Simone Rapaccini è docente di Filosofia e Storia. Ha pubblicato su riviste scientifiche saggi e articoli che concernono in particolare la Filosofia politica. Collabora, inoltre, con siti internet di filosofia e storia del pensiero. Le principali tematiche affrontate dai suoi contributi riguardano autori come Hannah Arendt, Michel Foucault, Machiavelli, John Stuart Mill. Recentemente ha pubblicato le monografie Fenomenologia di destra e sinistra. Gli orientamenti politici dei due poli (Solfanelli, Chieti 2025) e Destra e sinistra. Nascita, ascesa, declino (Lindau, Torino 2026).
Recensione a Byung-chul Han, Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete, Einaudi, Torino 2023, 70 pp.
La grande proliferazione di notizie e informazioni che ha caratterizzato l’evolversi dei mass media negli ultimi decenni ha avuto inevitabili implicazioni anche in ambito politico, nel modo di intendere e vivere la democrazia. L’obiettivo che Byung-chul Han si pone in questo libro è quello di analizzare in che modo tale processo stia contribuendo a determinare un’involuzione in senso democratico. L’autore, nel descrivere i rischi di un nuovo regime fondato sulla diffusione dei dati, si richiama all’esperienza intellettuale di Habermas e Foucault, poiché il potere di Big data annulla i presupposti dell’agire comunicativo, rendendolo obsoleto, e pone le condizioni per una sorveglianza di massa del tutto nuova, di natura psicopolitica, che per di più avviene su base volontaria; inoltre genera una “crisi” della verità che rende problematica la parresia, che è l’anima della democrazia. Seguendo la ricostruzione di Han, si possono distinguere una prima fase – la mediocrazia – determinata dalla propagazione dei media elettronici e una seconda, l’attuale, in cui il web e l’intelligenza artificiale hanno prodotto un vero e proprio tsunami a livello informatico, che ha dato vita a un nuovo regime, l’infocrazia.
La mediocrazia riduce i destinatari delle informazioni che veicola a una condizione di passività, poiché i traffici di dati che essa induce non stimolano, anzi riducono, le loro reazioni. La condizione naturale degli individui in tale contesto è quella dello spettatore, che assiste e riceve senza intervenire. Già questo atteggiamento contribuisce al declino della democrazia, perché, in termini habermasiani, riduce l’azione e la comunicazione. Infatti la politica si sottomette alla logica dello spettacolo e, di conseguenza, i suoi contenuti entrano nello schema dell’intrattenimento, le notizie vengono assimilate ad un racconto e la distinzione tra finzione e realtà gradualmente svanisce. Anche l’attività politica, dunque, diventa un teatro e i dibattiti televisivi non vertono più sui contenuti ma sulla performance dei contendenti: vince chi sa presentarsi meglio, chi buca lo schermo, come si dice in gergo. Su come il mezzo televisivo fosse riuscito a cambiare il modus operandi della politica, costretta a ricorrere a strategie mediatiche, più che di persuasione democratica, si era già espresso con intuito e lungimiranza Giovanni Sartori, che aveva etichettato il nuovo soggetto elettorale come un Homo videns, succube di una videopolitica.
La fase attuale è ancora più problematica perché siamo entrati in un autentico regime dell’informazione, una situazione che l’autore definisce come «quella forma di dominio nella quale l’informazione e la sua diffusione determinano in maniera decisiva, attraverso algoritmi e Intelligenza Artificiale, i processi sociali, economici e politici» (p. 3). Un dominio che egli ritiene di dover confrontare con il regime disciplinare approfondito da Michel Foucault. Esso rappresenta la forma tipica del capitalismo industriale, il quale trasforma ciascun individuo in un ingranaggio di un sistema meccanico che addestra gli uomini a diventare bestie da lavoro, sfruttandone i corpi e le energie; il bersaglio del regime dell’informazione, invece, non è il corpo, ma la psiche. Per questo usufruisce di informazioni e dati, utilizzati per realizzare una sorveglianza psicopolitica, che prevede e controlla i comportamenti. Al capitalismo industriale si sostituisce quello dell’informazione e gli uomini sono degradati in bestie da dati e consumo. Il sistema descritto da Foucault si fonda sull’isolamento del Panopticon, che esclude ogni forma di comunicazione e comporta una sorta di autosottomissione degli esseri umani, i quali agiscono con prudenza, comportandosi bene in ogni momento della giornata, per non essere trovati in errore. Al contrario, gli individui del regime infocratico non sono docili e obbedienti, ma si gloriano di essere liberi e autentici. Sono persuasi di poter realizzare se stessi con la creatività che li contraddistingue e di poterlo fare proprio attraverso la comunicazione. Le reti comunicative, allora, prendono il posto delle celle di isolamento panottiche, poiché quanto più si comunica tanto più – proditoriamente – si rafforza la sorveglianza. Per gli assoggettati a tale regime l’autoesposizione è sentita come un bisogno esistenziale, ma proprio nel momento in cui mettono in scena se stessi entrano volontariamente nel Panopticon. La sorveglianza si realizza con un atto di libertà, sfruttando la natura degli utenti, proclive ad esporsi. Il capitalismo dell’informazione non sottomette la libertà ma la cavalca e la indirizza, senza ordini né violenza, solleticando l’inconscio. Dal sorvegliare e punire di Foucault siamo giunti al motivare e ottimizzare. Smartphone ed elettrodomestici intelligenti introducono la sorveglianza nella routine di ogni giorno attraverso la convenienza e la comodità. Ed è proprio la percezione della libertà che garantisce il funzionamento del potere. Il regime dell’informazione, infatti, è capace di condizionare il comportamento umano al di sotto della soglia di coscienza, prima che il soggetto ne acquisisca la consapevolezza. Da quanto delineato si può desumere che la cella del nuovo Panopticon è aperta sul mondo e il suo comfort fa confondere la prigionia con una scontata libertà.
