Claudio Capo (1995) è attualmente dottorando in Scienze Giuridiche e Politiche (XXXIX ciclo) presso l’Università “Guglielmo Marconi” di Roma e laureando in Scienze Filosofiche presso l’Università Roma Tre. Si è laureato nel 2022 in Antropologia culturale presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Le sue ricerche si focalizzano sul socialismo rivoluzionario italiano della prima metà del Novecento. I suoi interessi principali concernono l’analisi storico-filosofica delle forme spirituali, culturali e sociali dalla modernità alla contemporaneità. Ha pubblicato diversi contributi presso il mensile di attualità metapolitiche «Diorama Letterario».
Recensione a M. Sellner, Remigrazione. Il libro più discusso d’Europa, Signs, Milano 2025, pp. 192
«Non ci è dunque concesso alcun indugio nell’immaginario, sebbene esso costituisca il motore di ogni nostra azione. Non per nulla la lotta per il potere è preceduta da un contenzioso sulle immagini, oltre che dalla guerra alle immagini». Una questione di immagini. Tutto ruota attorno a loro. È il Waldgänger jungheriano a sussurrarci all’orecchio questo segreto di Pulcinella. Attraverso le immagini si dispiega il racconto di un popolo. Nascita, ascesa e declino non accadono soltanto come eventi, ma si incidono nel marmo per mano degli scultori, si depositano nei cuori attraverso i versi dei poeti. Nelle immagini la storia si rivela nella sua essenza più profonda, non veste l’abito della cronaca quotidiana, né tantomeno quello più raffinato della storiografia, ma uno più prezioso, adornato di simboli cuciti nel senso e nella carne dell’esistenza collettiva. I miti di fondazione si configurano come racconti parabolici di una realtà originaria, capaci di alimentare e orientare i destini di un’intera comunità. In questa prospettiva, dietro ogni popolo si profila un archetipo storico-genetico che si manifesta nel tempo. Pertanto, l’unità di discendenza, come osserva Eric Voegelin in Le religioni politiche, costituisce il «il principio naturale per lo sviluppo della particolare comunità». Come afferma anche Helmut Berven nel volume Storia greca, l’uomo europeo è radicato nella propria comunità «più profondamente di quanto l’osservatore moderno possa avvertire». Senza la forza della comunità, continua l’ellenista tedesco, l’esistenza umana rischia di perdere di ogni valore. L’individuo isolato, abbandonato a sé stesso, non è concepibile nella lunga tradizione europea: egli è qualcuno e rappresenta qualcosa solo in relazione ad una comunità, a una storia, a un destino. Synghéneia e organicismo costituiscono, quindi, i due lemmi del sintagma europeo che, con diverse declinazioni, ritroviamo in millenni di storia. Immagini e comunità: teniamo fermi questi due elementi e proiettiamoci nel futuro del Terzo millennio. La creazione delle immagini non è più affidata al paziente cesello degli scultori, né alla voce dei lirici, ma è opera teurgica dell’evocazione dei maghi (del digitale). Tuttavia, la realtà di queste immagini appare sempre più spesso meno autentica di quella da cui pure dovrebbe trarre origine. Non si tratta di un ingarbugliato paradosso di Zenone, ma di una trasformazione strutturale dell’esperienza quotidiana. L’apparenza, oggi, non si limita a mediare gli eventi, ma li deforma attivamente, producendo narrazioni autonome. Bene aveva visto Lyotard quando registrava la fine delle grandi metanarrazioni e l’ascesa di nicchie autoreferenziali, piccole macchine di senso che girano a vuoto sul proprio asse e che, a volte, deragliano. In nome di una libertà “fantoccio”, ridotta a pura facoltà di scelta tra merci, l’individuo, oramai atomizzato, lacera i legami comunitari, tradizionali e intergenerazionali – quei legami, cioè, che precedono e superano il singolo, fondando la sua identità in una storia, una cultura, un’appartenenza non negoziabile. È la progressiva dismissione di ogni idea di comunità (Gemeinschaft), così come la intende Tönnies. Dapprima segnati da un condizionamento passivo, la nostra generazione – quella Z – ha subito l’imposizione di queste dinamiche prima ancora di impararle a nominare, finendo per vagare come in Zombi di Romero nei Grandi magazzini alla ricerca dell’ultima moda in grado di saziare un ego ipertrofico. Ma, per farla con Hölderlin, «dove c’è pericolo, cresce anche ciò che salva». Ed è in questo varco che si apre una possibilità. I più attenti ricorderanno l’ondata memetica del pinguino di Werner Herzog. Per settimane, l’intero arcipelago dei social è stato letteralmente invaso dall’immagine del coraggioso esemplare – figura in cui vengono fatti convergere tutti i topos della storia europea, dalla trireme greca alle missioni spaziali, che punta dritto verso le montagne e «si dirige verso una morte certa». Ciò che questo episodio rivela, al di là della sua apparente marginalità, della sua assurdità, è la struttura profondamente ambigua della crisi della rappresentazione contemporanea. Il virtuale, in questo caso, non lacera, ma tende a ricollegare instaurando con la realtà una «santa alleanza». Il pinguino di Herzog diventa, così, il simbolo di un capovolgimento: non un’evasione dal reale, ma un viatico di ritorno ad esso. Non una fuga, ma piuttosto il ritorno, tramite il virtuale, a ciò che c’è di più concreto: l’origine.
