Andrea Giuseppe Cerra è dottore in Scienze del Governo e Politiche Pubbliche presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università degli studi di Trieste. Presso il medesimo dipartimento giuliano è cultore della materia in Storia contemporanea. Dottore di ricerca in Scienze Politiche, XXXIV ciclo, presso l’Università degli Studi di Catania, dove è cultore della materia in Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche. Collabora alle pagine culturali de «La Repubblica» di Palermo e de «Il Piccolo» di Trieste.

«In tutto e per tutto sono stato a Trieste cinque o sei giorni della mia vita, in occasioni diverse e sempre per motivi di lavoro» scriveva Giampiero Mughini in In una città atta agli eroi e ai suicidi. Trieste e il «caso Svevo» (Bompiani 2011). Pochi incontri con la città dalla “scrontrosa grazia”, per dirla con Saba, ma sufficienti a ispirare un omaggio letterario e sentimentale. Son passati dieci anni da quel libro, ma l’intellettuale siciliano è rimasto profondamente legato a Trieste.

Ricorda la sua prima volta a Trieste?

Trieste è entrata nella mia anima prestissimo. Un luogo che ha parlato al mio cuore. In particolare, la figura di Italo Svevo la conobbi all’Università. Una delle poche cose che imparai lì. Il mio professore di Letteratura italiana contemporanea mi diede da leggere nel 1964 Una vita e Senilità. Libri di una modernità impressionante, mi sembravano scritti una settimana prima. Ricordo ancora il mio primo incontro in via San Nicolò con la libreria Saba. Trieste è una città che gronda cultura. Straordinaria.

Lei è particolarmente legato alle opere di Svevo.

Assolutamente sì. I primi due libri di Svevo escono nell’Ottocento, ma sono volumi ultra-novecenteschi. Chi conosce la bibliografia italiana novecentesca sa che le prime edizioni di Una vita e Senilità sono pressoché introvabili. In Italia, a quel tempo, quando uscivano i libri, il proprietario li faceva rilegare per conservarli meglio da autentici calzolai, i quali avvolgevano il libro in una suola per scarpe. Quando esce il mio libro su Trieste nel 2011, un mio amico mi avverte che un “bancalleraro” triestino mi offriva la prima edizione in brossura originale di Una vita. Un privilegio di cui mi onoro.

Saba e Svevo, uno per la prosa e l’altro per la poesia, sono stati in grado di dare voce a una città mitteleuropea, crogiuolo di identità. Qual era il rapporto tra i due?

Tutto ciò che riguarda Saba e Svevo è complesso. Ciascuno dei triestini, presi singolarmente, sono figure estremamente complesse. Saba ha avuto rapporti intensi con la malinconia, la depressione. Svevo ha scritto da impiegato di banca i suoi primi due volumi e poi smette di scrivere perché non li vuole nessuno. Lui per ventiquattro anni fa un altro mestiere, vendendo le cornici marittime del suocero, al tempo in cui questa produzione era molto proficuo. Dopo la Prima guerra mondiale l’azienda del suocero va a carte e quarantotto e Svevo torna allo scrivere con La coscienza di Zeno, con cui riceverà i primi apprezzamenti prima della sfortunata morte in un incidente d’auto. Un destino atroce.

Sul cammino dell’autore de La coscienza di Zeno incappò anche Montale, ma fu incontro casuale, nato dalle sollecitazioni di un altro grande triestino, Bobi Bazlen.

Bazlen era andato in Liguria perché cercava un lavoro, anche se non lavorò mai. Spinto dalla madre in questa ricerca, non trova un lavoro bensì Montale, a cui darà i libri di Svevo. Montale rimarrà sbigottito dalla grandezza letteraria di Svevo e ne sarà il primo cantore.

Il suo interesse per Trieste prosegue sino a qualche mese addietro, nella prefazione al catalogo curato da Simone Volpato sulla biblioteca di Manlio Malabotta, altro grande amante dei libri e del loro profumo.

Simone Volpato è uno dei più bravi librai antiquari d’Italia. Degno di Trieste. Negli ultimi anni ha condotto un lavoro eccezionale. Ha ritrovato le carte della Pittoni e la ha recuperate, facendo una serie di cataloghi inauditi, dove c’è una rivisitazione della grande cultura triestina e una sequenza strepitosa di edizioni originali. Da ultimo, poi, è andato a ripescare la biblioteca rimasta in casa del notaio Malabotta, una delle più affascinanti personalità culturali del Novecento giuliano. Trieste dove la tocchi suona. Magnifica.

 Trieste non solo città di letteratura, ma protagonista del Novecento italiano ed europeo. Nel bene ma anche nel male, penso alle leggi razziali. Molti subirono l’onta di quell’infamia, a partire da Saba.

Saba si rifugiò a Firenze perché l’aria era molto pesante. Intestò la sua libreria al suo commesso, Cerne, che gliela restituì al suo ritorno. C’è una sorta di percorso obbligato tra Trieste e Firenze per tutti gli scrittori triestini dell’epoca, penso a Slataper.

Di recente il dibattito pubblico nazionale ha ricondotto nell’agone le vicende legate all’esodo giuliano-dalmata e alla tragedia delle foibe. Una pagina di storia per molto tempo sottaciuta e che oggi diventa oggetto di scontro politico. Cosa manca a questo Paese per guardare con serenità e imparzialità ai drammi del proprio passato?

350 mila italianissimi che stavano in Istria, Fiume e Dalmazia, quasi una città quanto Bologna, se ne sono andati con le valigie in mano. I ferrovieri comunisti non volevano che scendessero giù dai treni perché li ritenevano dei fascisti, lo racconta Pupo in un suo libro. Strano che la vergogna del fascismo sia sotto gli occhi tutti, raccontata dalla cinematografia alla letteratura, e la vergogna del comunismo reale no. In Italia ci sono stati i comunisti migliori del mondo, eppure le loro colpe non sono poche. Cosa manca? Su tutti questi argomenti non esiste una cultura diffusa. Ciascuna fazione difende il suo orticello, proclama le sue sciocchezze. Nell’edicola dove vado ogni mattina non ho mai visto persone sotto i 35-40 anni. Per me questo è sintomatico.

[Intervista a cura di Andrea Giuseppe Cerra rilasciata da Giampiero Mughini per Ilpiccololibri, inserto culturale de “Il Piccolo” quotidiano di Trieste, Gorizia e Monfalcone, sabato 9 ottobre 2021].

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