Redattore

Nicolò Bindi (1991) si è laureato in Filologia Moderna all’Università degli studi di Pisa, discutendo una tesi su “Teoria e pratica del futurismo. Palazzeschi, Marinetti, Soffici”. Interessato principalmente agli aspetti stilistici, metrici e linguistici, sta concentrando le sue ricerche letterarie soprattutto sugli autori delle avanguardie storiche e del modernismo italiano ed europeo. Collabora con diverse associazioni culturali. È docente presso l'Istituto "Francesco Datini" di Prato.

1984, la Bibbia del complottismo?

1984 è il romanzo più famoso dello scrittore e attivista politico Eric Arthur Blair, in arte George Orwell. Pubblicato per la prima volta nel 1949, narra di un futuro distopico in cui il dominio del mondo è conteso da tre superpotenze in perenne guerra tra loro: l’Eurasia, l’Estasia e l’Oceania. In quest’ultima ad avere le redini del potere è il Socing, ovvero il Partito Socialista inglese.

La società è divisa rigidamente in classi: ci sono i “prolet”, ovvero i proletari nullatenenti, che non vengono considerati nemmeno esseri umani in senso stretto, sono circa l’85% della popolazione, godono di piena libertà ma sono programmaticamente lasciati nella miseria più nera; c’è poi il Partito, anch’esso, però, diviso tra “Partito esterno” e “Partito interno”. I componenti del primo gruppo eseguono gli ordini che provengono dall’alto, hanno uno stile di vita leggermente migliore dei prolet ma sono costantemente sotto osservazione, tramite spie e apparecchi tecnologici presenti per legge in ogni casa, per verificare che ogni membro si attenga scrupolosamente all’ortodossia del Socing in ogni aspetto della sua vita, in ogni momento della sua giornata. Basta un’espressione frustrata, uno sguardo enigmatico per mettere in allarme il corpo speciale della psicopolizia, addetta a salvaguardare la “sanità mentale” dei membri del Partito. Nel Partito interno, invece, risiede l’élite governativa del Socing, e gode di un tenore di vita molto alto; anche loro sono soggetti a controllo, ma con regole leggermente meno stringenti rispetto ai membri del Partito esterno. In cima alla piramide sociale, però, risiede l’enigmatica figura del Big Brother, essere quasi messianico, dipinto dalla propaganda come l’ideatore dei principi del Socing e visto come il protettore della sua ortodossia da nemici esterni ed interni.

Ora, la notorietà di 1984 non si arresta all’interno del circolo dei letterati o degli addetti ai lavori. È legittimo affermare che sia uno dei romanzi più famosi del Novecento. Il titolo ha pure preso valenze quasi proverbiali, in frasi come: “Sembra di essere in 1984”. Ovviamente, espressioni come queste, volte ad evocare la società descritta nel romanzo, sono spesso usate in ambito politico, con ovvia connotazione negativa.

Particolarmente attratti da questo capolavoro sembrano essere i teorici del complotto globale, i cosiddetti “complottisti”. A stimolare particolarmente il loro immaginario è proprio il misterioso ed etereo Big Brother. Di lui, in tutto il romanzo, non si conosce che il volto, presente nei famosi manifesti con la scritta “The Big Brother is watching you”. In realtà, non si sa nemmeno se esista davvero, o se sia solamente una figura fittizia. Nonostante ciò, la sua è una presenza costante all’interno del libro; anzi, è la presenza: è lui, dietro gli schermi che spiano costantemente i membri del Partito quando sono a casa, è lui il vicino o il bambino che denuncia l’eterodossia di qualche sventurato, è lui la psicopolizia che arresta e tortura i detenuti. Ecco che il Big Brother diventa l’essenza stessa del controllo, della figura dietro le quinte che muove i fili del Mondo e che schiaccia chiunque sembri anche solo vagamente contrario.

Oltre a questo, però, il Big Brother diventa anche l’essenza dell’avanzamento tecnologico; per poter affinare sempre di più il suo controllo sull’essere umano, c’è bisogno di strumenti sempre più sofisticati, di una ricerca scientifica sempre attiva. In 1984 ci sono i teleschermi, che trasmettono e ricevono contemporaneamente. I complottisti tendono a individuarne i corrispettivi nella vita reale: le webcam dei telefoni o dei portatili, i dispositivi di geolocalizzazione, i social network sono infatti visti con estremo sospetto, nei casi più estremi sono addirittura rifiutati completamente. E chi può avere interesse a sviluppare tecnologie come quelle elencate, se non i membri di quella ristretta élite che fa riferimento al Big Brother? Non è un caso, infatti, che tra i bersagli più colpiti dai teorici del complotto vi siano personalità come quelle di Bill Gates o di Elon Musk, che incarnano la quintessenza dello sviluppo tecnologico nell’immaginario collettivo.

