Nato a Bari, nel 2026 ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università per Stranieri di Perugia con una tesi dal titolo Abbaiare alla luna. Intersezioni tra liberalsocialismo e conservatorismo fusionista (1954-1987). Già Fulbright Visiting Student Researcher nel 2024/25 presso la George Mason University di Fairfax, si occupa di relazioni transatlantiche, storia delle élite intellettuali e circolazione delle idee politiche negli anni Ottanta.

Nella Danimarca shakespeariana, Polonio riconosceva nella follia di Amleto «del metodo». La follia, appunto, era un metodo utile a celare altro. Anche nell’Elogio della follia di Erasmo, la Follia era chiamata a parlare per smascherare i vizi dei potenti, dei teologi e delle cose umane. C’era dunque metodo nell’uso della follia perché aggiungeva senso al reale anziché sottrarlo. Oggi, nella politica democratica statunitense (e non solo), il movimento sembra spesso inverso. Negli ultimi anni, infatti, la politica ha spesso ceduto alla tentazione di prendere a prestito il linguaggio della follia. Tuttavia, mentre accusare un contendente di sbagliare significa restare nel campo della politica; definirlo “pazzo”, “instabile”, “patologico”, “inadatto per ragioni cliniche”, significa invece provare a sottrarlo alla contesa. Tale problema, già emerso durante l’amministrazione Biden, si è riacceso apertamente attorno alla figura di Donald Trump. Nella campagna elettorale del 2024 oltre duecento professionisti della salute mentale hanno firmato una lettera aperta che lo ha descritto in termini di «malignant narcissism», sostenendo che il suo comportamento pubblico consentisse inferenze cliniche rilevanti (https://www.theguardian.com/us-news/2024/oct/24/trump-nyt-ad-george-conway-pac). Parallelamente, la campagna democratica ha insistito sulla sua presunta instabilità, mentre il campo repubblicano ha replicato patologizzando prima lo stato cognitivo di Joe Biden e poi la figura di Kamala Harris (https://www.thelancet.com/journals/lanam/article/PIIS2667-193X%2824%2900019-X/fulltext; https://www.theguardian.com/us-news/2024/sep/29/trump-republicans-mentally-disabled-comments-harris).

Ad oggi, il dibattito non si è affatto chiuso. Alla crescente esposizione pubblica delle condizioni cliniche dei presidenti statunitensi non sembra corrispondere una reale pacificazione del giudizio pubblico. Potrebbe apparire una storia eccezionale, figlia della polarizzazione contemporanea. Eppure, proprio il richiamo alla Goldwater Rule da parte dei difensori di Trump suggerisce che la storia offra traiettorie non occasionali sulle quali riflettere. Già nel 1964 gli Stati Uniti attraversarono un tornante decisivo nel rapporto, tutt’altro che lineare, tra psichiatria e politica. La nomination presidenziale repubblicana di Barry Goldwater rese visibile l’ascesa di una nuova destra conservatrice e, proprio per questo, fu percepita da molti commentatori come una rottura profonda (https://time.com/6991064/rnc-history-1964-republican-convention/). La paura di Goldwater, però, non rimase confinata al terreno delle idee o dei programmi. Non riguardò soltanto la politica estera, il rischio nucleare o la radicalizzazione dell’anticomunismo. Si diffuse altresì la tentazione di leggerlo come eccezione patologica prima ancora che politica.

La campagna elettorale di Lyndon B. Johnson contribuì a fissare questo clima. Lo storico spot “Daisy”, destinato a diventare una delle immagini più celebri della comunicazione politica statunitense, associava implicitamente l’elezione di Goldwater al rischio della catastrofe atomica. A inasprire ulteriormente la campagna contribuì poi la rivista Fact che spedì un questionario a 12.356 psichiatri chiedendo se Goldwater fosse psicologicamente idoneo alla presidenza. Le risposte di 2.417 degli intervistati consentirono la pubblicazione di The Unconscious of a Conservative, evidente rovesciamento polemico di The Conscience of a Conservative, il celebre scritto programmatico pubblicato da Goldwater nel 1960. Il direttore Templeton della Community Hospital Mental Clinic di Glen Cove (NY) concluse la propria intervista affermando: «In allowing you to quote me, which I do, I rely on the protection of Goldwater’s defeat at the polls in November; for if Goldwater wins the presidency, both you and I will be among the first into the concentration camps» (Boroson, p. 24).

