Alfonso Lanzieri (1985) ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Dal 2016 è docente incaricato presso la Facoltà Teologica di Napoli e l’ISSR “Duns Scoto” di Nola-Acerra. È docente di ruolo di Filosofia e Storia nei Licei. Si interessa principalmente di filosofia morale e filosofia della mente. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste nazionali e internazionali. La sua ultima monografia è "Rischiare il bene. La responsabilità in Dietrich Bonhoeffer" (Castelvecchi, 2026).
Il tempo è una delle categorie più elusive dell’esperienza umana, e al contempo una delle più decisive. Non solo perché ogni evento accade nel tempo, ma perché il modo in cui il tempo viene pensato determina profondamente il modo in cui si comprendono l’azione, la storia e il senso stesso dell’esistenza. Negli ultimi anni si è fatta strada l’idea che la storia sia “tornata”. Guerre, tensioni geopolitiche, crisi sistemiche sembrano aver riaperto il campo del conflitto dopo la lunga illusione della sua fine. E tuttavia questa diagnosi, a mio avviso, rischia di essere affrettata. Che accadano eventi non significa ancora che vi sia storia. Perché vi sia storia non basta il movimento: serve una direzione, una trama, un senso. Oggi, più che in altri momenti, questa capacità sembra indebolita. Gli eventi si susseguono, ma non si organizzano. Si accumulano, ma non si illuminano reciprocamente. Il tempo appare pieno di accadimenti e insieme privo di storia.
Questa difficoltà può essere letta a partire da due tendenze odierne, opposte e convergenti. Da un lato, il presentismo: il tempo si riduce all’attualità, gli eventi si consumano nell’istante e non lasciano traccia. Dall’altro, una forma di eccitamento che potremmo chiamare frenesia escatologica: il senso viene proiettato interamente nel futuro, e ciò che accade ora perde consistenza propria. Nel primo caso, si fa esperienza di un tempo senza senso; nel secondo caso, c’è un senso che divora il tempo. In entrambe le configurazioni, diventa difficile fare esperienza della storia. Non perché nulla accada, ma perché ciò che accade non riesce a configurarsi come significativo. Siamo oltre Aspettando Godot. È forse qui che la crisi europea si mostra con maggiore evidenza. L’Europa possiede memoria, ma fatica a trasformarla in eredità. Parla del proprio passato, ma sempre più spesso come di un peso da cui liberarsi, di una zavorra da alleggerire più che di una risorsa da interrogare. Ciò che è stato viene assunto quasi esclusivamente sotto il segno della colpa, dell’errore, dell’ambivalenza da cui prendere le distanze. Ma un passato ridotto a pura negatività difficilmente può continuare a operare come principio di orientamento. Se il passato non è più ciò che, pur criticamente vagliato, contiene una promessa, allora il tempo si spezza. Così, liberato da ogni eredità significativa, il presente si chiude su sé stesso, privo di profondità. Oppure, in alternativa, proietta interamente il senso in un futuro escatologico, in cui tutto ciò che è stato verrà finalmente riscattato o superato. In entrambi i casi, il tempo perde la sua articolazione e, con essa, la possibilità di farsi storia.
Probabilmente accennare alla concezione di tempo che ci proviene dalla tradizione giudeo-cristiana può essere d’aiuto. Ciò che caratterizza in modo specifico tale tradizione non è semplicemente l’idea che la rivelazione di Dio avvenga nel tempo, ma che il tempo stesso sia il luogo in cui si dispiega un senso. Se per la filosofia greca, la verità e il senso stavano al di là del divenire temporale, nella ferma stabilità delle Idee, dell’Atto puro, dell’Uno, vale a dire nelle diverse configurazioni del Fondamento, tutte accomunate dalla fissità e dalla separazione dalla storia, per il cristiano il Senso, pur trascendendo il tempo, ci viene incontro nel divenire degli avvenimenti storici, poiché Dio non si manifesta primariamente come principio cosmologico o verità atemporale, ma come colui che agisce, promette, giudica, salva dentro una trama di eventi. Se questa trama si spezza — perché il passato è ridotto a zavorra o il futuro a pura evasione — allora anche il presente diventa inabitabile. In Cristo e il tempo di Oscar Cullmann, capolavoro teologico del ‘900, il tempo cristiano è presentato come una struttura organizzata a partire da un centro: l’evento Cristo. Non un evento tra gli altri, ma un punto di svolta che determina il senso dell’intero processo storico. La sua morte e risurrezione non sono semplici fatti del passato, ma ciò che conferisce direzione al tempo. Questo comporta una conseguenza decisiva: il centro della storia non è nel futuro, ma è già dato. E tuttavia il compimento non è ancora pienamente manifestato. Si apre così una tensione tra ciò che è già accaduto e ciò che non è ancora giunto a compimento. Cullmann utilizza un’immagine efficace: quella della battaglia decisiva di una guerra. C’è un momento in cui l’esito del conflitto è già determinato, anche se la conclusione formale deve ancora avvenire. Dopo quel momento, ogni evento si colloca entro un esito già deciso, senza per questo perdere realtà. In tal modo, il presente non è autosufficiente, perché il suo senso dipende da un evento che lo precede; ma non è neppure sacrificabile, perché è il luogo in cui ciò che è stato deciso continua a dispiegarsi. È proprio questa tensione — tra un “già” e un “non ancora” — che sembra venire meno nelle configurazioni contemporanee del tempo.
La riflessione di Cullmann offre allora non tanto una soluzione teorica quanto un criterio critico-pratico. Essa ci invita a pensare un tempo che non sia né vuoto né sacrificabile, ma abitabile. Un tempo in cui l’azione non si esaurisce nella reazione immediata né si dissolve nell’attesa fanatica, disposta a sacrificare tutto dell’adesso in vista del domani (ogni violenza rivoluzionaria poggia su questo schema). Se il presente non è né tutto né nulla, allora anche l’agire cambia forma. