Andrea Giuseppe Cerra è dottore in Scienze del Governo e Politiche Pubbliche presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli studi di Trieste. Presso il medesimo dipartimento giuliano è cultore della materia in Storia contemporanea. Dottore di ricerca in Scienze Politiche, XXXIV ciclo, presso l’Università degli Studi di Catania, dove è cultore della materia in Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche. Collabora alle pagine culturali de «La Repubblica» di Palermo e de «Il Piccolo» di Trieste.

Viaggiare con le parole. Catturare con gli occhi e poi affidare alla scrittura l’emozione della scoperta di nuovi luoghi, di nuovi sguardi.

Lo sapeva far bene Carlo Levi, il torinese del Sud. Levi aveva visitato la Sicilia (tre volte tra il 1951 e il 1955) e la Sardegna (due volte, nel 1952 e nel 1962). Le opere che restituiscono l’esperienza di questi viaggi, Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia e Tutto il miele è finito, hanno reso Levi uno dei maggiori esponenti della letteratura di viaggio in Italia. In Sicilia Levi va alla scoperta di un territorio che ha sofferto la strenua lotta del contado e vuole constatare personalmente gli effetti della riforma agraria.

Non mancano vibranti descrizioni dei paesi etnei, di Catania, Acitrezza e del mare dei Ciclopi, luoghi legati alla memoria dei Malavoglia di Verga ed alla recente realizzazione del film La terra trema di Visconti. Il viaggio sull’Etna ci offre la suggestione di un intellettuale di impegno civile. Da Bronte, città famosa nel Risorgimento per le scontro con le truppe garibaldine, e custode della Ducea di Horatio Nelson, l’eroe di Trafalgar. Ma la discesa verso Randazzo, che Carlo V proclamò civitas nel 1535, è accompagnata dalle prime ombre della sera e attorno al vulcano «si allungavano, tirati dai venti, i fusi colorati dalle nubi». Randazzo città di bellezza scura come la pietra lavica che ne sovrasta le fondamenta. Pietra nera e bianca si uniscono in un amplesso monumentale. In un tour tra i vigneti cari ai contemporanei principi del nettare divino, da Angelo Gaja a Frank Cornelissen, ci si ritrova a Linguaglossa per un incontro pubblico. Al piccolo borgo etneo offre la sua ammirazione «tra le pinete e le sciare, sotto il nero, il rosso e l’azzurro del vulcano coperto di neve» e dona un suo dipinto, Contadino siciliano. E con l’arrivo delle tenebre capeggiava una luna piena e rotonda, illuminando di luce fredda le colate laviche e i boschi, custodi di una Storia millenaria.

Ma il viaggio siciliano ha inizio col ritorno al paese natale di Vincent Impellitteri, un italoamericano divenuto sindaco di New York. L’intero paese di Isnello partecipa all’evento, celebrando se stesso nella figura del migrante che ha fatto fortuna. L’episodio rappresenta il desiderio di realizzazione individuale, il self made man, che ci richiama all’agognato sogno americano.

«Levi corre in macchina verso il cuore della Sicilia», scrive l’italianista Dario Stazzone, raggiungendo Bagheria e le sue ville barocche. L’occhio di Levi si sofferma con attenzioni sui personaggi «umili», occasionalmente incontrati «Uomini coperti di terra, con le braccia e le mani incrostate di terra, e terra sui visi incrociati, sulle camicie strappate, sui pantaloni, sui piedi nudi». Nei colori aridi e violenti della zona, ritrova le forti cromie che caratterizzano la pittura di Guttuso «che qui è nato; e qui (pensavo) si vede come la sua pittura sia vera e fedele alla terra».

Levi era nato nel 1902, e a centoventi anni dalla sua nascita la Sardegna lo ricorda con una mostra intensa al MAN di Nuoro (in mostra dall’11 febbraio al 19 giugno). L’esposizione, Tutto il miele è finito. La Sardegna, la pittura, curata da Giorgina Bertolino, si sofferma sul valore che Levi riconosce al viaggio come felice esercizio artistico.

I paesaggi dipinti di Carlo Levi rendono omaggio alla consistenza minerale dei terreni, al colore delle argille, alla morfologia di una collina esposta al vento. In Sardegna, i suoi paesaggi scritti implicano il corpo, l’esperienza fisica sul terreno, il contatto con un passato amalgamato al suolo del presente, l’ascolto dei suoni, dei canti e delle voci delle persone. Tutto il miele è finito un libro-paesaggio, che anticipa quella che oggi chiamiamo antropologia del paesaggio ed ecologia della cultura. «Oltre l’idea di un paesaggio pacificato, cristallizzato dalle retoriche della bellezza, i paesaggi sardi di Carlo Levi conservano ancora intatta la loro capacità dinamica, cognitiva, politica» scrive la curatrice. La Sardegna vista da Levi è un insieme zone di tradizione pastorale e agricola, in cui si scorgono scintille moderne: le miniere di Carbonia, città artificiale di fondazione fascista, divenuta città proletaria di sardi, siciliani, veneti, romagnoli, toscani. Stanze piene di telai e di operai nel laboratorio di tappeti in un paese del Gennargentu, una piccola impresa artigianale condotta da madri e figlie che, esperte del mercato italiano e internazionale, raccontano dei grandi magazzini e delle loro esposizioni a New York. Due “isole mondo”, Sicilia e Sardegna, unite nello sguardo di un torinese perdutamente innamorato del Sud. Luoghi illuminati d’amore e accessi di speranza.

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