Quale sia questa origine, Martin Sellner lo sa bene. Sa anche come farvi ritorno e, nel suo saggio Remigrazione, pubblicato recentemente come inserto del quotidiano «La Verità» tenta di delineare un possibile percorso. Non si tratta di un semplice itinerario politico, ma di una proposta audace volta a rimettere in luce l’identità europea, oggi apparentemente nascosta sotto una coltre opaca. Ma prima di procedere oltre si impone la diagnosi del grande malato: l’Europa. L’eclisse del Vecchio continente non rappresenta il canto dei cigni morenti, né il fato di Edipo che «senza pianto, senza doglie» scompare nel bosco delle Eumenidi. Il suicidio europeo non si veste della dignità dell’«essere-per-la-morte» di cui parlava Heidegger a Todtnauberg nel cuore della Foresta Nera. Si tratta, piuttosto, di una lenta evaporazione del senso storico, del venir meno della capacità di riconoscersi come soggetto produttore di storia. Come i Lotofagi che offrivano il frutto dell’oblio in cambio della felicità, il grande malato dissolve il legame tra passato e futuro e con esso la propria identità. Eppure, proprio laddove il respiro si fa più greve e le ginocchia sembrano cedere, può intravedersi la svolta. Infatti, la cosiddetta crisi, tanto complessa nelle sue origini quanto nei suoi caratteri non significa necessariamente decadenza, ma possibilità di rinnovamento, lo sforzo ancora riflesso e cosciente di nuove ascese.
Sellner è convinto che «Remigrazione» sia un concetto chiave del XXI secolo e lo colloca al centro di un progetto che ambisce a ridefinire in profondità le coordinate delle società europee. Tanto se n’è parlato – spesso a sproposito e senza cognizione di causa, ma cos’è realmente la remigrazione? In prima battuta, il lavoro di Sellner si presenta come tentativo di sistematizzazione teorica e, al contempo, come strategia di rafforzamento della cultura guida (Leitkultur), intesa come principio ordinatore capace di fornire coesione e visione alle Nazioni. Sellner conosce bene il concetto gramsciano di «egemonia culturale», sa che il potere politico si conquista attraverso il controllo dei presupposti impliciti attraverso cui una società ragiona. Di conseguenza, la remigrazione è anzitutto un tentativo di cambio paradigmatico. Senza una trasformazione dell’orizzonte simbolico, ogni intervento esecutivo è condannato a restare in superficie. Non una semplice proposta di politica migratoria, dunque, ma un «lavoro metapolitico» che ambisce a trasformare il quadro entro cui le decisioni politiche prendono forma. In questa prospettiva, la remigrazione viene definita come un processo complesso e di lunga durata che implica il ritorno nei Paesi d’origine di consistenti quote di popolazione immigrata o di origine straniera. Sellner esplicita con chiarezza come un progetto di tali dimensioni non possa essere improvvisato, ma debba essere articolato meticolosamente nel rispetto dello Stato di diritto, escludendo con forza l’utilizzo di forme, esplicite o implicite, di violenza. Ne deriva una visione che, pur radicale nelle finalità, si presenta come formalmente iscritta entro i limiti giuridici degli assetti istituzionali contemporanei.
