Laureato in Filosofia presso l'Università di Macerata, discutendo una tesi di Filosofia politica, è docente di Filosofia e Storia e autore di saggi e articoli, soprattutto nell'ambito della Filosofia politica.

Più di un secolo e mezzo fa, nel 1859, Mill si augurava che fosse trascorsa l’epoca in cui bisognava difendere la libertà di stampa come una garanzia contro il potere costituito. Al giorno d’oggi, nell’era di internet e dei social, in forme e contesti diversi si ripropone la questione della libertà di espressione. Quando tutti possono dire tutto e il contrario di tutto, è giusto imporre dei limiti alla libera circolazione di notizie ed alla libertà di espressione? Non è un bene sottrarre la massa dalle onde corrosive delle fake news?

Ne parliamo analizzando il pensiero di John Stuart Mill, che sul tema della libertà ha scritto pagine memorabili, di un’attualità impressionante. Nella seconda parte del suo Saggio sulla libertà, egli tratta proprio della libertà di pensiero e discussione. Fin dalle prime battute il filosofo inglese si espone in maniera netta, asserendo che impedire l’espressione di un’opinione è un crimine non contro una singola persona privata, ma contro il genere umano, perché significherebbe derubare

i posteri altrettanto che i vivi, coloro che dall’opinione dissentono ancor più di chi la condivide: se l’opinione è giusta, sono privati dell’opportunità di passare dall’errore alla verità; se è sbagliata, perdono un beneficio quasi altrettanto grande, la percezione più chiara e viva della verità, fatta risaltare dal contrasto con l’errore (p. 21).

Non ci sono opinioni che meritino di essere ridotte al silenzio, perché ogni punto di vista rappresenta una ricchezza per gli esseri umani. Se l’opinione che si vuole marginalizzare fosse corretta o valida si priverebbero tutti gli altri della possibilità di apprenderne l’utilità. Se, al contrario, non fosse giusta, ragionarci sopra e comprendere più a fondo in che consiste il suo errore, gioverebbe alla verità, perché ne rafforzerebbe l’evidenza e susciterebbe un’adesione più convinta. Per questo motivo, se anche ci fosse un solo uomo che si opponesse ad un’opinione condivisa da tutti gli altri, egli avrebbe lo stesso diritto di far vivere il proprio pensiero al pari di quello che monopolizza le menti degli altri.

Come potrebbe una tesi fortemente minoritaria essere portatrice della verità? Secondo Mill, una certezza in questo senso non è mai possibile. In effetti, se guardiamo la storia, non di rado prese di posizione che inizialmente sembravano bizzarre e si presentavano necessariamente come minoritarie si sono rivelate poi veritiere. A prescindere da questa osservazione pratica, Mill si limita ad un’asserzione di principio: soffocare una libera opinione è sempre un male, perché ogni opinione singola è un patrimonio che appartiene a tutti gli uomini e tutti hanno il diritto di confrontarsi con essa per arricchirsi. Chi si arroga la pretesa di contestarne il diritto alla diffusione, per di più, è sempre chi ne mette in dubbio l’autenticità e quindi, oltre a non essere infallibile, è anche di parte, per cui non può imporre la sua decisione a tutti gli altri, togliendo loro la possibilità di giudicare autonomamente e avocando a sé la presunzione di infallibilità. Tutti gli uomini sono fallibili e tuttavia sono in grado di utilizzare il proprio giudizio. Il fatto che possano sbagliare non giustifica un’azione che vieti loro di giudicare e di poter agire in virtù della propria coscienza e del proprio convincimento, così come avviene ogni volta che ognuno sceglie e agisce riguardo ai propri affari privati.

Non va dimenticato, inoltre, che in un sistema liberaldemocratico tutte le opinioni hanno diritto di cittadinanza, soprattutto quelle che si trovano in netta minoranza e per questo rischiano ancor di più di essere schiacciate dal peso della maggioranza. La solidità e la qualità di una democrazia non si misurano in corrispondenza della forza della maggioranza, ma dello spazio che si lascia al dissenso per potersi esprimere. Dove c’è pensiero uniforme, a ben vedere, non si può parlare di democrazia. Ritornando all’esempio di Mill, se anche ci fosse un solo uomo che autonomamente si facesse portatore di un pensiero diverso da quello di tutti gli altri, obbligarlo a tacere sarebbe una vera e propria violenza nei suoi confronti.

Ad ogni principio o prospettiva che si voglia far valere ce ne deve essere sempre un’altra che le si contrapponga. Esporre delle buone ragioni e conoscere bene tutti gli argomenti a proprio favore, di per sé, non è sufficiente. Infatti, oltre a difendere le proprie opinioni, è altrettanto importante conoscere quelle altrui e saperle confutare. La verità, se si presume tale, deve essere in grado di superare razionalmente tutte le obiezioni che la contestano. Chi propone la bontà di un’idea deve rivolgere un’attenzione imparziale e di pari livello alle ragioni opposte, cercando di comprenderle il più possibile, tanto che, afferma Mill, se non ci fossero oppositori, bisognerebbe inventarne.