È chiaro, quindi, che molti complottisti hanno la sensazione di vivere in una società non troppo dissimile da quella descritta da Orwell, ma questo com’è possibile? Al di là dell’avvento di certe tecnologie, che ci hanno effettivamente costretto a rivedere il nostro concetto di privacy, le differenze tra la società che viviamo e quella di 1984 sono talmente evidenti che elencarle risulterebbe un esercizio ozioso. Si potrebbe derubricare tutto sotto la voce “follia”, come spesso viene fatto nei confronti dei teorici del complotto, eppure vediamo che certe tendenze cominciano ad avere presa anche tra la gente comune, sana e istruita.

L’insistenza nel proporre un paragone così negativo potrebbe derivare da un malessere avvertito da una certa parte della popolazione, un generico senso di prigionia che però non riesce a comprendere da cosa derivi. Come sempre è accaduto nella storia umana, qualche gruppo isolato di individui ha dato vita a una narrazione (o a più narrazioni) di natura fantastica e quasi leggendaria, attingendo a larghe mani a prodotti letterari, cinematografici o fumettistici che hanno il tema comune della lotta dell’individuo contro il Potere (oltre a 1984, si vedano anche titoli che molto devono al capolavoro di Orwell, come la trilogia di Matrix e V per Vendetta). Questi tipi di narrazione non appaiono poi così lontani da altre storie partorite dalla fantasia popolare nel corso dei secoli, si pensi ad esempio alla leggenda del regno del prete Gianni, nata negli anni delle Crociate e che intreccia al suo interno motivi e trame riprese dai romanzi cavallereschi.

Ovviamente, il significato e le esigenze nascoste all’interno di queste leggende, cambia a seconda del contesto sociale in cui nascono, così come sono significative le opere che vi fungono da modello. In questo caso, 1984 è il testo fondamentale, la Bibbia del complottista, ma non solo: il romanzo riesce a far vacillare le certezze democratiche e liberali di chiunque lo legga. È, in pratica, una educazione al sospetto. Questo però non sarebbe possibile, se non fossero effettivamente presenti delle convergenze con la realtà che viviamo. I parallelismi, però, non devono essere cercati nello spionaggio, nella società divisa in classi, nella povertà, nella figura del Big Brother che tutto vede e tutto comanda, il punto sta nel principio di fondo che accomuna tutti questi aspetti: la disumanizzazione del mondo.

Ecco, infine, il vero punto in comune tra la società orwelliana e quella contemporanea: una élite culturale che elabora e cerca di attuare teorie in cui l’essere umano è visto come un problema da correggere all’interno di un sistema più ampio e meccanico. Quello che il Socing sottopone a tutti i membri del partito non è altro che un perenne esercizio di pedagogizzazione volto a eliminare tutti quei lati e quegli istinti umani avvertiti come nocivi. Verso la fine del romanzo, uno dei membri del Partito interno dice al protagonista, arrestato dalla psicopolizia: «Se è vero che sei un uomo, Winston, tu sei l’ultimo uomo. La tua specie si è estinta e noi ne siamo gli eredi. Non capisci che sei solo? Tu sei fuori della storia, tu non esisti».

Ecco che, pur senza violenza, gran parte dei prodotti culturali e popolari della nostra epoca sono volti verso lo stesso sforzo pedagogizzante, che vuole “correggere” certe inclinazioni e debolezze umane ritenute oramai inaccettabili. È così che, a livello mediatico, si è formato un certo codice di comportamento, un lessico e una morale a cui tutti i personaggi pubblici, e non, debbono sempre sottostare. Non solo, è sempre in nome della costante educazione dell’individuo che in alcuni ambienti della pedagogia si trova giusto distorcere il contenuto di alcune discipline come la storia o la letteratura in modo da agevolare l’acquisizione di alcuni concetti e la condanna di altri, esattamente come accade, in maniera più sistematica ed energica, in 1984.

L’uomo, essere fallibile, deve smettere di fallire, deve cambiare la sua natura, diventare “altro”, quindi disumanizzarsi. Il processo, però, può generare malessere, malcontento. A livello popolare, si genera, in alcuni individui, un vago sentimento di scetticismo, che investe indiscriminatamente tutti quegli oggetti e quegli stili di vita che non erano presenti in quegli indistinti “vecchi tempi” (avvertiti come più umani) molte volte evocati, in altri ancora si stimola un processo più ampio, sistematico, noto come il “complotto globale”, che però ha un solo, effettivo scopo: contrapporre alla artificiosa verità dei media una ancor più artificiosa verità.

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