Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

Recensione a: Ch. Lasch, Contro la cultura di massa, a cura di J-C. Michea e con prefazione di V. Giacopini, Eletheura, Milano 2022, pp. 120, € 14,00.

Tra le varie riviste culturali a cui Christopher Lasch (1932-1994) partecipò assiduamente durante la propria vita, merita una certa attenzione, nell’economia del suo pensiero, “democracy”, fondata e diretta dal teorico politico dell’Università di Princeton Sheldon Wolin tra il 1981 e il 1983.

Come si evince sin dal primo editoriale presente sul primo numero del trimestrale, Wolin intendeva, mediante tale progetto culturale, rivitalizzare una tradizione di pensiero, quella dell’autogoverno democratico, che negli USA in particolare egli vedeva assai precaria. Sebbene visse solo per tre anni, a causa di problemi logistici e, prima di tutto, economici – basti pensare che la remunerazione per un articolo ammontava a trecento dollari e un saggio-recensione appena cinquanta dollari in meno – la rivista fu per Lasch cruciale nella sua maturazione intellettuale.

Il sociologo e storico delle idee americane aveva già pubblicato due importanti libri, Rifugio in un mondo senza cuore (1977) – il libro che l’autore, in una tarda intervista, ammise di reputare il più importante e il più difficile che avesse mai scritto, insieme a Il paradiso in terra (1991) – e La cultura del narcisismo (1979), ovvero il volume che lo rese, e lo rende tuttora famoso. Inoltre, sin dal volume sulla famiglia, che rimane il testo fondamentale per capire l’autore e che fa da apripista in qualche modo ai successivi, Lasch aveva maturato il convincimento che ad un radicalismo politico di stampo jeffersoniano – in sintesi, la democrazia come autogoverno delle comunità locali e decentrate – si dovesse accompagnare un conservatorismo di stampo culturale, certamente distante da quello sostenuto dei neoconservatori che egli considerava, a ben vedere, dei liberals.

La rivista, il cui primo numero, come detto, fu del gennaio 1981, ma che in realtà prese forma già nel 1979, l’anno prima della vittoria di Ronald Reagan alle elezioni presidenziali, aveva come obiettivo la critica di un sistema politico, ma anche economico, con conseguenti riverberi sociali, caratterizzato da un sempre più acuito scollamento dell’alto rispetto al basso e dalla crescente saldatura tra potere politico ed economico. Come sostenuto in un documento reperito durante un periodo di ricerca di archivio presso l’Università di Rochester, New York, dove Lasch insegnò tra il 1970 e il 1994 e dove è custodito appunto l’archivio del pensatore, “democracy” si proponeva di colmare tale dissociazione tra cittadini e potere politico, andando a proporre un radicale decentramento politico, economico e dunque sociale (Lasch Papers, Box 7d, Folder 11). Il risultato dell’insularità crescente di un’élite e, ancor meglio, di un’oligarchia tendenzialmente chiusa e impermeabile e di matrice liberal, era l’erosione delle stesse basi democratiche: autogoverno delle comunità, senso comune, tradizioni locali, in sostanza la stessa indipendenza individuale richiesta a una vera democrazia (in senso jeffersoniano). Si può così capire il titolo della rivista medesima, dove il sostantivo democrazia non viene indicato con la lettera maiuscola, in quanto ciò lascerebbe presagire un’astratta e universalmente esportabile esperienza – in realtà teoria, o anche ideologia, se si preferisce – politica: la democrazia che aveva in mente Wolin, e così Lasch, era invece l’esperienza concreta, diretta e decentrata delle comunità che, attraverso gli individui e le associazioni spontanee a cui essi danno vita, creano le condizioni per l’autogoverno.

Tra i suoi vari contributi alla rivista, nel quarto numero della rivista, risalente a ottobre 1981, Lasch pubblicò il saggio Mass Culture Reconsidered (“democracy”, October 1981, pp, 7-22), che già la rivista “Tempo presente” tradusse ormai quasi trent’anni orsono (La cultura di massa in questione, “Futuro Presente”, 4, 1993, pp. 77-90) e che ora la casa editrice “Eletheura” ripropone sotto forma di libro, Contro la cultura di massa (2022), e con alcuni scritti di un culture dell’opera laschiana, il filosofo francese Jean-Claude Michea (tra i quali le prefazioni da lui scritte ai volumi di Lasch La cultura del narcisismo e La rivolta delle élite, 1995).

In tale scritto, il secondo pubblicato sulla rivista – il primo fu Democracy and the “Crisis of Confidence”, “democracy”, 1, January 1981, pp. 25-40 –, Lasch criticò alcune posizioni, segnatamente quelle di John Dewey e Thorstein Veblen, secondo i quali una qualche forma di visione illuminata da sostituirsi ai modi tradizionali di vita e di pensiero della gente comune doveva essere elaborata. In buona sostanza, sosteneva Lasch, tali autori ritenevano che le radici e i contesti in cui erano naturalmente inserite le persone potessero essere eradicati. Secondo Lasch un tale modello di «illuminazione delle masse», lo stesso progetto moderno di liberazione da vincoli tradizionali, risulta profondamente «fuorviante», giacché «non solo sottovaluta la tenacia e il valore degli antichi legami, ma produce la falsa impressione di una stagnazione intellettuale e tecnologica delle società “tradizionali”, inducendo al contempo a sopravvalutare in modo indiscriminato le conquiste della fervida mente moderna» (pp. 52-53). Infine, aggiunge Lasch, «non solo esagera gli effetti liberatori dello sradicamento, ma promuove anche un’idea svilita di libertà, ovvero confonde la libertà con l’assenza di vincoli» (p. 53).

Alla fine del suo intervento, Lasch avrebbe concluso asserendo come senza una qualche forma di radicamento, l’uomo, smarrito nella moltitudine, impersonale granello di quella «folla solitaria» di cui aveva parlato David Riesman in un importante volume (1950), e che influenzò non poco lo stesso Lasch, sarebbe potuto ricadere nel nazionalismo più aggressivo, proprio perché, da qualche parte, egli necessita di ritrovare una qualche forma di comunità, che non sia l’asettica macchina burocratica statale. Come aveva sostenuto Simone Weil ne L’enracinement (1943, ma pubblicato nel 1949) il bisogno di comunità è forse la più fondamentale necessità di cui l’uomo sente la mancanza in sua assenza. Echeggiandola, Lasch sostiene che «l’indebolimento di ogni forma di associazione popolare spontanea non elimina il desiderio di associazione. Lo sradicamento – sentenzia quasi Lasch – sradica tutto, salvo il bisogno di radici» (p. 79). Una qualche forma di particolarismo, inoltre, è il più importante e più strenuo bilanciamento all’espansione del Leviatano e alla centralizzazione politico-economica che Lasch paventava: senza comunità forti e individui radicati, nonché in grado di maturare la necessaria indipendenza dall’esterno proprio in virtù dell’autogoverno esperito a livello comunitario, il potere imperversa e la libertà non trova terreno fertile in cui germogliare e prosperare.

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