Stefano Berni (1960) è docente di Filosofia e scienze umane nei licei. È stato professore a contratto presso la cattedra di Filosofia del diritto dell’Università di Siena, assegnista e dottore di ricerca. È tra i fondatori e nel comitato scientifico della rivista “Officine filosofiche” dell’Università di Bologna e Presidente della Società Filosofica Italiana di Prato. Le sue ultime pubblicazioni sono: Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico (Pisa 2018); Etiche del sé. Foucault e i Greci(Firenze 2021); L'alchimia del potere. La filosofia politica di Hannah Arendt (con Antonio Camerano; Milano 2022).
Recensione di Flavio Felice (a cura di), Lo sguardo politico dei grandi narratori, Rubbettino, 2023
Merleau Ponty sosteneva che un grande romanzo dovesse contenere perlomeno un paio di idee filosofiche. Oggi, invece, la narrativa si è involuta e, per cercare di accattivarsi il lettore, cerca di assomigliare più al cinema che alla filosofia. Se si leggono i romanzi contemporanei, questi sembrano simili a delle sceneggiature, con la descrizione dei piani sequenza e dei dialoghi facili e ricorrenti. Invece, in questa serie di saggi curati da Flavio Felice, si cerca di mostrare come, soprattutto nei grandi narratori del XIX e XX secolo, non siano mai mancati, dentro i loro racconti, delle fondate esperienze e dei seri riferimenti filosofici e politici. La letteratura oggi dovrebbe di nuovo emanciparsi dal cinema, dalla televisione, dalle immagini dei social, che in parte ha contribuito a creare, e riprendersi il primato che le spetta, non più rappresentando e descrivendo il reale ma lasciando all’io il compito di riflettere su sé stesso e sul mondo. È qui che oggi dovremmo misurare la grandezza di un’opera letteraria: sulla base della rilevanza filosofica e delle esperienze pedagogiche e politiche. È all’interno di questa cornice che alcuni docenti universitari di storia politica e filosofica italiani dedicano, in questo collettaneo, alcuni interventi su grandi scrittori. Vi è appunto, nel curatore, «la consapevolezza che siano conservate più conoscenze politiche, economiche e sociali in una pagina di un classico della letteratura che in tutti i trattati di scienze sociali che siano mai stati scritti».
Certamente, con il periodo definito “postmoderno” gli scrittori si sono specializzati e sono divenuti dei meri narratori di microstorie, perdendo quel primato di intellettuale impegnato, anche se controvoglia, che si proponeva non solo di de-scrivere il mondo, ma di commentarlo e di comprenderlo. Ma in questo testo, non a caso, si ripropone l’attenzione a grandi scrittori come Leopardi, Manzoni, Cooper, Dostoevskij, Eliot, Orwell, Huxley, Camus, Pomilio, Wallace. La postfazione di Dario Antiseri, importante filosofo italiano da poco scomparso, è la giusta cornice di un libro in cui le vie di fuga rappresentano le possibili alternative al mainstream sociopatico della narrativa tardocapitalista e postmoderna. Antiseri, riprendendo importanti autori come Popper, Cassirer, Gadamer, Goodman, riflette sul tema della tradizione che non rifiuta le novità ma le inserisce in un pensiero coeso e critico laddove la tra-dizione non significa solo tornare dogmaticamente al passato, ma significa letteralmente “tra-dire” per oltrepassare sé stessa e promuovere ulteriori conoscenze.
Come ricorda nel titolo della sua postfazione, Antiseri suggerisce «in che senso arte e letteratura offrono conoscenza con mezzi non scientifici». Di fatto, «la letteratura è uno strumento di conoscenza». Ma la conoscenza non si dà solo nel descrivere pedissequamente il reale, nel ripetere e nel riflettere mimeticamente ciò che si vorrebbe rappresentare; ciò non sarebbe che il ritorno del sempre uguale; sarebbe moda, trasgressione ma non arte. L’arte è qualcosa di più: è costruire mondi possibili, scenari nuovi, riflessioni e creazioni originali, che però permettano di vedere il mondo e sé stessi con occhi diversi, più consapevoli, più vicini. La lettura di un grande romanzo è un’esperienza personale, una interpretazione che cambia la vita, il modo di vedere il mondo che viviamo. Entro questa cornice analizziamo brevemente alcuni interventi proposti nel collettaneo.
Negli scritti su Leopardi, Nicolò Bindi rintraccia il concetto di illusione, quella credenza nel passato che faceva ricordare al poeta le fugaci passioni, i moti dell’animo piacevoli ma ormai caduchi, come quella nostalgia che prendeva il poeta stesso nel ricordare la sua infanzia e adolescenza fin troppo presto passate. Il senso storico degli Italiani, le loro perdute certezze, ha contribuito a degenerare la loro morale, perdendo il senso dell’onore e nel contempo a non riconoscersi più nell’altro, sviluppando un cinismo e un immobilismo morale che non avrebbe permesso facilmente una realizzazione di una identità nazionale.
