Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

Recensione a: G. Portonera, Antonin Scalia, IBL Libri, Torino 2022, pp. 212, euro 14,00.

Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti tra il 1986 e il 2016, il primo italo-americano, nominato durante l’amministrazione Reagan, Antonin Scalia (1936-2016) è ora oggetto di un importante volume monografico da poco uscito nella collana dei “classici contemporanei” dell’Istituto Bruno Leoni. L’autore, Giuseppe Portonera, Forlin Fellow del medesimo centro di ricerca e dottore di ricerca in discipline giuridiche presso l’Università Cattolica di Milano, ha esplorato il percorso biografico e intellettuale del giudice dalle origini siciliane enfatizzandone la singolarità nel metodo di interpretazione giuridica. Un testo, come è già stato notato, che costituisce quasi un unicum giacché la personalità trattata è stata fin qui ben poco studiata.

Scalia, infatti, si è fatto propugnatore di quel metodo di interpretazione delle norme giuridiche denominato “originalismo” o “testualismo”, secondo il quale il giudice deve ricercare il significato originario del testo e a questo attenersi, anziché, come sovente avviene, rifarsi a elementi extra-testuali o a considerazioni relative alla propria preferenza politica, economica, sociale. Per Scalia, insomma, le leggi e la Costituzione devono essere interpretate secondo il significato datone dal cittadino vissuto al tempo della promulgazione delle stesse. In ciò, in buona sostanza, sta l’opposizione all’interventismo giudiziario che andrebbe così a ledere quella separazione dei poteri alla base di una società tendenzialmente libera. I giudici, in quest’ottica, quella di Scalia s’intende, devono limitarsi, e non è poco, ad assolvere il proprio compito, ovvero interpretare le norme, non adattarle ai tempi, come se fossero materia riplasmabile ad libitum.

L’approccio difeso da Scalia, come ricorda l’Autore, è qualcosa di più di un semplice metodo interpretativo. È una teoria sulla genesi dell’obbligazione politica imperniata, in primo luogo, sul principio della separazione dei poteri, tale per cui ciascuno di essi si deve limitare solo e solamente a svolgere il proprio compito; in secondo luogo, poi, gli individui osservano le regole, ritenute legittime, in quanto hanno preso parte direttamente o indirettamente alla loro formazione. Il che significa, in sostanza, che l’elettorato può premere per una loro modifica se dovessero risultare ad esso inadeguate. Si tratta, nota Portonera, «di mantenere viva la ripartizione di poteri e responsabilità tra elettori, eletti e magistrati, senza accedere a un modello che potrebbe invece definirsi “collaborativo”, ossia uno in cui, semplificando, l’istituzione giudiziaria sia parte attiva della promozione del cambiamento sociale» (p. 95). Secondo Scalia, il miglior modo di tutelare una società libera è quella di evitare di promuovere la produzione, la creazione di nuovi diritti, rispettando invece il diritto, vero bastione della libertà delle persone.

Come ricorda l’Autore, citando uno degli ultimi dissents del giudice, consentire che un’aristocrazia, com’è quella dei giudici della Corte Suprema, possa arrogarsi la pretesa di trasformare dall’alto la società, secondo un principio se si vuole di carattere ortopedico-pedagogico, mina alla radice la concreta e vivace espletazione di una società democratica responsabile:

Permettere che [una] questione politica […] sia considerata e risolta da un gruppo ristretto, aristocratico, del tutto non rappresentativo, di nove individui significa violare un principio ancora più fondamentale del no taxation without representation; no social transformation without representation (p. 160).

Nel pensiero di Scalia, a ben vedere, assume rilevante centralità l’idea che il potere, per essere il più possibile reso incapace di nuocere, deve essere limitato e sostanzialmente diviso: «è nella frammentazione e nella diffusione dei poteri che si ritrova la prima garanzia di una società libera» (p. 14).

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