In questo breve intervento seguiremo il suggerimento di Francesco Borgonovo – autore dell’introduzione del volume, cercando anzitutto di indagare le cause e i risvolti di quella «propaganda martellante» che ha contribuito a conficcare nelle menti dei giovani europei il «culto della colpa» e la necessità di espiazione – di cui l’immigrazione diviene la massima tensione escatologica. La colpa e l’espiazione rappresentano agli occhi di Martin Sellner dei veri e propri tabù, delle linee rosse sorvegliate da leggi non scritte dell’opinione pubblica e da un ostracismo sociale dosato meticolosamente attraverso il controllo del dibattito. Gli ultimi decenni, come osserva Rolf Peter Sieferle in Finis Germania del 2017, hanno visto un intensificarsi della dicotomia escludente tra vittima e carnefice, nella quale quest’ultimo è chiamato a una sorta di perversa via crucis per emendare le proprie colpe. Analogamente, Douglas Murray in The Strange Death of Europe, uscito lo stesso anno, descrive un meccanismo per cui gli europei sarebbero chiamati a una perpetua opera di ammenda. Il risultato messo in evidenza da Sellner è quello di una paralisi identitaria: un soggetto che si percepisce esclusivamente come colpevole perde la capacità di agire. Prendere le parti degli «ultimi della Terra» ha finito per plasmare il carattere nazionale dei popoli europei sotto il segno di un masochismo identitario che li induce a pensarsi come perennemente doverosi di penitenza. In questo ripensamento – per Sellner eterodiretto, essi finiscono per rimuovere la storia in quanto orizzonte di conflitto, azione, trasformazione e si sentono a casa nel paese del Bengodi, rassegnati a un eterno presente fukuyamiano dominato dalla calma piatta della pace liberale. Già Arnold Gehlen in Moral und Hypermoral nel 1969 aveva parlato del grande tabù dell’obbligatorietà della compassione universale. L’antropologo tedesco analizza la tensione strutturale tra l’etica istituzionale – fondata su una serie di norme, confini e meccanismi di stabilizzazione sociale – e una forma di ipermorale caratterizzata dalla prevaricazione di elementi astratti che tendono progressivamente ad estendersi ab libitum, fagocitando ogni ambito della vita associata. Ogni conquista umanitaria ed egualitaria non placa, ma alimenta le rivendicazioni pleonastiche. L’opinione pubblica, instabile e con una bassa soglia di eccitamento (Flatterhaftigkeit), costituisce il terreno ideale che rende possibile il processo e ne amplifica gli esiti, trasformando ogni piccolo risentimento in una rivendicazione assoluta. Il risultato del processo degenerativo, sostiene Geheln, è una Moralhypertrophie, un’ipertrofia della morale. In essa, la convergenza tra umanitarismo universalistico ed eudemonismo produce un sovraccarico normativo che finisce per entrare in tensione con le istituzioni della comunità, immobilizzandole. Stabilite queste premesse, Gehlen sostiene che i principi comportamentali ispirati a uguaglianza e fratellanza non possano essere di alcuna utilità. Tutt’altro, rischiano piuttosto di essere controproducenti e di sfaldare il tessuto sociale. L’appello all’amore per l’umanità non rappresenta che il deprecabile sintomo di una situazione di degenerazione culturale e conduce, apparentemente in modo paradossale, alla sovrarappresentazione dell’importanza dell’individuo. Il rammollimento degli ideali e il declino della fiducia nell’autorità – afferma il pensatore tedesco – coincidono con l’emergere di una moralizzazione eccessiva dell’uomo comune, che mentre fruisce di conoscenze sempre più povere e superficiali resta travolto da forme di de-responsabilizzazione perverse. Le stesse che, agli occhi di Sellner, hanno reso intere città europee, sic et simpliciter, tutt’altro che europee. Ogni regolazione sociale derivante da un «ethos famigliare», che prevede la cura dei membri della propria comunità si esclude reciprocamente da un atteggiamento umanitario.
