Andrea Giuseppe Cerra è dottore in Scienze del Governo e Politiche Pubbliche presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli studi di Trieste. Presso il medesimo dipartimento giuliano è cultore della materia in Storia contemporanea. Dottore di ricerca in Scienze Politiche, XXXIV ciclo, presso l’Università degli Studi di Catania, dove è cultore della materia in Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche. Collabora alle pagine culturali de «La Repubblica» di Palermo e de «Il Piccolo» di Trieste.

Recensione a G.S. Rossi, Ladri di biciclette. L’Italia occupata, la guerra civile 1943-1945, la memoria riluttante, Rubbettino, Soveria Mannelli 2023, pp. 174, € 15,00.

«Le parole se ne vanno – infatti – e le carte rimangono. Guai a scrivere! Consiglio a tanti falsi eroi, avventurieri politici d’ogni tempo e d’ogni colore, di farne d’ogni genere e di vessare, intimidire, minacciare, discorrere a volontà; ma mai di lasciarne traccia scritta», potentissimo il monito di Luigi Bartolini, autore di un testo che ha segnato il dopoguerra italiano. Un viaggio che ha inizio da due storie molto diverse tra loro. Da una parte il libro Ladri di biciclette di Bartolini, dall’altra l’omonimo capolavoro neorealista di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini. Gianni Scipione Rossi prende le mosse da quegli anni tormentati nell’ultimo suo volume edito da Rubbettino.

La pellicola “Ladri di biciclette” è tra le prime testimonianze di come molti intellettuali italiani non abbiano avuto il coraggio di rappresentare senza reticenze, con le sue luci e le sue tragiche ombre, il periodo che va dal 25 luglio 1943 alla Liberazione del 25 aprile 1945. Camuffare, distorcere, sorvolare, occultare: queste furono le parole d’ordine. Il film racconta la Roma del 1948 affranta del dopoguerra, che con fatica, come tutta l’Italia, cerca di rinascere. Ma il romanzo narra di un furto avvenuto nel settembre 1944, quando la città, dopo quella nazista, subisce l’occupazione angloamericana.

Il testo di Scipione Rossi tocca più volte le corde dell’Adriatico Orientale e alcuni suoi protagonisti. È il caso di Attilio Tamaro, il quale riceverà notizia del fallimento di ogni ulteriore trattativa per fare incontrare il Duce e il presidente Roosevelt. Neppure Fulvio Suvich, ambasciatore a Washington dal 1936 al 1938, riuscì a convincerlo, nonostante la disponibilità del presidente americano. Sarà proprio Suvich a riferirlo a Tamaro, che il 15 giugno del 1941 lo incontra a Trieste. E appunta: «Suvich. Durante la sua ambasciata a Washington Roosevelt propose due volte un convegno a Mussolini: suo desiderio, un incontro a Madera, dove si sarebbe recato su una nave da guerra. Sono sicuro, diceva, che noi c’intenderemo subito, e raccomandava vivamente la cosa a Suvich. Mussolini non si lasciò persuadere e rispose dilatoriamente, che voleva dire rifiutare». Figura di straordinario interesse quella di Tamaro, di cui l’autore si è già occupato. Ministro plenipotenziario a Berna, nel giugno del 1943 era stato espulso dal Pnf e richiamato con l’accusa di filoebraismo. Un biennio in cui la storiografia ha legato parte delle sue considerazioni attorno alle memorie soggettive e di come queste non si possano scambiare l’una con l’altra. In Italia, ma soprattutto in un territorio come l’Adriatico orientale. Nel 1946 Einaudi aveva rifiutato la pubblicazione di De profundis di Salvatore Satta. Il giurista lo scrisse tra il giugno del 1944 e l’aprile del 1945 a Pieris d’Isonzo, in Friuli, dove si era rifugiato con la famiglia. Nel biennio 45-46 Satta fu rettore dell’ateneo triestino. Uscirà in sordina nel 1948 per la Cedam di Padova, e su di esso per decenni scese il silenzio. Fino al 1980, quando lo riscoprì l’Adelphi diretta da Roberto Calasso. Satta condannava drasticamente il regime fascista, ma si focalizzava sulla posizione di coloro che – fra il 1943 e il 1945 – «non sono con l’uno o con l’altro straniero, non sono con questa o quella fazione che dall’uno o dall’altro straniero aspetti ancora la libertà».

È il biennio della guerra perduta di Mussolini, la guerra che gli italiani non volevano. Il biennio della cosiddetta “morte della Patria”, della guerra civile, di chi combatte e di chi sta a guardare, de La casa in collina di Cesare Pavese. Il tempo della sofferenza e dell’ambiguità. Gianni Scipione Rossi ricostruisce attraverso le riviste, i diari, le memorie, la cinematografia dell’epoca quei giorni, aiutandoci a comprendere perché sia stato così difficile fare collettivamente i conti con quel passato.

[articolo originariamente uscito sul quotidiano “Il Piccolo” di Trieste, il 18 giugno 2023, p. 35]

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