Redattore

Nicolò Bindi (1991): è laureato in Filologia Moderna all’Università degli studi di Pisa, discutendo una tesi su “Teoria e pratica del futurismo. Palazzeschi, Marinetti, Soffici”. Interessato principalmente agli aspetti stilistici, metrici e linguistici, sta concentrando le sue ricerche letterarie soprattutto sugli autori delle avanguardie storiche e del modernismo italiano ed europeo. Collabora con diverse associazioni culturali.

Verso il centenario dantesco. Da Cavalcanti ad Ulisse

(Seconda parte)

Il passo di Ulisse è senza ombra di dubbio uno dei più famosi di tutta la Commedia. Dante incontra la sua anima nel Canto XXVI, avvolta dalle fiamme in compagnia di Diomede, compagno d’armi durante l’assedio di Troia. Ulisse racconta a Dante come l’ardore e la fame di sapere lo abbiano spinto, una volta tornato ad Itaca, a salpare di nuovo alla ricerca di terre sconosciute. L’eroe greco percorre così, insieme ad una manciata di marinai, le rotte per la Sardegna, per la Spagna e per il Marocco. Arrivato davanti alle colonne d’Ercole, confine invalicabile per tutte le navi, Ulisse tiene un discorso alla sua ciurma, oramai vecchia e consumata come lui, con il quale riesce a convincerli a superare quel confine. È in questo discorso che l’eroe pronuncia i versi oramai divenuti proverbiali «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza» (XXVI, vv. 118-120).

Nelle interpretazioni scolastiche è uso dare una lettura positiva sia di Ulisse, sia del discorso da lui pronunciato: è un elogio alla conoscenza, un’esortazione poetica alla curiosità e al non porsi limite alcuno. Frequentemente è posto l’accento sul valore pedagogico, che questi versi sembrerebbero avere. Se però si osserva con più attenzione il passo, magari riconnettendolo al tessuto testuale al quale appartiene, ecco che sorgono alcuni dubbi, sia per quanto riguarda la figura di Ulisse, sia per quanto riguarda il significato del suo discorso.

Anzitutto, l’anima di Ulisse è condannata per un peccato decisamente grave, dato che si trova in un punto molto profondo dell’Inferno. È imprigionato, infatti, nell’VIII cerchio del Malebolge, tra gli spiriti dei consiglieri fraudolenti. Ulisse deve qui scontare il peccato di aver sottratto con l’inganno la statua di Pallade dalla città di Troia, che rendeva la città invulnerabile. Al contrario di molti altri eroi o personaggi dell’antichità, non c’è spazio per lui nel limbo. Il motivo che spinge Dante a infliggergli una pena così dura è legato alla sua formazione letteraria: il poeta fiorentino, come praticamente tutti i suoi contemporanei, non conosceva il greco (si comincerà a studiarlo in Europa solo dopo la caduta di Costantinopoli), perciò le sue conoscenze intorno ai fatti della guerra di Troia e della mitologia erano legate solamente a fonti latine. Queste ultime, che vedevano nell’eroe Enea il fondatore di Roma, parteggiavano ovviamente per la fazione troiana, e tendevano a dipingere negativamente le forze al comando di Agamennone. Ulisse, in particolare, era considerato l’ingannatore per eccellenza, che con le sue astuzie meschine aveva fatto capitolare la città. Dante, quindi, non conosce direttamente l’Ulisse omerico (letto anch’esso in traduzione) ed è fortemente influenzato dall’ostile tradizione latina.

Se questo chiarisce la posizione di Ulisse nell’Inferno, allo stesso tempo fa nascere un altro quesito: per quale motivo Dante farebbe pronunciare un accorato elogio della conoscenza e della curiosità illimitata ad un consigliere fraudolento? Molto probabilmente perché l’intento dell’autore era quello di mettere in guardia, non quello di esortare. Non è un caso che Ulisse e i suoi compagni, oltre le colonne d’Ercole, non trovino altro che la loro rovina. Dante vede nel viaggio di Ulisse la più esatta rappresentazione della hybris: l’uomo che tenta di passare i propri limiti tramite la conoscenza terrena, e per questo viene giustamente punito.

