Laureato in Filosofia presso l'Università di Macerata, discutendo una tesi di Filosofia politica, è docente di Filosofia e Storia e autore di saggi e articoli, soprattutto nell'ambito della Filosofia politica.

Il binomio che contrappone destra e sinistra, pur non essendo né il più antico né l’unico ad essere stato impiegato per la rappresentazione della conflittualità tipica della politica, risulta essere sicuramente il più utilizzato e probabilmente il più longevo dell’epoca moderna, poiché accompagna l’agone politico fin dai tempi della Rivoluzione francese. In realtà, durante la fase rivoluzionaria la coppia è solo comparsa nella storia e la sua affermazione è avvenuta molto gradualmente nei decenni successivi. In questo tempo e fino ai nostri oggi essa ha svolto una funzione esplicativa all’interno del panorama politico, svolgendo il ruolo di «sintassi condivisa» del discorso politico, comparendo «con irriducibile costanza, in ogni analisi della pratica politica e delle sue logiche»1. Quando si parla e si discute di politica non è possibile ignorare queste due componenti.

Per molto tempo, e in situazioni storiche assai variabili, destra e sinistra hanno rappresentato il criterio in cui è stato organizzato razionalmente lo spazio della politica. È evidente che si tratti di espedienti linguistici, che però hanno avuto la forza di semplificare e ridurre fino all’estremo, in due sole parole antinomiche, il senso dello scontro politico e nello stesso tempo hanno offerto un forte sentimento di identificazione agli attori politici e alle compagini dell’elettorato. Un elemento di forza della diade sta indubbiamente nel fatto che essa richiama sia la componente spaziale che quella visuale e si lega alla dimensione corporea, nella quale si distinguono un lato destro e un lato sinistro2. A livello spaziale questi due elementi possono trasformarsi in due punti estremi in mezzo ai quali è possibile tracciare idealmente una linea continua dall’estrema sinistra all’estrema destra – o viceversa – e lungo questa linea indicare posizioni intermedie che occupano uno spazio più o meno centrale. In questo modo è possibile interpretare e collocare le diverse espressioni che si sono presentate sia nel campo della destra sia in quello della sinistra, distinguendo tra posizioni moderate e posizioni più estreme oppure, come più volte è avvenuto, dare maggiore risalto al centro.

Da tempo si discute sulla consistenza e sulla validità dell’antitesi, molti ne hanno dato per imminente l’eclissi, con diverse argomentazioni, specialmente dopo i fatti del 1989, che hanno posto fine all’emisfero del comunismo, asse portante per decenni del fronte della sinistra; altri, invece, continuano a decantarne l’utilità e l’efficacia e, dopo i proverbiali fiumi di inchiostro che sono stati scritti in merito, destra e sinistra sembrano ancora al loro posto.

Il punto di riferimento obbligato per chi voglia trattare questo argomento è il saggio di Norberto Bobbio, Destra e sinistra, pubblicato nel 1994 e più volte riedito, con aggiunte in risposta ai numerosissimi esponenti che si erano inseriti nel vivace dibattito che, involontariamente, tale scritto aveva innescato. Il criterio che il filosofo torinese assume per distinguere destra e sinistra è quello dell’eguaglianza3. La sinistra si contraddistingue per il suo essere fondamentalmente egualitaria, mentre la destra per il suo essere inegualitaria. Ovviamente, ci tiene a precisare il filosofo, gli uomini sono tanto uguali tra loro, quanto diseguali. Tutti gli uomini sono uguali in quanto appartengono al genere umano e dotati di medesime caratteristiche, sono diversi se presi e confrontati singolarmente, perché evidenziano differenze fisiche, caratteriali, di attitudini. Alcuni, coloro che possiedono l’“ethos dell’eguaglianza”, mettono in risalto l’aspetto che tutti gli esseri umani sono eguali, altri danno maggior importanza alle diseguaglianze naturali. Quale sia il motivo per cui gli uomini si dividono su questo punto non è dato sapere, ma si tratta di “scelte ultime”, come le chiama Bobbio, che a suo parere meglio di ogni altra danno un significato alla contrapposizione di destra e sinistra.

È un dato di fatto, ed il filosofo lo sottolinea a suo favore, che fin dalle origini delle questioni che hanno dato vita allo schema politico della modernità, in cui destra e sinistra hanno giocato il loro ruolo, la sinistra si sia battuta per il raggiungimento dell’eguaglianza, in primo luogo giuridica, poi politica, infine sociale, con le aspirazioni di cui si sono fatti banditori i movimenti socialisti. I partiti o gli esponenti di sinistra hanno avuto e hanno a cuore la rimozione delle diseguaglianze che non siano naturali e che creano differenze sociali tra gli esseri umani. Le rivendicazioni che si sono diffuse a partire dalla Rivoluzione, in effetti, miravano a questo, in una società profondamente diseguale e ingiusta. Talvolta anche alcune diseguaglianze naturali sono state accentuate da comportamenti umani errati, come nel caso della diversità – del tutto naturale – tra uomo e donna che però, a causa di interventi “artificiali”, che possono essere leggi maschiliste o atteggiamenti sociali di tal fatta, hanno generato una diseguaglianza sociale. Per questo motivo il partito della sinistra ha appoggiato i movimenti femministi. D’altra parte la destra, in nome della diseguaglianza naturale ha talvolta respinto anche alcune forme di eguaglianza sociale.

