Andrea Giuseppe Cerra è dottore in Scienze del Governo e Politiche Pubbliche presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli studi di Trieste. Presso il medesimo dipartimento giuliano è cultore della materia in Storia contemporanea. Dottore di ricerca in Scienze Politiche, XXXIV ciclo, presso l’Università degli Studi di Catania, dove è cultore della materia in Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche. Collabora alle pagine culturali de «La Repubblica» di Palermo e de «Il Piccolo» di Trieste.

«C’è tuttora spazio, a mio avviso, per la riparazione di qualche torto, per esempio quello fatto da tutti o quasi tutti gli studiosi e gli antologisti al siciliano Santo Calì, poeta assai più complesso e robusto, secondo me, dei suoi più celebrati conterranei Vann’Antò e Ignazio Buttitta». Riflessioni tratte da un editoriale di Giovanni Raboni sul Corriere della Sera (22 novembre 1997), a proposito di una tradizione letteraria del Belpaese in parte tradita e, in alcuni casi, vedi l’esempio del Calì, in parte dimenticata o non tenuta in considerazione in quanto “fenomeno di provincia”.
Etneo di Linguaglossa, nato il 21 ottobre 1918. Raffinato intellettuale dalla produzione assai vasta, che va dagli scritti di impegno civile alla poesia, passando per la saggistica sino alle traduzioni dal latino al vernacolo. Calì muore a Linguaglossa il 16 dicembre 1972. A cinquant’anni dalla scomparsa si rende omaggio al suo vissuto intellettuale e politico, intimamente legato al luogo natìo, in cui cimenterà la stragrande maggioranza della sua narrazione e a cui affiderà, attraverso la potenza evocativa dell’idioma locale, il messaggio interpretativo dei suoi scritti. Ebbe modo di confrontarsi, ne abbiamo testimonianza grazie al carteggio preservato, con figure di primo piano dell’intellighenzia del tempo. Tra queste ricordiamo l’epistolario intrattenuto con Sciascia.
Il maestro di Racalmuto conobbe e lesse le opere di Calì e ciò lo spinse, riscontrandone il talento, a consigliargli di rinunciare alla cosiddetta ammuina dei paratesti, come prefazioni, traduzioni, note, grafiche, per approcciarsi, invece, a seguire l’esempio del più noto Ignazio Buttitta.
L’occasione di un confronto a distanza con Sciascia fu però sfruttata dal Calì per manifestare quella che considerava una distanza notevole nella interpretazione del ruolo rivestito dal vernacolo nella narrazione, ritenendo Buttitta e il suo dialetto un «paladinu di sponda di carrettu». Calì ribatteva a Sciascia sottolineando la sua idea di popolarità: «Io scrivo in siciliano nel siciliano “turco” dei braccianti, dei pastori, dei tagliaboschi della Provenzana, dei pescatori di San Marco e di Schisò. Sono nato, cresciuto e pasciuto fra di loro. Parlo il loro linguaggio, che a volte è aspro più di una sorba acerba, a volte più dolce di un dattero maturo. Il dialetto imborghesito, pianificato, sterilizzato lo lascio a te e a Ignazio Buttitta».
Sciascia e Calì sono accomunati anche dal rapporto che ebbero coi loro paesi, vere e proprie topografie dell’anima. Linguaglossa è, per certi versi, simile al microcosmo di Racalmuto: una singolare e intensa liaison documentata da ricerche colte e appassionate in cui intreccia e sovrappone sapientemente memorie collettive e prospettive di luoghi, saldando il passato di una comunità montana con la storia nazionale: una metafora del mondo, insomma, per dirla con Rosario Castelli.
Nel 1959 Calì pubblica un volume da consegnare alle future generazioni, alla gioventù di quegli anni. Il mio paese è il titolo del volume custodito praticamente in ogni casa linguaglossese e che nel 2018 fu ristampato sotto la cura di un editore instancabile, un sognatore: Angelo Scandurra, fondatore de “Il Girasole edizioni”.
La prolifica attività di Calì era rivolta anche ad avvicinare le classi meno abbienti alle arti e alla letteratura. Ne discendeva una lettura dei classici greci e latini ideologica e attualizzante, così come sottolinea Marinella Fiume nella introduzione del volume a sua cura del Nostro, I diavoli del Gebel. Leggendario dell’Etna, pubblicato dalla Gelka editrice nel 1995. Per Calì non era possibile rivolgersi a un serbatoio borghese. Nel parallelismo offerto da Salvatore Ferlita, ai nostri giorni possiamo rifarci all’esempio del poeta di Marsala Nino De Vita, che ha fatto della parlata della sua contrada Cutusìo la sua vera lingua, il dialetto rappresentava la lingua materna, delle origini, pietrosa, terragna. Una sorta di lessico tribale, di repertorio primitivo.
«Nella sua ricerca di un’identità nazionale siciliana, Calì si attesta, più che alla Magna Grecia (egli ch’era docente di lingue classiche nei ginnasi) alla civiltà araba, anche in omaggio allo splendore economico e culturale che l’isola attraversò durante la dominazione araba. Saraceni di Sicilia sono gli uomini della sua terra; è questa» scrive Giuliano Manacorda nella introduzione del 1980 all’opera postuma di Calì, Yossiph Shyryn «qualcosa di più di una metafora, un legame reale di storia, di sangue, di nomi, è l’opzione per la parte emarginata del suo popolo». Calì amava profondamente la sua “piccola Patria” a cui riservò un posto di primo piano nella sua produzione letteraria; e tuttavia non la esaltò mai con spirito campanilistico e provinciale, ma, al contrario, decise di restituirla al rilievo nazionale con la dignità letteraria. Grazie ai suoi scritti, su cui si sono formate generazioni di linguaglossesi e non solo, le parole di Calì rimasero e rimangono vive nella memoria isolana. Esse sono forti e visionarie. Parole a volte dolci ma a volte dure, come le pietre, avrebbe detto Carlo Levi.

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