Ora, è chiaro che il personaggio di Ulisse sia una figura simbolica, che probabilmente nasconde qualche riferimento alla contemporaneità dell’autore. A tale proposito, riproponiamo l’interpretazione operata da Rouedi Imbach nel suo saggio Dante, la filosofia e i laici. In questo scritto Imbach ipotizza che Dante, nella costruzione del personaggio Ulisse, avesse in mente i cosiddetti “aristotelici radicali”, da lui conosciuti grazie all’amicizia con Guido Cavalcanti. Gli studiosi che facevano parte di questa “cerchia”, tra i quali ricordiamo personalità come Duns Scoto (Doctor Subtilis) e Sigieri di Brabante, studiavano tutti gli aspetti della vita e del mondo attraverso la logica aristotelica, trascurando la parte teologica, e pretendendo che qualsiasi aspetto della vita umana, animale e vegetale, potesse essere comprensibile all’uomo attraverso il solo canale della filosofia naturale. Ovviamente, la Chiesa non vedeva di buon occhio questi studiosi e, secondo Imbach, nemmeno Dante, che pure in un primo momento aveva mostrato un certo interesse per l’aristotelismo radicale.

La condanna agli eccessi degli aristotelici radicali, quindi, verrebbe personificata proprio dall’episodio di Ulisse. Ma se Dante avesse voluto davvero condannare, in generale, questo gruppo di studiosi, perché mai avrebbe collocato il più importante di loro tra gli spiriti beati del Paradiso? Nel canto X, infatti, in compagnia di personalità come Boezio, o Isidoro di Siviglia, Dante colloca l’anima di Sigieri di Brabante, su cui pendeva pure un’accusa di eresia. Non solo, ma a tessere le lodi dello studioso è lo spirito di San Tommaso d’Aquino (X, vv. 133-138), che in vita ne fu uno dei più strenui avversari. Quindi, non solo Dante “salva” lo spirito del radicale Sigieri, ma lo pone allo stesso livello di uno dei più importanti dottori della Chiesa. Oltre a ciò, è difficile che Dante avvertisse il gruppo di questi studiosi in maniera talmente unitaria da poterne raccogliere le caratteristiche generali in un’unica figura rappresentativa; è ben più probabile che Dante avesse in mente un atteggiamento preciso, una persona precisa. In questo caso, è possibile azzardare l’ipotesi che ad ispirare Ulisse sia proprio l’amico/nemico Guido Cavalcanti.

D’altronde, proprio nel caso di Cavalcanti, l’applicazione e interpretazione rigorose del pensiero aristotelico sembravano portare a conclusioni teologicamente inaccettabili, come la negazione dell’amore divino. L’uso sapiente dello stile e della lingua aveva ammaliato il giovane Dante, esattamente come il discorso di Ulisse aveva convinto i marinai a passare le colonne d’Ercole. Ma perché non menzionare direttamente Cavalcanti? Dante, d’altronde, rare volte si risparmia dal fare nomi e cognomi all’interno della Commedia. La ragione è anzitutto tecnica: nella finzione letteraria, infatti, il viaggio all’inferno inizia il 7 aprile del 1300. Cavalcanti, anche se per poco (morirà il 29 agosto dello stesso anno) era ancora vivo, e per questo non poteva figurare tra le anime dell’aldilà. A confermare ciò è lo stesso Dante, che nel canto X dell’Inferno, tra gli eretici, incontra Cavalcante, padre di Guido, che chiede al poeta dove sia il figlio (X, vv. 58-60). Successivamente, male interpreta la risposta di Dante, crede che il figlio sia morto e ricade disperato nell’arca rovente in cui è costretto. Dante chiede quindi a Farinata degli Uberti, che condivide la pena dell’eretico, di dire a Cavalcante «che il suo nato è coi vivi ancor congiunto» (X, v. 111), confermando quindi che Guido è ancora in vita.

In secondo luogo, più che una volontà di rappresentare Cavalcanti, è forse più lecito parlare di ispirazione. È possibile che, nel costruire il personaggio di Ulisse, Dante abbia evocato, anche inconsciamente, certe caratteristiche del suo vecchio maestro: schivo, nobile, assetato di conoscenza, condannato a morire lontano dalla sua città. Si spiegherebbe, in questo modo, pure quel solenne rispetto che la figura ispira a chi legge, nonostante la negatività delle sue azioni e la pesantezza della colpa che pende sul suo capo; segno che, nonostante le accese ostilità, Dante è consapevole della sua grandezza.

Così fosse, Ulisse si dimostrerebbe l’unica velata debolezza di Dante all’interno della sua opera di programmatica rimozione di Cavalcanti dal Pantheon dei poeti del suo tempo, opera che trova il suo culmine nei passi di dissertazione poetica presenti nel Purgatorio. Proprio questo lavoro ha fatto sì che si sia dovuto aspettare il Novecento, con le riscoperte di Pound e di Caproni, per avere un minimo accenno di “filone cavalcantiano” nella poesia italiana ed europea. Nella sua vita Cavalcanti ha dunque simboleggiato la vetta che Dante doveva superare, per poter aspirare a diventare il più grande. Anche solo per questo è doveroso rendergli merito ed operare una riscoperta della sua poesia.

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