Quando si parla di eguaglianza, in ogni caso, è doveroso fare delle precisazioni. Aspirare all’eguaglianza, nel senso che intende anche Bobbio, non significa essere uguali in tutto, non si tratta di un livellamento indistinto. Al contrario, sostenere l’eguaglianza impone porsi alcune domande preliminari: a) eguaglianza tra chi? b) eguaglianza in che cosa? c) eguaglianza in base a quale criterio? Alla domanda a) possiamo rispondere che l’eguaglianza può essere garantita tra tutti, tra molti o tra pochi e che gli stessi soggetti possono variare in base alle circostanze o ai beni che devono essere distribuiti. Questi ultimi, per rispondere alla domanda b), possono essere diritti o agevolazioni economiche oppure posizioni di potere. I criteri, e siamo alla domanda c), possono essere il merito o il bisogno, oppure nessun criterio, secondo il principio, massimamente egualitario, che distribuisce a tutti la stessa cosa. Ma a questo punto, si potrebbe già obiettare, è stata davvero sancita un’eguaglianza oppure si sono semplicemente confermate e rafforzate le diseguaglianze esistenti? Come abbiamo detto, la sinistra non intende realizzare l’eguaglianza in tutto, quindi non si deve pensare che la concezione egualitaria escluda ogni tipologia di differenza. Al contrario, essere egualitari con l’intento di tendere alla giustizia presuppone proprio il tener conto di alcune differenze. La giustizia distributiva ha lo scopo di diminuire le diseguaglianze, perché riserva la distribuzione di beni o ricchezze a coloro che ne sono sprovvisti o provvisti in misura minore. Si pratica volutamente una distinzione, i beni non sono distribuiti a tutti in maniera eguale, ma questo proprio affinché tutti siano più eguali.

Anthony Giddens avvalora l’opinione di Bobbio per il fatto che il criterio eguaglianza-diseguaglianza sia il vero spartiacque tra le due componenti. È vero che l’idea di eguaglianza può essere interpretata in tanti modi, ma è pur vero che essa è stata sempre alla base della concezione di giustizia propria della sinistra. Inoltre, a suo dire, la destra l’ha sempre contrastata. Detto questo, però, Giddens ci tiene a aggiungere delle precisazioni alle parole di Bobbio. Secondo il sociologo britannico sarebbe ancora più corretto dire che chi si schiera a sinistra persegue una politica di emancipazione, in quanto «l’uguaglianza è importante soprattutto perché si inquadrano in essa le occasioni di vita, il benessere e l’autostima delle persone»4. L’uguaglianza non è un bene astratto, ma quel principio in nome del quale si vogliono offrire a tutti delle possibilità che sono negate dalla vita. Raggiungere queste opportunità comporta l’emancipazione degli individui dalle diverse situazioni di disagio e svantaggio in cui si trovano. Allo stesso modo la diseguaglianza non è un male astratto in sé, è un male perché le diseguaglianze sociali ci mettono di fronte alla fame, al bisogno e alle sofferenze patite da alcuni rispetto ad altri, loro vicini. Per queste persone chi è di sinistra invoca l’eguaglianza, affinché cessino le loro afflizioni. Giddens, in pratica, aggiunge una forma di concretezza alle definizioni concettuali di Bobbio.

Sia perché ci sono diversi modi di intendere l’eguaglianza, sia perché essa – e lo abbiamo visto subito – genera tutta una serie di interrogativi che conducono su strade scoscese, in molti non sono d’accordo nel considerare il binomio eguaglianza-diseguaglianza come criterio per identificare la vera identità di sinistra e destra, talvolta perché pensano che siano più appropriati altri parametri, talvolta perché rigettano l’idea che la distinzione politica abbia ancora un significato.