Una tale situazione è paragonata da Han allo stato della sorveglianza di Orwell, nel quale è presente un telescreen sul quale scorrono ininterrottamente trasmissioni di propaganda. Le masse dinanzi ad esso si esaltano e compiono riti di sottomissione. Il teleschermo è presente anche nelle abitazioni private, dove sorveglia e disciplina i singoli comportamenti. Nella mediocrazia lo schermo di sorveglianza è il televisore, che non sorveglia – anche se le ultime frontiere della smart TV non escludono nemmeno questo – ma intrattiene e rende dipendenti. Sembra proprio profilarsi, secondo Han, la nuova frontiera del controllo che si attua attraverso i piaceri e non più le punizioni, così come viene descritta da Huxley nel Mondo nuovo. Non a caso, nel nostro tempo si tende ad allontanare le situazioni che suscitano sofferenza, mentre i bisogni devono essere soddisfatti immediatamente e in maniera completa, fino a procurare uno stordimento derivante dal divertimento, dal consumo, dal piacere. Oggi teleschermo e schermo sono sostituiti dal touchscreen. Con il suo utilizzo i “sudditi” del regime dell’informazione non sono più semplici spettatori passivi, ma trasmettitori attivi, poiché oltre a consumare informazioni ne sono produttori essi stessi.
Ecco dunque che la democrazia degenera in infocrazia. Questo regime, spiega l’autore senza ambagi, può assumere parvenze totalitarie – con suoi peculiari connotati – corredato di ideologia (o qualcosa che ne faccia le veci) e azioni rituali. La sua cifra è il dataismo, e su di esso ambisce costruire un sapere totale – come quello preteso dal totalitarismo – non fondato stavolta su una narrazione ideologica, ma su un’operazione algoritmica capace di calcolare tutto ciò che è e tutto ciò che sarà (p. 11), proprio come l’ideologia – insegna Hannah Arendt – pretende di spiegare tutto. A differenza del totalitarismo ideologico, che plasma una massa senza identità e obbediente, il totalitarismo dei dati genera sciami digitali che non seguono un capo ma i loro influencer. In un tale sistema gli influencer inscenano una sorta di liturgia, alla quale i follower partecipano come discepoli a «una eucaristia digitale. I social media somigliano a una chiesa: il like è il loro Amen. Lo sharing è la comunione. Il consumo è la salvezza», pertanto «consumo e identità arrivano a coincidere: l’identità stessa diventa una merce» (p. 10). I media digitali pertanto, secondo l’autore, porrebbero fine all’epoca dell’uomo della massa, perché gli uomini della loro epoca hanno un volto e una identità, infatti posseggono tutti un profilo. A tal riguardo si potrebbe obiettare che nonostante i sottoposti al nuovo regime abbiano tutti un volto messo ben in evidenza dalla loro pagina social, per i loro atteggiamenti e i loro comportamenti sono del tutto omologati, vittime quasi di un copione che li muove a compiere e ripetere gesti uguali o simili. Inoltre, nel mare sconfinato delle informazioni anche i loro profili identificativi si perdono e si confondono fino a tornare nel grigio anonimato della massa.