Diversamente dal Leopardi, il Manzoni analizzato da Alberto Mingardi, vede nei milanesi la collera e la speranza: la collera e la speranza dei popolani, come Renzo e Lucia, che non solo vivono la storia ma la fanno e ne sono i veri protagonisti. Si rovescia la concezione storicista secondo la quale sono i grandi nomi a cambiare la storia. La storia viene dal basso. Qui, come nei grandi romanzi francesi e inglesi ispirati all’illuminismo e al romanticismo nazionalista, il popolo partecipa e vive i grandi cambiamenti, come era accaduto al tempo dei comuni italiani.
Chi rintraccia nel popolo le qualità di un cittadino ideale già imbevuto di sani principi etico-politici celebrandone l’onestà e il senso di giustizia è lo scrittore americano James Fenimore Cooper. Alberto Giordano, nel suo intervento, tratteggia i protagonisti principali dei romanzi dello scrittore come archetipi della democrazia americana. Certamente, entro questa cornice di uomini semplici ma onesti, era sempre possibile che emergessero figure ambiziose e egoistiche pronte a sfruttare il senso comune come il demagogo. Il rischio maggiore, in tale tipo di società, in cui è facile incontrarsi e collaborare, sono le lobby, “le fazioni”, «le macchinazioni di individui più inclini agli intrighi». Non è un caso che vi sia, per dirla con Hofstadter, uno «stile paranoide nella politica americana».
Chi individua il rischio di un facile ottimismo delle magnifiche sorti e progressive, è certamente Fëdor Dostoevskij che, per Maurizio Serio coglieva fin da subito i paradossi dei movimenti di emancipazione spinti ai limiti del parossismo e della confusione il cui esito era «una violenza cieca e distruttrice». Di fronte al disagio della civiltà, – in più celebrata come se fosse il prodotto di una razionalità superiore, – la sensibilità dello scrittore russo avvertiva prima di altri lo spaesamento, lo sconcerto, l’angoscia, lo spleen e metteva già precocemente in guardia dell’avanzare della società capitalistica e della reazione proletaria che però rinunciava nichilisticamente e definitivamente alla spiritualità, alla bellezza, all’arte.
Fra i grandi successori di Dostoevskij non possiamo dimenticare Albert Camus di cui ci parla Danilo Breschi. Non solo vi è nel romanziere francese la necessità di definire il concetto di nichilismo, nelle sue varianti di attivo e passivo, ma si riscontrano i temi esistenzialistici dello scrittore russo affrontati da Camus nella sua opera forse più controversa, L’uomo in rivolta. Breschi individua giustamente il compito fondamentale della letteratura e dell’arte e come esse siano collegate, alla «responsabilità personale». Per responsabilità si intende il porsi delle domande in primo luogo a sé stessi, alla ricerca dei limiti etici, della “misura”, della moderazione di cui la filosofia greca aveva segnalato la radicale importanza. Come scrive ancora chiaramente Breschi: «il vero nemico per l’uomo è il suo doppio, il lato oscuro che in sé ospita». Infatti, il rischio maggiore rilevato da Camus, che ancora oggi potrebbe valere per monito, è la hybris, l’arroganza, la tracotanza di Prometeo. Per questo occorre ricondurre l’uomo ai propri limiti, al giusto equilibrio tra natura e tecnica, tra individuo e collettività: quello che lo scrittore franco-algerino definiva «il pensiero meridiano».
Come Camus, anche George Orwell ha segnalato il pericolo dei totalitarismi. In particolare con il suo romanzo 1984, lo scrittore inglese comprese come fosse possibile, prima ancora della violenza, utilizzare la persuasione tecno-scientifica per indottrinare le masse. Ancora una volta Breschi, analizzando anche il pensiero di Huxley, comprende come il soft power oggi agisca così pervasivamente da «non trovare nulla di strano nel sorvegliarci da soli», assuefatti e immersi in una società della piena comunicazione. Il delitto perfetto, il potere lo riserva a coloro i quali consumano ininterrottamente, canalizzando i propri piaceri e desideri verso un sé mercificato, egocentrico e narcisista, incapace di pensare e di ricordare, vivendo solo nell’istante e nel qui e ora. Non è un caso, sottolinea Breschi, che il personaggio principale cerca di salvarsi tenendo un diario segreto. Il potere è così pervasivo e convincente che per Huxley (come per Arendt) non si dà differenza tra un mondo comunista, basato «sui principi della produttività e dell’efficienza», dal mondo fordista e capitalista americano. Ma il salto di qualità a cui ci stiamo sempre più approssimando, Huxley lo rileva quando capisce che impossessandosi delle emozioni il potere avrà definitivamente vinto. Basteranno una serie di pillole colorate per controllare artificialmente la felicità, il desiderio, la violenza, la rabbia, il piacere, il dolore, la noia. Noia come sentimento diffuso oggi tra i giovani e analizzato da Alfonso Lanzieri parlando di David Foster Wallace. Nella «solitudine di massa», nella «muta disperazione delle nostre città», nello spaesamento, gli individui, soprattutto se giovani, non riescono più a razionalizzare la noia. Non riescono a inventare scenari possibili, futuri probabili. Non sono più capaci, come suggeriva Arendt, di «dialogare con sé stessi», di pensare, di riflettere su sé stessi e sugli altri, rifugiandosi nel divertimento e nella distrazione, categorie che non sono alternative alla noia, ma, come suggeriva Alberto Moravia, proprio nel suo romanzo intitolato La noia, l’effetto della noia stessa.
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