L’identikit del bersaglio principale di Martin Sellner è il nemico interno: l’espiatore avvolto dal fatalismo, tormentato dai sensi di colpa. L’élite di questo «blocco del culto della colpa», una galassia composita formata da brahmani del politicamente corretto, industria mediatica e associazioni filantropiche, «non tenta neanche di nascondere il piacere nel vedere il proprio popolo ferito e umiliato». Sellner osserva che la «sostituzione etnica viene spesso presentata esplicitamente come “riparazione”, “risarcimento” ed “espiazione” (Wiedergutmachung) per una colpa storica» da saldare davanti al tribunale della morale universale. Il nuovo “peccato originale” ammette il pentimento, ma non promette l’assoluzione. Nessun atto di riparazione è mai abbastanza. Così l’Europa, anziché guardare avanti, resta imbrigliata a un presente incapacitante, condannata a una compassione perpetua che, mentre pretende di rivolgersi all’umanità astratta, finisce di dimenticare il prossimo concreto e divorare il proprio avvenire. Per quanto bollata come paranoia dal coro mainstream, le analisi di Sellner non nascono nel vuoto. La cosiddetta «sostituzione etnica», sottolinea l’autore, viene esplicitamente rivendicata in un rapporto delle Nazioni Unite, Replacement Migration del marzo del 2000, dove si propone, in termini asettici ma inequivocabili, di compensare il deficit di natalità dei popoli europei con flussi migratori. La tesi è lapalissiana: se l’Europa scivola verso l’inverno demografico, se le culle restano vuote dopo decenni di stagnazione delle nascite, allora la soluzione suggerita da certi organismi internazionali è quella di sostituire gli autoctoni con gli allogeni. Un fenomeno massiccio come quello attenzionato da Sellner produce due effetti strutturali: la frammentazione del tessuto sociale e l’erosione del capitale sociale. La sintesi organica tra fiducia interpersonale, identità condivisa e cooperazione volontaria non costituisce soltanto un corredo etico, ma il fondamento stesso dello Stato di diritto, dei sistemi di welfare moderni e della pace sociale. In altri termini, senza un livello minimo di omogeneità – biologica, valoriale, culturale – e di riconoscimento reciproco, nessun patto di convivenza regge a lungo e la società, tribalizzandosi progressivamente, rischia di implodere su sé stessa. Remigrazione non mira a ottenere consensi attraverso le categorie morali universalistiche, ma si inserisce in un orizzonte squisitamente pragmatico, caratterizzato da un realismo disincantato che lascia interdetti i più sensibili. In questo senso, la proposta di Martin Sellner si distingue per un’impostazione dichiaratamente a-morale – nel senso machiavellico del termine. La prospettiva remigrazionista non mira soltanto a riequilibrare i dati demografici, respingendo l’elemento allogeno non assimilabile, ma anche a ricostruire quelle comunità nazionali e continentali che sono state erose da anni di politiche “inclusive” e “multiculturali”. Il politologo austriaco sostiene che leggi e istituzioni sono condizioni necessarie, ma non sufficienti, al protrarsi di una civiltà. Esse disegnano l’architettura formale della convivenza, ma non ne alimentano il respiro profondo. A completare questa equazione interviene il valore del «noi», ovvero un discorso, una memoria condivisa che forgia l’identità, un destino comune che proietta il gruppo nel futuro. Eppure, oggi, diversità etnica e tolleranza vengono elevate a valori di carattere metafisico, posti sulla bilancia dicotomica tra bene e male e, pertanto, sottratti a ogni possibilità di critica. Proprio questo, agli occhi di Sellner, invalida la ricerca di un «noi». Il «noi» vive, infatti, della differenza dall’«altro». Se nella tolleranza illimitata e l’orizzonte inclusivo annullano ogni distinzione tra i due poli, allora né l’uno né l’altro possono definirsi vicendevolmente. In assenza di un rapporto dialettico tra identità e alterità, il «sentimento del noi» viene meno, poiché la sua condizione di possibilità risiede proprio nella capacità di tracciare un confine tra chi appartiene e chi è esterno alla comunità. Pertanto, la politica dell’identità, sostiene Sellner, non può essere evitata, perché costituisce un elemento imprescindibile di ogni vita associata.
Il discorso ritorna al suo punto di partenza: le immagini. Sono le immagini, infatti, a condensare e trasmettere i miti, a rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe velato. Se l’Europa smarrisce la propria immagine, smarrisce anche la propria direzione. Il pinguino di Herzog, allora, non è più soltanto meme bizzarro, ma un argonauta che si avventura verso un destino ignoto. In questa immagine si riflette il volto bifronte dell’Europa contemporanea, sospesa tra inerzia e decisione. È qui che il concetto di «remigrazione» di Martin Sellner diventa un tentativo di ri-orientamento, una inversione di rotta rispetto a un movimento percepito da sempre più europei come dissolutivo. Come il pinguino che abbandona la traiettoria consueta, anche l’Europa è chiamata a interrogarsi sulla direzione del proprio cammino – se disperdersi ulteriormente o tornare alle condizioni che per millenni l’hanno tenuta al centro del mondo. Non sappiamo se questo movimento conduca alla rigenerazione o all’abisso. Forse, allora, il punto non è stabilire con certezza l’esito del percorso, ma riconoscere che ogni comunità vive delle immagini che sceglie di seguire. Forse, allora, il problema non è soltanto dove stia andando l’Europa, ma quale immagine di sé stia seguendo. E se, come il pinguino, stia avanzando inconsapevolmente verso la propria fine o se, proprio in quell’apparente deviazione, non si nasconda l’intimo desiderio di un ritorno all’origine, là dove mito e realtà tornano finalmente a coincidere.
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