Andrea Giuseppe Cerra è dottore in Scienze del Governo e Politiche Pubbliche presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli studi di Trieste. Presso il medesimo dipartimento giuliano è cultore della materia in Storia contemporanea. Dottore di ricerca in Scienze Politiche, XXXIV ciclo, presso l’Università degli Studi di Catania, dove è cultore della materia in Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche. Collabora alle pagine culturali de «La Repubblica» di Palermo e de «Il Piccolo» di Trieste.

Recensione a: S. Gentile, L’isola del potere. Metafore del dominio nel romanzo di Leonardo Sciascia, Bonanno, Acireale 2021, pp. 132, euro 15,00.

«Considero il potere non già alcunché di diabolico, ma di ottuso e avversario della vera libertà dell’uomo. Sono tuttavia indotto a lottare perché all’interno del potere si abbiano ricambi, possibilità di “alternative”, novità, una migliore organizzazione della giustizia, una libertà sempre più ampia» scriveva Sciascia ne La Sicilia come metafora.

Una Sicilia strettamente legata alle dinamiche e alle volontà dei più forti, attraverso lo sguardo e il magistero di Leonardo Sciascia. Se ne occupa Sara Gentile, politologa catanese e professeur invité al CEVIPOF di Sciences Po di Parigi, nel suo saggio L’isola del potere. Metafore del dominio nel romanzo di Leonardo Sciascia, in cui ritorna a ripercorre la produzione narrativa di Sciascia, estraendone le geometrie sotterranee: il potere degli uomini e quello delle istituzioni e degli apparati, il potere della Chiesa e dei notabili, quello della mafia e dei partiti, ma anche quello del linguaggio e del sapere. Eppure il potere sul singolo individuo può spingersi ancora oltre, fino a diventare ”diritto” di offesa e di morte, tema che Sciascia racconta e sviscera con passione e lucidità in numerosi romanzi, spesso cercando nel passato – un «passato che si fa presente» drammaticamente – gli strumenti del dominio: la menzogna e la violenza.

Sciascia torna costantemente sull’idea che la Sicilia, terra amara, generosa, sospesa forse in un suo sogno di perfezione impossibile, da lui scandagliata palmo a palmo, esprima una società non giusta, non libera, non razionale. Ma la Sicilia è metafora dell’Italia tutta, un laboratorio nel quale «la linea della palma e del caffè ristretto» come dirà un personaggio di un suo romanzo, «sale di 500 metri l’anno» e fa in fretta a coprire il Paese tutto. Coloro i quali si scontrano coi potenti sono spesse volte additati come eretici. Lo era, tra questi Diego La Matina, «uomo di tenace concetto»: «L’anno successivo, 1645, Fra Diego è di nuovo davanti al sacro tribunale. Ancora una volta pronuncia formale abiura, ancora una volta è assolto. Tanta clemenza, da parte di un tribunale più noto per l’atroce severità dei suoi giudizi che per la sua indulgenza, è sorprendente […]».

Sciascia definisce in Morte dell’inquisitore l’eresia di cui è colpevole Fra Diego «più sociale che teologica», «sovvertitrice» dell’ordine costituito più che assimilabile ai tipi di eresia che solitamente il Sant’Uffizio perseguiva inesorabilmente, tanto da rendere difficile una condanna del tribunale ecclesiastico almeno per tre o quattro volte, fino a quando Fra Diego «sedusse alcuni forzati nelli suoi errori», tradusse insomma quella sua speciale eresia in vera e propria opera di propaganda e proselitismo.

Dagli eretici alla trasposizione allegorica sciasciana della Sicilia, Sara Gentile ci propone in questo denso e ben articolato saggio l’isola dal doppio volto, che assume diverse funzioni. Da una parte, nella sua “estraneità” rispetto al resto della penisola, nella sua totale insularità, rappresenta il luogo della non-ragione (contrapposto al luogo della ragione per eccellenza, ossia la Francia degli illuministi), regno in cui tutto il retaggio di abusi, soprusi, malgoverno si riproduce quotidianamente; la Sicilia, insomma, contiene, spesse volte, le espressioni e le caratteristiche negative di un sistema politico degenerato e ne rappresenta, come specchio ingigantito, la fisionomia.

Nell’affresco proposto dalla scrittura di Sciascia, la Sicilia è laboratorio, anche in questo caso, nel quale si radicano e si sviluppano a volte fenomeni criminali: la presenza di Cosa Nostra e della sua ramificata rete di potere illegale, il suo intreccio col mondo degli affari, con, dall’altra parte, la sovente latitanza di uno Stato che nega il suo ruolo a tutela del territorio e il suo legittimo uso della forza. Sciascia argomenta anche sul potere della Chiesa che «in collaborazione con lo Stato, vuole condizionare la volontà altrui nella convinzione di detenere la verità».

Sciascia scandaglia i meandri del potere, vestendo i panni dell’inquisito e dell’inquisitore, per dirla con Tino Vittorio.

La menzogna come fil rouge della classe dominante, ossia della mendacità del potere è un tema ricorrente nei romanzi dell’intellettuale di Racalmuto: «Così da classe dirigente a classe dirigente è stato ed è in Italia: Io ne ho dato un esempio – lontano – raccontando la vicenda dei “pugnalatori” di Palermo». Sara Gentile ci restituisce lo Sciascia scrittore politico, interprete della realtà sociale in senso radicale, perché ne denuncia lo spirito profondo del potere.All’immoralità e all’arbitrio contrappose «l’ossessione per il diritto e la giustizia».

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