Redattore

Nicolò Bindi (1991): è laureato in Filologia Moderna all’Università degli studi di Pisa, discutendo una tesi su “Teoria e pratica del futurismo. Palazzeschi, Marinetti, Soffici”. Interessato principalmente agli aspetti stilistici, metrici e linguistici, sta concentrando le sue ricerche letterarie soprattutto sugli autori delle avanguardie storiche e del modernismo italiano ed europeo. Collabora con diverse associazioni culturali.

L’abito che fa il monaco. Sulla poesia di Amanda Gorman

L’opinione pubblica ha sempre avuto un certo debole nei confronti del mito dell’enfant prodige. L’ultima riprova è l’attenzione mediatica nata attorno alla giovane Amanda Gorman, poetessa afroamericana. La ragazza, laureata in sociologia, attivista politica, è balzata agli onori della cronaca per essere la più giovane poetessa ad essersi esibita durante la cerimonia di insediamento del presidente degli Stati Uniti.

Per l’occasione, Amanda Gorman ha scelto una sua poesia intitolata The hill we climb, modificata ad hoc dopo i fatti di Capitol Hill. L’attenzione rivolta a questa esibizione ha suscitato in me curiosità, spingendomi così ad approfondire analiticamente il testo della giovane scrittrice. Purtroppo, la lettura non ha rispettato le alte aspettative create dalla promozione: The hill we climb è infatti un testo colmo di difetti.

I primi a risaltare sono i temi affrontati e la lunghezza. Il messaggio che The hill we climb vuol far passare è un misto tra un vago sentimento di liberazione e voglia di riscatto, ed è totalmente racchiuso in questo verso: «Somehow we’ve weathered and witnessed a nation that isn’t broken, but simply unfinished». Più in là di questo, non si va: questo concetto è ripetuto fino allo sfinimento per più di sessanta interminabili versi. Si vedano questi passi: «And yes, we are far from polished, far from pristine, / but that doesn’t mean we are striving to form a union that is perfect», «In this truth, in this faith, we trust, / for while we have our eyes on the future, history has its eyes on us. / This is the era of just redemption», «We will not march back to what was, but move to what shall be: / A country that is bruised but whole, benevolent but bold, fierce and free»; per quanto il dispiegamento retorico sia importante, l’autrice non riesce ad andare oltre il concetto “veniamo da un brutto passato, costruiamo un futuro migliore”. Il risultato è ridondante, pesante, noioso. La carica attivista di The hill we climb fatica, insomma, a uscire dai confini della prima strofa.

Un’analisi più attenta, poi, rileva una certa debolezza anche sul lato formale. Metricamente, assistiamo al tipico verso libero americano, che deve la sua nascita a Walt Whitman e ha la sua massima interpretazione in Ezra Pound e T.S. Eliot. Versi lunghissimi e brevi convivono, testimoniando una significativa tensione tra prosa e poesia. Ciò è presente anche in The hill we climb, anche se i due poli di attrazione stilistici non sembrano tra loro molto ben legati. A volte si ha quasi l’impressione di un componimento in versi a cui si sovrappongono pezzi in prosa senza alcuna cerniera metrica o ritmica – la prima strofa ne è un esempio. In virtù di ciò, è possibile analizzare separatamente le due parti.

La parte più prosastica tende prepotentemente verso il tipico stile del comizio: troviamo il coinvolgimento del pubblico, la ricerca di frasi ad effetto, l’estenuante ripetizione di un concetto politico. Tutti questi punti sono però sviluppati in maniera così palese, da risultare quasi goffa. La Gorman cerca di legarsi al pubblico tramite la martellante ripetizione del pronome personale “We”, di meravigliarlo e commuoverlo con frasi come «We, the successors of a country and a time where a skinny Black girl descended from slaves and raised by a single mother can dream of becoming president, only to find herself reciting for one», di rassicurarlo con concetti facili e familiari («We are striving to forge our union with purpose. / To compose a country committed to all cultures, colors, characters, and conditions of man»). Il tono è talmente declamatorio da assomigliare più al discorso scritto di un politico alle prime armi, piuttosto che al lavoro di una promettente poetessa.