Da queste premesse emerge in maniera perspicua che il filosofo coreano dissente in maniera decisa da Pierre Levy in merito alla possibilità che nell’era digitale si possa aprire una nuova frontiera per la democrazia. Quest’ultimo, nel suo saggio L’intelligenza collettiva, preconizza un futuro in cui la democrazia può diventare ancora più diretta della stessa democrazia diretta, grazie allo sviluppo della comunicazione e ai feedback continui che essa permette. La democrazia digitale agisce in tempo reale, consente una partecipazione immediata, una presenza continua del popolo sovrano. Per Han questa democrazia del futuro è solo una macroscopica illusione, in quanto gli sciami digitali non costituiscono un corpo politico responsabile e i follower sono semplicemente dei sudditi che si lasciano addomesticare. Lo smartphone contribuisce alla degenerazione della vita politica anziché elevarsi a nuova forma di parlamento amovibile, infatti la rete digitale non è uno spazio pubblico di coesione e azione politica e la comunicazione a cui danno origine i social media non è in grado di edificare una comunità. Senza discorso e contraddittorio gli utenti si attengono esclusivamente alla propria opinione, senza ascoltare la voce altrui, all’interno di una bolla informatica in cui vengono mostrate solo quelle visioni del mondo che sono in sintonia con le proprie. Questo fenomeno di chiusura in se stessi e nelle proprie convinzioni, in assenza di un’alterità, è favorito dalla psicometria, un procedimento per la profilazione della personalità basato sui dati. La psicometria è utilissima ai fini del marketing psicopolitico, perché permette ai detentori dei dati di presentare al profilo del destinatario notizie e informazioni pro domo sua, ritagliate su misura. Questo meccanismo, denuncia Han, indebolisce il processo democratico che «presuppone autonomia e libero arbitrio». Gli algoritmi personalizzati costituiscono delle limitazioni alla circolazione delle notizie e creano all’interno della rete delle vere e proprie isole, nutrite dalla condivisione dei medesimi dati. Con la comunicazione digitale ognuno ascolta solo se stesso, perdendo l’orizzonte olistico dell’agire comunicativo, esattamente l’opposto di quanto richiede la democrazia. Al posto degli argomenti, che possono essere migliorati dal confronto discorsivo, subentrano gli algoritmi.
Interessante, inoltre, è l’argomento della de-fattizzazione della verità, intuita dall’autore. Si vengono a creare due livelli contrapposti: da un lato ci sono i fatti, dall’altro le informazioni. L’universo è de-fatticizzato perché non si riconoscono più verità fattuali e viene a mancare una base comune oggettiva: «È la stessa distinzione tra verità e menzogna a essere minata. Chi mente consapevolmente e resiste alla verità, paradossalmente la riconosce. La menzogna è possibile solo dove è intatta la distinzione tra verità e menzogna. […] Le fake news non sono menzogne: esse attaccano la fatticità stessa. De-fatticizzano la realtà. […] Coloro che sono ciechi ai fatti e alla realtà rappresentano un pericolo maggiore per la verità rispetto ai bugiardi» (p. 55).
Se prima abbiamo visto la prospettiva, respinta da Han, di una democrazia ancora più democratica grazie allo smartphone, dall’altro lato vi è chi ritiene superato l’agire comunicativo e con esso la stessa necessità della politica. Per il dataismo, infatti, il discorso non è altro che una forma poco efficiente e poco evoluta di elaborazione informatica. Più informazioni si hanno a disposizione e più è possibile agire comunicativamente, ma l’intelletto umano è molto limitato. La digitalizzazione consente invece la diffusione di una ingente quantità di informazioni, potenzialmente infinita, e con questa mole di dati si potrebbe arrivare a una conoscenza sempre più compiuta del mondo, il che permetterebbe – grazie alle potenzialità di Big data e dell’intelligenza artificiale – di poter risolvere ogni tipo di problema sociale. La politica, allora, sarebbe superflua e la democrazia verrebbe rimpiazzata dall’infocrazia digitale. Uno degli ostacoli alla realizzazione di questo progetto è individuato dagli stessi fautori nella questione della privacy, ma in una situazione distopica di tal fatta forse non sarebbe quello il primo dei problemi oppure non sarebbe neppure un problema, in quanto una eventuale dittatura dei dati non si curerebbe certo della loro gestione in riferimento alla riservatezza delle persone. Del resto già oggi la Cambridge Analytica si vanta del possesso degli psicogrammi di tutti i cittadini americani adulti: sembra che nel sistema dell’informazione globale la questione privacy sia sottovalutata dagli stessi utenti, che non si curano troppo della loro difesa, avendo la consapevolezza che quando mettono in rete i loro dati non sono più loro a gestirli e in pratica non sanno che fine faranno. Le riflessioni di Han possono risvegliare la consapevolezza degli utenti anche in questo senso. E nonostante il mondo delineato dal dataismo non sembra proprio dietro l’angolo, sarebbe il caso di pensarci bene prima che si realizzi.
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