Ma come! (ci si può chiedere), la mancanza di unanimità è una condizione indispensabile per il vero sapere? È necessario che una parte dell’umanità persista nell’errore perché qualcuno si possa render conto della verità? (p. 50)

Non è la mancanza di unanimità – la quale tra l’altro risulta assai difficile da raggiungere –, chiarisce Mill, a determinare la validità del sapere. Il progresso umano necessariamente e progressivamente eliminerà dalla discussione pubblica un gran numero di argomenti e con il tempo si consoliderà un numero sempre più ampio di giusti principi. Il contraddittorio, con la contesa che mira a difendere e a chiarire, è un aiuto assai importante alla viva comprensione di una verità. Quante più verità, in questo modo, verranno corroborate, tanto più si potrà parlare di benessere degli esseri umani, perché ogni forma di benessere dipende e ha come presupposto il benessere mentale, ossia la libertà di opinione e di espressione.

Mill dedica molte pagine a riflettere sulla questione della veridicità di una concezione o di un’idea, perché sulla sua presunta verità o falsità si attribuiscono spesso il diritto di poterne parlare o l’obbligo di tacere. Infatti, a suo avviso, è ben diverso presumere che un’opinione sia vera perché, pur essendo stato possibile discuterla, non è stata confutata, dal presumere che sia vera e quindi da accettare proprio per evitare che venga discussa e confutata, che equivale a dire: questa cosa è vera e in quanto tale non è lecito metterla in dubbio. Invece, il poterne discutere e dubitare, come abbiamo visto, avvalora la presunzione di verità di un’asserzione e ciò avviene perché l’uomo possiede una qualità che, generalmente, lo porta ad assumere atteggiamenti razionali e ad accettare opinioni sensate oppure a correggere, nel corso del tempo, prese di posizione che sono state riconosciute erronee in un secondo momento. Si tratta di

una qualità della mente umana, la fonte di tutto ciò che vi è di rispettabile nell’uomo inteso come essere sia intellettuale sia morale, e cioè la possibilità di correggere i propri errori, di rimediarvi con la discussione e l’esperienza. Non con la sola esperienza: la discussione è necessaria per indicarne l’interpretazione. Pochissimi fatti si spiegano da soli, senza necessità di commenti che ne mostrino il significato. Dato quindi che la forza e il valore del giudizio umano dipendono interamente dalla sua proprietà di poter venire corretto quando è errato, esso è attendibile soltanto quando i mezzi per correggerlo sono tenuti costantemente a disposizione (p. 24).

L’atteggiamento paternalistico di un’autorità che volesse evitare la diffusione di una qualche opinione con la scusante del voler preservare l’opinione pubblica da una falsità, non avrebbe alcuna giustificazione, perché l’essere umano possiede per natura gli strumenti per proteggersi. Da un lato l’esperienza, che illumina costantemente, ma siccome non tutte le cose sono di immediata evidenza, interviene la capacità di giudizio che, per essere sviluppata, ha bisogno della discussione, dello scambio di vedute. Per questo motivo, la censura, seppur “a fin di bene”, avrebbe solo ed esclusivamente effetto deleterio, impedendo all’intelletto umano di svolgere questa essenziale funzione di discernimento. Ascoltare più opinioni per completare la propria, confrontarsi con altri per integrare lacune e perplessità è la strada maestra che l’intelletto umano, in modo del tutto naturale, percorre per dare credito ad una tesi e stimarla come vera, anziché subirne supinamente l’ingiunzione. La capacità di giudizio personale migliora se prende in esame le situazioni problematiche e le supera, non se le evita per paura che possano creare obiezioni. Se si vietasse di dubitare della teoria di Newton, aggiunge Mill, non si potrebbe essere così certi della sua validità come lo siamo effettivamente, poiché la più alta conferma delle convinzioni umane sta proprio nell’«invito permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate». Se una tesi è vera, permettere che venga vagliata da un intelletto critico è la migliore, o forse l’unica, tutela della sua autenticità.

