dall’humus sociale, dai condizionamenti imposti. Nei libri c’è l’autopsia di Miller, vivente, cogitante: tutto è cosmologico di lui. È tracotante e aggressivo, totalizzante. Si mette a nudo.

Apriamo le pagine e una gragnuola di parolacce ci assale. Il sesso è palese, ci sono le istruzioni corporee. L’amplesso è ripetuto, ostinato, insistito. Ecco l’equivoco della pornografia, il vulnus per l’accusa. Lo Stato interviene, fa sfoggio di censura. Ma un testo può aver tanto potere? Magari! A Detroit la produzione della Ford è messa in pericolo dagli operai che, seguendo gli insegnamenti di Miller, copulano? Ci sembra improbabile. Allora perché tanta veemenza nelle accuse? Gli Stati sono codini ma non basta, c’è dell’altro. Miller critica la civiltà moderna e vive al di fuori delle sue regole. La società opulenta vantata nella sua realtà, di Miller, è la zattera della Medusa di Géricault che va alla deriva, la gente preda dei gorghi piovra… tecnologici. È come se infilasse negli ingranaggi del sistema produttivo i suoi libri a sabotare. Lo Stato teme di perdere delle unità-pecora. Inoltre avere un nemico pubblico serve sempre. E Miller con il suo: “Hurrah alla vita, ecco la gioia!” irrita e tanto. Miller è un virus sociale, un germe malefico corruttore, c’è rischio di contagio.

La diatriba legale. Un’infinità di denunce, processi, sequestri. Nel 1962 una condanna e deve fuggire. I divieti di pubblicazione portano a un vasto commercio di copie pirata, Feltrinelli fa stampare in Francia i due Tropici in italiano. La polizia raccoglie e porta via i libri dalle librerie. Finalmente nel 1964 la svolta della Corte Suprema degli Stati Uniti: i giudici stabiliscono che il libro per il Primo Emendamento non è osceno. Finisce così la censura letteraria in America. E non solo, uno può essere socialmente asociale (Big Sur, 28/6/1948. Lettera di Miller: Caro Curzio Malaparte, durante la guerra ho scritto un pamphlet intitolato Assassinate l’assassino. Mi piacerebbe inviargliene copia.)

Un collezionista offre 100 dollari ogni mese a Miller per racconti erotici, lui passa la commessa alla Nin. Il cliente proibisce la poesia, solo sesso. L’avventuriero ungherese, la donna velata, con bocconi di Kama Sutra. La raccolta diventa “Il delta di Venere” con un notevole successo e la poesia c’è, poesia femminile. Il piacere porta anche la gonna, siamo nel 1940. La Nin ha liberato la voce delle donne, ha dato la caccia all’io con la psicanalisi, Jung. Non si esime dallo stringere rapporti intimi anche con il suo psicanalista. Una pioniera delle femministe raccontata da ben tre film.

Negli anni 50 nasce in America il movimento beat. Il romanzo manifesto “On the road” di Jack Kerouac: “Le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere.” Il governo e l’FBI si preoccupano di più del Black Power, delle pantere nere, delle rivolte nei ghetti degli afroamericani. È derubricato a ribellione giovanile che passerà non afferrandone le dimensioni. La società produttiva li considera scorie, scarti di produzione e scaglia fango. Cosa vogliono questi? Liberarsi dagli orpelli di quella società asfissiante, sentirsi vivi. Rifiutano il militarismo, le dispotiche leggi sociali, il sogno americano lo ritengono una trappola. Formano tribù, comuni egualitarie.

La Pivano assiste al fenomeno ma comprende che è anche sfacelo: “La verità della vecchia Balena bianca non ha ucciso soltanto il forsennato capitano Achab.” Ovvero, secondo lei c’è un mostro dell’assoluto che distrugge la società moderna per la mancanza di valori. Lo svilimento spirituale. E nel capitano vede gli hipsters vanamente impegnati.

Kerouac estrae dall’armadio la reliquia Miller, forse già mummia ma da incensare, portare in processione. I beat ricordano la sua critica alla civiltà americana. Per l’alienazione, il materialismo l’ha paragonata a un incubo ad aria condizionata. E per la lunga persecuzione la sua figura giganteggia ai loro occhi, quasi leggenda. Lo eleggono loro guru sciamano. Miller si rivede con simpatia in questi indocili insofferenti “folli angelici” della Beat Generation. Rivive i suoi vagabondaggi. Sì, ma un’analisi fredda non può non mettere in risalto le grandi differenze. Li congiunge l’impegno di vivere fuori dal sistema ma… Miller è sessista, corporale, ha una religione sua. Kerouac è misogino, anima, guarda al cattolicesimo, al buddismo. Soprattutto Miller ha la gioia di vivere mentre questo gregge è irrequieto, criptico.

Big Sur. Nei boschi, in una capanna solitaria vive Miller. Dopo anni da cavaliere errante cerca riposo e pace. Un monaco. Nel 1960 dovrebbe ricevere la visita di Kerouac ma questi è alcolizzato, quasi folle. Il confronto tra i reduci di due dopoguerra, Henry era appartenuto alla generazione perduta della prima raggruppata a Parigi, il più giovane al secondo dell’abbondanza matrigna in America. Due alieni, schiodati dai ritmi tumultuosi di quella civiltà che disprezzavano, odiavano.

No, incontro immaginato e mai avvenuto benché Jack fosse vicino, ospite di Ferlinghetti. Una comparazione mancata per le lacerazioni, lo stupore di Jack. Le sue condizioni precarie. Miller gli scriverà la prefazione per il romanzo The Subterraneans. Esagera: “Ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa che essa non potrà rifarsi una verginità… Dopo aver letto lui è difficile ritornare a Hemingway, Steinbeck…“ Scherziamo? Da ragazzi eravamo tutti nel sacco a pelo con Maria di “Per chi suona la campana”. E che passione! Abbiamo consumato il telo.

Sul principio degli anni ’60 si spacca il sodalizio Kerouac e Ginsberg, il poeta del poema “Urlo” contro il Dio Moloch, il Capitale. Kerouac: “E io dico come Joyce ha detto a Ezra Pound non mi seccare con la politica, mi interessa solo lo stile.” Mistico, questa la ragione della frattura. Nel 1966 la Pivano intervista Kerouac e gli chiede: “Perché sei così disperato, cosa vuoi?” Lui, gesticolando: “Voglio che Dio mi mostri il volto.” I mozziconi a bruciargli le dita.

Ginsberg andrà oltre mentre Kerouac si spegne a soli 47 anni, compromesso dall’alcolismo, candela consumata, nel 1969. Nei processi che colpiranno le opere della compagine beatnik gli avvocati faranno ricorso usando l’assoluzione di Miller. Il movimento liberatorio esalerà il suo respiro di angoscia e allegria rosicchiato dal tempo, dal demone della tecnologia, dalle droghe. I ribelli diventano moda e mercato: dallo hipster alla yucca, gli anticonformisti addomesticati e trasformati in tanti tronchetti di felicità. La politica Circe con il canto incanto di Bob Dylan. Nell’agosto del 69 a Woodstock il concerto oceanico, 400.000 presenze, un trionfo ma negli effetti un commiato. Tripping balls: palle inciampate, strafatti.

Il 7 Giugno del 1980 Henry Miller muore in California, a Pacific Palisades e le sue ceneri sono affidate al vento. Un pugno di polvere è lanciato e svolazza insieme ai fiori di una illusione forse svanita.

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