Goldwater perse le elezioni in modo netto ma la sconfitta non chiuse la vicenda. Al contrario, egli reagì in tribunale contro quella che considerava una campagna diffamatoria costruita attraverso l’abuso di un sapere professionale. La Corte d’appello confermò nel 1969 che quelle affermazioni non potevano semplicemente rifugiarsi dietro la protezione del Primo emendamento, soprattutto quando venivano presentate come giudizi specialistici fondati su materiali selezionati, alterati o organizzati in funzione di una tesi già decisa (https://law.justia.com/cases/federal/appellate-courts/F2/414/324/84727/). Il problema non era la critica politica a Goldwater, che poteva essere aspra, durissima, perfino radicale. Il problema era la sua trasformazione in diagnosi psichiatrica a distanza.

Pochi anni dopo, nel 1973, la deontologia psichiatrica statunitense codificò una risposta destinata a divenire celebre. L’American Psychiatric Association stabilì che uno psichiatra può certamente parlare in pubblico di questioni generali legate alla salute mentale, ma non può offrire un’opinione professionale su una figura pubblica senza averla esaminata direttamente e senza averne ricevuto autorizzazione (https://www.psychiatry.org/getmedia/747b3f55-3afc-4231-9028-badec1c8c4f5/Opinions-of-the-Ethics-Committee.pdf). Prese forma così quella che oltreoceano è nota come Goldwater Rule. Quest’ultima non basta, da sola, a risolvere il problema del limite fino al quale sia lecito spingersi nel giudizio su una figura pubblica. La salute di chi esercita un potere enorme può diventare questione di interesse pubblico. Un presidente incapace di intendere, decidere o valutare avrebbe conseguenze non private, ma istituzionali e politiche. Tuttavia, proprio perché la questione è seria, non può essere affidata al consulto mediatico e alla perizia improvvisata su frammenti di esposizione pubblica.

Il punto più profondo, però, è che la categoria di pazzia dà spesso l’illusione di aver compreso un fenomeno, mentre in realtà lo si è soltanto ridotto a un guadagno polemico immediato. Dichiarare un avversario clinicamente inidoneo, anziché politicamente pericoloso, significa spostare il conflitto in una lingua che pretende neutralità, ma produce stigma. La lezione che Barry Goldwater lascia paradossalmente anche a chi non condividerebbe nulla delle sue idee riguarda proprio gli effetti di un tale disarmo del contendente politico. Per molto tempo la sua candidatura fu ricordata soprattutto come una deviazione estremistica, quasi come l’incidente di percorso di un Partito repubblicano temporaneamente ostaggio della propria ala più radicale. Solo successivamente la storiografia, da Nash a Perlstein, ne ha riconosciuto il carattere fondativo. Lungi dall’essere un “pazzo” isolato, Goldwater si rivelò il sintomo di trasformazioni profonde che prepararono l’ascesa di Ronald Reagan. In effetti, dietro la sua sconfitta maturavano la crisi del consenso liberal, la mobilitazione della destra suburbana, l’insofferenza verso lo Stato federale, la riorganizzazione dell’anticomunismo e, in prospettiva, le condizioni della rivoluzione reaganiana. Compromettere la comprensione di fenomeni complessi attraverso letture semplicistiche è dunque tutt’altro che un metodo. Chi crede di disarmare la controparte politica attribuendosi patenti di legittimità clinica e morale spesso non si accorge di aver disarmato soprattutto il proprio linguaggio e le proprie capacità analitiche.

Bibliografia essenziale

American Psychiatric Association, Opinions of the Ethics Committee on The Principles of Medical Ethics, Washington DC: American Psychiatric Association, 2025.

Warren Boroson, “What psychiatrists say about Goldwater”, Fact 1, n. 5 (settembre-ottobre 1964): 24-64.

Jessica Glenza, “More than 200 health professionals say Trump has ‘malignant narcissism’ in open letter”, The Guardian, 24 ottobre 2024.

Barry Goldwater, The Conscience of a Conservative, Rockville: Wildside Press, 2021, (ed. orig. New York: Macfadden Books, 1960).

Edward Helmore, “Top Republicans disavow Trump’s ‘mentally disabled’ attacks on Harris”, The Guardian, 29 settembre 2024.

Charles Holden, “The Republican National Convention That Shocked the Country”, Time, 17 luglio 2024.

George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement in America Since 1945, Wilmington: ISI Books, 2014 (ed. orig. New York: Basic Books, 1976).

Robert Mann, Daisy Petals and Mushroom Clouds: LBJ, Barry Goldwater, and the Ad That Changed American Politics, Baton Rouge: Louisiana State University Press, 2011.

Rick Perlstein, Before the Storm: Barry Goldwater and the Unmaking of the American Consensus, New York: Nation Books, 2009.

Alexander Smith, Dinesh Bhugra, Margaret S. Chisolm, Maria A. Oquendo, Antonio Ventriglio, e Michael Liebrenza, “Ethics and disinformation on the campaign trail: psychiatry, the Goldwater Rule, and the 2024 United States presidential election”, The Lancet Regional Health – Americas 31, 2024.

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