Redattore

Nicolò Bindi (1991) si è laureato in Filologia Moderna all’Università degli studi di Pisa, discutendo una tesi su “Teoria e pratica del futurismo. Palazzeschi, Marinetti, Soffici”. Interessato principalmente agli aspetti stilistici, metrici e linguistici, sta concentrando le sue ricerche letterarie soprattutto sugli autori delle avanguardie storiche e del modernismo italiano ed europeo. Collabora con diverse associazioni culturali. È docente presso l'Istituto "Francesco Datini" di Prato.

Desiderio e realtà. Un frammento lirico di Clemente Rebora

«È una bella fissazione la mia; tanto più che la mia professione mi lascia poco tempo per vestirli decentemente cotesti miei poetici parti, come dicevasi un tempo; tanto più che – vecchi o recenti, gravi o labili – son tutti ugualmente inattuali in questo fragore italico, nel quale c’è altro da pensare». Così scriveva Clemente Rebora nel 1912 all’amico Angelo Monteverdi, riguardo il suo proposito di provare a pubblicare le poesie da lui scritte, in gran segreto, fino a quel momento.

Dubbi, ripensamenti, perplessità e sfiducia tormentano la mente del poeta. Tali tentennamenti, d’altronde, sembrano confermati l’anno dopo, alla pubblicazione dei Frammenti lirici. Edito per i tipi della «Voce», la critica del tempo si dimostra molto tiepida nei confronti del libro: dissonante e contorta nei ragionamenti, nella metrica e nell’uso della lingua, la poesia dei Frammenti lirici risulta di difficilissima interpretazione. Il suo stesso editore, Giuseppe Prezzolini, ammette di non aver compreso pienamente l’opera, e di aver faticato molto per convincersi a pubblicarla.

Proprio in virtù di questa loro tortuosità, i Frammenti lirici non hanno goduto di una vasta fortuna, anche all’interno della stessa produzione reboriana, solo recentemente vi è stata una globale rivalutazione di questo primo periodo artistico del poeta. A discapito del titolo, l’opera è in sé decisamente unitaria, come composta dai frammenti di «un solo poema che non sarà scritto» (Gianfranco Contini). A rendere complessa la lettura dei testi è il continuo alternarsi tra pensieri astratti e descrizioni concrete, l’uso indiscriminato di un linguaggio aulico e di termini colloquiali, l’assenza di una musicalità coerente nel tessuto metrico, caratterizzato da una estrema polimetria: i versi rispettano, almeno singolarmente, quasi sempre le norme prosodiche, ma si susseguono senza continuità di lunghezza e di ritmo, generando asimmetrie e spezzature.

Questo stile disarmonico non è dettato da una precisa volontà di dissoluzione del canone prosodico italiano, come invece accade nei versi di molti suoi contemporanei (si pensi ad esempio ai primi poeti futuristi), ma è specchio di qualcosa di più profondo. Vi sono poeti che, presi da un grande tormento, riescono a trasmettere il loro stato d’animo persino nella costruzione stilistica delle loro opere; Rebora, probabilmente uno degli autori più inquieti del nostro Novecento, fa sicuramente parte di questa cerchia. Il poeta è dilaniato, nel suo animo, da forze contrastanti e interrogativi irrisolvibili. I componimenti rappresentano l’irrequietudine di un pensiero in continuo movimento, alla ricerca di certezze. L’autore, in questa spasmodica ricerca, si trova sempre in mezzo agli opposti, ed è da questi continuamente attratto o respinto. Una poesia, quindi, che vive di contrapposizioni, quasi manichea, come si evince già dal primo frammento lirico, ovvero la poesia che apre la silloge, conosciuta anche con il titolo L’egual vita diversa urge intorno.