Ora, si badi bene, il problema non sta certo nel fatto che si tratti di una poesia dai temi politico-sociali. Il Novecento trabocca di poesie del genere. La natura della questione è proprio metodologico: una delle caratteristiche principali della poesia di impegno sociale è la concretezza delle immagini che richiama. Si parla di fatti reali, di cose reali. Inoltre, il messaggio è solitamente dato dalla potenza e dalla schiettezza dello stile. Si pensi al testo di Hurricane di Bob Dylan (riferimento musicale, certo, ma non peregrino), oppure, come esempio nostrano, alla famosa P.C.I. ai giovani di Pier Paolo Pasolini. In The hill we climb prevale l’astratto, anche quando la poetessa fa riferimento a fatti di cronaca. In questi versi «We’ve seen a force that would shatter our nation rather than share it. / Would destroy our country if it meant delaying democracy. / This effort very nearly succeeded. / But while democracy can be periodically delayed, / it can never be permanently defeated». Amanda Gorman si riferisce al recente assalto al Congresso, ma invece di citarlo esplicitamente, di farne capire la ferocia tramite una descrizione cruda e solida, preferisce affrontare la questione con un fumoso discorso sull’imbattibilità della democrazia. Senza dubbio, il Dylan di Desire avrebbe fatto di meglio.

Anche le parti che tendono decisamente di più verso la poesia non sono convincenti. Le soluzioni formali sono discontinue e banali. Si segnala qualche fiacca rima baciata, come «It’s because being American is more than a pride we inherit. / It’s the past we step into and how we repair it», dove la ripetizione ad inizio e fine del secondo verso del pronome “it” produce un senso di artificiosità non consono a un componimento in versi liberi, o come «But while democracy can be periodically delayed, / it can never be permanently defeated», e qualche anafora dalla funzione enfatizzante, in cui non casualmente abbonda il pronome “we”.

Il punto veramente debole della poesia, però, è rappresentato dalle sue metafore. Emblematica è quella che dà pure il titolo alla poesia: « That is the promise to glade, the hill we climb, if only we dare» (corsivo mio). L’effetto è del già sentito: potrebbe benissimo essere il titolo di una canzone folk degli anni ’60. Non che questo sia indice di bassa qualità, ma denota quanto buona parte dell’impianto metaforico della poesia non presenti originalità o freschezza, e non sia altro che la riproposizione di un immaginario vecchio di cinque o sei decenni. La netta prevalenza di un linguaggio astratto, poi, contribuisce, come si è visto, a far perdere potenza alle immagini.

The hill we climb, in conclusione, non si presenta come un testo poetico riuscito. L’autrice si fa troppo spesso trasportare dalla retorica, a sfavore del contenuto e della forma. Il risultato è un logorroico elenco di concetti, immagini e frasi dal gusto propagandistico già viste e già sentite: niente in più rispetto a quanto non abbia già detto Woody Guthrie in This land is your land, se non la noia.

Il fatto che un testo del genere sia stato proposto ad una cerimonia importante come quella di insediamento, che negli anni ha visto la declamazione di versi ben più solidi, ben più belli, fa tornare alla ribalta, una volta di più, l’annosa questione della letteratura contemporanea: vale più l’opera o l’artista?

In questo caso, la risposta sembra scontata: Amanda Gorman è giovane, afroamericana, di provata fede democratica, femminista, cantrice, nelle sue poesie, di un certo impegno civile. A rendere ancora più succulento il curriculum, il suo desiderio di correre alle presidenziali del 2036, non certo tra le fila repubblicane. D’altronde, anche le testate giornalistiche si sono rivelate molto più interessate al personaggio, che alla poesia: gli articoli si soffermano sul numero dei suoi followers su Instagram e sulla dettagliata descrizione del suo outfit alla cerimonia di insediamento, quasi come fossero elementi chiave della sua poetica. La tragedia, però, è che forse è vero.

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