Qualificare indubitabilmente certa una cosa quando qualcuno ha motivi per dubitarne, e negare a questi ultimi la possibilità di farlo, significa attribuire a se stessi il ruolo di giudice della verità. Nel privato, ovviamente, un individuo può ritenere vera e infallibile qualunque opinione; chi si attribuisce il titolo di giudice della verità e il crisma dell’infallibilità è colui che ha la pretesa di poter decidere per gli altri, non permettendo loro di ascoltare e valutare posizioni diverse. Molto spesso, a giudizio di Mill, il vero motivo per cui un’autorità può arrivare al punto di proteggere un’opinione dagli attacchi pubblici non è la certezza della sua verità, ma la sua importanza per la società. In realtà, chiosa l’autore, «l’utilità di una opinione è essa stessa una questione di opinione – altrettanto controversa, aperta al dibattito, e da discutere, che l’opinione stessa» (p. 27). In sostanza si ritornerebbe al punto di partenza. Che una cosa sia utile – e quindi da imporre come vera – è a sua volta un’opinione e come tale va sottoposta al vaglio della riflessione critica, al pari di ogni qualsiasi altra opinione e, aggiunge il filosofo, semmai la questione andrebbe rovesciata, poiché non si deve ritenere vero un argomento in quanto utile, ma la verità di un’opinione è parte della sua utilità.

Quand’è che si può dire che in un paese non vi sia libertà intellettuale? Quando gli uomini arrivano a nutrire sentimenti e opinioni ostili nei confronti di chi non aderisce al pensiero convenzionale, fino all’instaurarsi di un clima da condanna ereticale, con una società che impone un «marchio d’infamia» che intimidisce i cittadini. Perdere la reputazione significa perdere relazioni sociali e di riflesso anche occasioni e opportunità di lavoro. Un quadro di questo genere non può definirsi libero, poiché «non vi è differenza tra imprigionare un uomo e impedirgli di guadagnarsi da vivere» (p. 37). Ad ogni modo, il danno più grave in un’atmosfera di questo tipo non lo subiscono i presunti eretici, o le menti più illuminate, ma gli intelletti di coloro che eretici non sono, i quali risulteranno intimiditi da questo clima e non riusciranno o non avranno il coraggio di sfruttare a pieno le loro capacità mentali. La libertà di pensiero è indispensabile soprattutto agli “uomini normali”, come li chiama Mill, per poter sviluppare senza timori o impedimenti le loro piene facoltà. Dove la libertà di espressione viene conculcata, può sorgere isolatamente qualche intelletto di grande spessore, ma che vi sia un popolo intellettualmente attivo è da escludere.

La regola aurea di ogni educazione intellettuale è che i fondamenti delle proprie argomentazioni siano ben esaminati, in modo da poter difendere le proprie convinzioni almeno contro le obiezioni più comuni. E se un’opinione fosse ritenuta una verità prima di essere discussa a fondo, senza censure e riprovazioni, essa non sarebbe tale, ma si paleserebbe come un dogma, «un’ennesima superstizione, associata a parole che enunciano una verità». Il metodo razionale, o se vogliamo scientifico, di pervenire a nuove conoscenze e di vagliarne l’autenticità, che ogni essere razionale dovrebbe far proprio nella ricerca della verità, non si può fondare su delle credenze, ma sulla possibilità di poter mettere in discussione ogni proposta, di lasciare sempre aperto ogni dibattito, anche in campo scientifico.

Se questo non fosse consentito, potremmo dire che si riproporrebbe un caso analogo a quello di Galilei, che si è trovato a combattere contro il principio di autorità, il quale non si può discutere né mettere in dubbio. Non solo una comune opinione, ma anche una scienza, che eliminasse dai suoi fondamenti la possibilità del dibattito, attuerebbe un’involuzione che la riporterebbe alle sabbie mobili del principio di autorità, con l’impossibilità di muoversi e progredire. E, infatti, oggi sappiamo che Galilei aveva ragione nel metodo e, quindi, nel risultato proprio perché ha oltrepassato il principio di autorità. Solo le verità matematiche sono talmente evidenti da non consentire margine di errore, in tutti gli altri casi ben vengano le divergenze di vedute.

In conclusione, se un’opinione è falsa, metterla in dubbio è un bene per la verità stessa e quindi per l’uomo. Se è l’opinione è vera, poterla mettere in discussione contribuisce a rafforzare quanto di buono c’è in essa, evitando anche che diventi un dogma e che l’adesione si svilisca. C’è, tuttavia, un ulteriore motivo per cui Mill ha condotto la sua arringa a favore della libera circolazione del pensiero umano. È una motivazione che, francamente, sembra irreprensibile. Nella maggior parte dei casi, una dottrina non è mai del tutto vera o del tutto falsa e due punti di vista tra loro alternativi possiedono entrambi una parte di verità. Per questo motivo «l’opinione dissidente è necessaria per integrare la dottrina più generalmente accettata con ciò che le manca» (p. 52).

Se qualcuno avesse la stravaganza di voler riesaminare un’opinione generalmente accettata o mettere in dubbio una dottrina che, almeno in quel momento, è prevalente ed è accolta quasi dogmaticamente, non guardiamolo con riprovazione né consideriamolo degno di ostracismo. Al contrario, ringraziamolo e «rallegriamoci che qualcuno faccia per nostro conto ciò che altrimenti dovremmo fare da soli».

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