Composta di un’unica strofa di 35 versi, la poesia assolve pienamente il suo ruolo incipitario, mostrando senza indugi o eccessivi ricami lo spirito che anima tutta la raccolta. Non è un caso che questa, infatti, si apra con un evidente ossimoro, ovvero «L’egual vita diversa». Il brulicare della vita attorno a sé, ma il suo quasi meccanico ripetersi di giorno in giorno, spinge il poeta a una ricerca infruttuosa di un senso, per poi perdersi nel suo viavai. L’assecondare la vita che scorre sembra, esternamente, cosa usuale, ma nell’anima del poeta fa nascere un’oscura paura («cerco e non trovo e m’avvio / nell’incessante suo moto: / a secondarlo par uso o ventura, / ma dentro fa paura»). Questo sgomento è suscitato dall’inesorabile scorrere del tempo, che niente riesce a fermare, né l’abbandonarsi ai piaceri, né il perdersi nella contemplazione estatica delle cose («né i melliflui abbandoni / né l’oblїoso incanto / dell’ora il ferreo bàttito concede»). Questo inquietante senso di caducità opprime il poeta, che quasi disperatamente cerca di avventarsi sul tempo per fermarlo, quasi fosse un essere umano che fugge; nel suo pensiero, lo vorrebbe uccidere, liberarsene per sempre, nella realtà, il senso di oppressione è così alto da far venir meno il respiro («E quando per cingerti io balzo / – sirena del tempo – / un morso appena e una ciocca ho di te: / o non ghermita fuggi, e senza grido / nel pensiero ti uccido / e nell’atto mi annego»).

Fin qui non si ha che una riproposizione del tema della volatilità del tempo, trattato in maniera, tutto sommato, canonica. Nella sua seconda parte, invece, la lirica sembra cambiare completamente. La tensione e la cupezza dei primi versi lasciano spazio a immagini e pensieri più luminosi, come se un repentino lampo di speranza fosse balenato nella mente dell’autore: «Se a me fusto è l’eterno, / fronda la storia e patria il fiore, / pur vorrei maturar da radice / la mia linfa nel vivido tutto / e con alterno vigore felice / suggere il sole e prodigar il frutto». Il ritmo si addolcisce, negli ultimi tra i versi riportati si affaccia pure una certa regolarità melodica. La visione descritta fa completamente parte del mondo vegetale: l’esistenza del poeta è come un albero, in cui il tronco rappresenta l’eterno, probabilmente la parte immutabile dell’essenza della vita umana, la fronda che si stacca è la storia, intesa come mutevolezza dello spazio e del tempo, il fiore la vita effettivamente percepita, bella ma fugace. L’autore vorrebbe maturare direttamente dalle radici di questo arbusto, attingendo, quindi, tanto dalla sua natura eterna, quanto da quella mutevole, e donare così al mondo un bel frutto maturo.

Per fare questo, però, è fondamentale cambiare il ritmo stesso dell’esistenza. Se la quotidianità della vita contemporanea, con la sua fretta e le sue frenesie, genera paura e senso di vuoto, riavvicinarsi ai ritmi della natura, alla sua placidità e lentezza, provoca un certo senso di quiete e di luminosità; «suggere» la luce del sole «con alterno vigore felice» è l’unico modo per far maturare un frutto destinato, altrimenti, a rimanere acerbo. Anche il senso di asfissiante isolamento dei primi versi viene meno, con il manifestarsi del desiderio di sentirsi parte di qualcosa di più ampio («vorrei palesasse il mio cuore / nel suo ritmo l’umano destino»): vorrebbe che le bellezze del mondo e dell’anima umana potessero riportare ossigeno nei polmoni di coloro che, come lui, sentono l’affanno della quotidianità («e che voi diveniste – veggente / passїone del mondo, / bella gagliarda bontà – / l’aria di chi respira / mentre rinchiuso in sua fatica va»).

Tutto il componimento, quindi, si basa su una serie di contrapposizioni: l’eternità e il tempo, il ritmo umano e il ritmo vegetale, l’isolamento e la condivisione, l’asfissia e l’ossigeno. Più importante, però, è sicuramente è il contrasto tra realtà e desiderio. Lo «spettacolo del mondo» si offre a Rebora in maniera contraddittoria, suscitando in lui reazioni opposte: la volontà di divenire tutt’uno con ciò che esprime bellezza e bontà, la voglia di fuggire da ciò che distrugge e che opprime. Si ha, perciò, il desiderio di fermare il tempo, di poter attingere all’eterno, di potersi liberare dagli affanni della vita. Il canto di Rebora, però, non sembra riuscire ad andare oltre il “vorrei”: proprio nel momento in cui dovrebbe spiccare il volo si spegne, poiché consapevole della sua vanità. Ma vi è ancora una piccola possibilità di salvezza: che chiunque legga i suoi versi possa essere raggiunto dalla loro emotività, e che possa così capirne il senso; già questo risulterebbe un avvicinamento verso la condizione del poeta. È questo, infine, il motivo della scelta di Rebora di pubblicare i Frammenti lirici:

«Qui nasce, qui muore il mio canto:
e parrà forse vano
accordo solitario;
ma tu che ascolti, rècalo
al tuo bene e al tuo male:
e non ti sarà oscuro.»

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