Rispondendo allo stesso Bobbio, che ha definito inarrestabile il percorso dell’umanità verso una sempre più ampia eguaglianza, Daniel Cohn-Bendit sottolinea come proprio nella nostra epoca siano state combattute le principali diseguaglianze tra gli uomini quali il sesso, la razza, l’appartenenza di classe. Anche se la sinistra ha avuto un ruolo di primo piano in questo processo, appellarsi alla questione dell’eguaglianza per impostare un confine tra destra e sinistra al giorno d’oggi non è più possibile. Grazie all’impegno della sinistra sono stati conquistati i diritti sociali e la ragione egualitaria, che ne è alla base, appartiene ormai a tutti, perché è uno dei pilastri della concezione democratica, che oggi è un bagaglio tanto della sinistra quanto della destra. Un movimento politico che intenda muoversi all’interno dei meccanismi propri della democrazia non potrebbe definirsi, nella nostra epoca, come anti-egualitario, perché calpesterebbe uno dei pilastri di tale sistema. Non si deve dimenticare, comunque, che ci sono ancora molti regimi non democratici nel mondo e che nelle stesse democrazie si può ancora cercare di fare qualcosa per migliorare le condizioni di vita dei cittadini in relazione all’obiettivo di una più completa eguaglianza, ma non se ne può tuttora parlare come del solco di divisione che delinea gli ambiti della sinistra e della destra5.

Il discrimine dell’eguaglianza è ormai fuori luogo anche per Marcello Veneziani, perché secondo lui destra e sinistra su questo punto hanno fatto entrambe dei passi in avanti e si sono venute incontro. La sinistra non persegue più l’egualitarismo assoluto mentre la destra, pur continuando a rifiutare l’eguaglianza come livellamento, non disdegna di parlare di eguaglianza delle opportunità. In sostanza, «quando per eguaglianza si intende uniformità e per diseguaglianza si intende rispetto delle specificità, le differenze tra questa destra e questa sinistra si fanno molto sfumate»6. Pure in questo caso non si nega che il tema dell’eguaglianza abbia rappresentato un punto di divergenza, ma non è più idoneo.

Non è possibile, o per lo meno non è affatto semplice, trovare un punto di incontro nella definizione di eguaglianza e, pertanto, di assumerne il contenuto come elemento fondante della sinistra rispetto alla destra, secondo Massimo Cacciari. Ci possiamo chiedere se l’eguaglianza sia da intendere come un diritto o come un’opportunità, se essa debba rappresentare il punto di partenza o il punto di arrivo di un percorso sociale. Inoltre, Cacciari, similmente a Cohn-Bendit, si chiede: «Chi mai oggi promuove la diseguaglianza? Voglio dire, chi la propone apertamente come programma politico? È chiaro che la diseguaglianza esiste, anzi cresce, ma non è un’ideologia, è un fatto»7. Nessuno oggi proporrebbe di difendere e diffondere la diseguaglianza, la quale non essendo un’ideologia non può essere considerata la sintesi teorica di un partito o di una identità politica ancora più ampia come quella della destra in generale. La diseguaglianza come problema sociale si può combattere, ma per Cacciari fondare su questo aspetto la distinzione della diade politica è una pura semplificazione.

Destra e sinistra, come ogni realtà del nostro tempo, non possono non essere considerate e analizzate anche in riferimento a quel fenomeno che caratterizza la nostra epoca e prende il nome di globalizzazione. Di fronte ai cambiamenti che essa comporta, i due poli della politica hanno mutato il loro modo di essere? Osando di più, altri autori si sono chiesti: ha ancora un senso parlare di destra e sinistra in un mondo globalizzato? Costanzo Preve ritiene indispensabile tener conto del fattore globalizzazione per analizzare il destino dell’antitesi destra-sinistra. La globalizzazione, continua la sua analisi, comporta la riduzione degli abitanti del pianeta in una omogenea massa di potenziali consumatori, tra l’altro con forti diseguaglianze, ma egualizzati in quanto acquirenti. In un contesto del genere è inutile ricercare dei parametri, siano essi economici o culturali, sociali o politici, per cercare di dare un contenuto alla nostra diade. L’unico punto di riferimento nella globalizzazione è la globalizzazione stessa e all’interno della globalizzazione la polarità destra-sinistra non ha raggiunto l’universalità che invece ha conseguito il mercato. La polarità destra-sinistra è un prodotto dell’epoca precedente alla globalizzazione e in quella attuale non ha ottenuto le conferme necessarie per continuare la sua opera: «il fatto della globalizzazione non si lascia “interrogare” attraverso le categorie di Destra e Sinistra, ma richiede altre categorie interpretative»8, per cui la loro natura risulta inservibile per interpretare la fase storica attuale, pur non negando l’utilità che abbia avuto nel passato. Un secondo elemento che contraddistingue la globalizzazione è il ridimensionamento della centralità dello Stato-nazione e su questo punto molti altri sono concordi con il pensiero di Preve. Quest’ultimo, infatti, fa notare come, nel momento in cui non è più la politica il centro della decisione, ma le oligarchie finanziarie, detentrici della conoscenza tecnica economica, secondo la rappresentazione della globalizzazione che abbiamo appena visto, non ha più senso dividersi in più schieramenti, poiché le decisioni che contano non sono prese dai partiti politici. Ad essi, al limite, rimangono decisioni residuali. Una posizione analoga è quella di Luciano Canfora. Anch’egli sottolinea che la sovranità degli Stati nazionali oggi è in forte conflitto e spesso soccombe al potere di organismi sovranazionali rappresentanti del sistema bancario, che lasciano davvero poco spazio decisionale ai parlamenti eletti democraticamente nei singoli Stati. Destra e sinistra, condividendo sostanzialmente il primato di questi poteri economici9, non hanno più molto da dire come proposte tra loro alternative. In realtà Canfora, sulla loro sorte, è meno pessimista di Preve. Egli sospetta, infatti, che il declino di destra e sinistra non sia dovuto al fatto che hanno del tutto compiuto la loro funzione, ma solamente alla contingenza politica. A suo avviso esse potranno ripresentarsi in un futuro per ripresentare quei valori che hanno proposto in passato e che non sono ancora tramontati, anche se al momento sembrano avere meno spazio. In particolare Canfora si augura che la sinistra possa tornare a rappresentare il baluardo della giustizia sociale. Per questo suo riferirsi alla giustizia sociale, si percepisce che il filologo ha una concezione della sinistra non troppo dissimile da quella di Bobbio.

L’attuale fase storica della globalizzazione è profondamente diversa da quella in cui in cui destra e sinistra sono nate e si sono affermate. Il passaggio da un’epoca all’altra è l’argomento più comune che i detrattori della diade argomentano per annunciarne la fine. Anche di tale questione si era occupato Bobbio nelle edizioni successive del suo scritto, rispondendo ad alcune obiezioni. Sostenitore della sua validità, l’autore affermava che neanche la globalizzazione avrebbe segnato il declino dell’antitesi. Al contrario, se la globalizzazione estende e rafforza il mercato, anche i problemi che ad esso sono connessi si propagheranno10. E nel cercare di risolvere almeno alcuni di tali problemi si potrà nuovamente fare riferimento alle proposte che avanzeranno una destra e una sinistra. Viene spontaneo pensare che una delle problematiche da affrontare sia proprio quella delle diseguaglianze che, sappiamo, il mercato produce tra le classi sociali. La globalizzazione, allora, lungi dal rappresentare la causa della loro scomparsa, potrebbe essere addirittura una nuova opportunità di presenziare lo spazio politico e ancora una volta la sinistra si proporrebbe come fautrice dell’eguaglianza.

I concetti di destra e sinistra, in conclusione, non rappresentano delle essenze filosofiche atemporali: al contrario essi si sono formati a poco a poco, spinti dalle circostanze, corroborati dal fuoco delle battaglie ideologiche che la storia degli ultimi due secoli ci ha offerto con prodigalità. Sono due realtà in continuo divenire che, tra critiche e rivalutazioni, hanno saputo adattarsi al mutare del panorama politico e questa specifica qualità sembra essere il loro maggiore punto di forza. L’ultima sfida, quella della globalizzazione, appare comunque parecchio impegnativa. È indubbio che la coppia abbia vissuto un periodo di minor vitalità, poiché molte delle questioni che la contrassegnavano o sono venute meno o hanno svilito il vigore della contrapposizione. È altrettanto vero, però, che nonostante tutto ancora ne facciamo uso e non possiamo negare che, come dice qualcuno, il fatto che se ne parli così tanto è un buon segno per loro.

 

NOTE

1 M. Revelli, Sinistra Destra. L’identità smarrita, Laterza, Roma-Bari 2009, p. V.

2 J.A. Laponce, Left and Right. The Topography of Political Perceptions, University of Toronto Press, Toronto 1981, p. 27.

3 N. Bobbio, Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli, Roma 2014.

4 A. Giddens, La terza via. Manifesto per la rifondazione della socialdemocrazia, tr. it. di L. Fontana, Il Saggiatore, Milano 1999, p. 52.

5 D. Cohn-Bendit, Oltre l’uguaglianza: più autonomia, più Europa, in N. Bobbio, op. cit.

6 M. Veneziani, Sinistra e destra. Risposta a Norberto Bobbio, Vallecchi, Firenze 1995, p. 43.

7 M. Cacciari, La parola “sinistra” non serve più, chi la usa è un conservatore, ne “la Repubblica” del 31/07/2013.

8 C. Preve, Destra e Sinistra. La natura inservibile di due categorie tradizionali, Pétite Plaisance, Pistoia 2021, p. 9.

9 L. Canfora, “È l’Europa che ce lo chiede!” (Falso!), Laterza, Roma-Bari 2012, p. 29.

10 N. Bobbio, op. cit., pp. 35 ss.

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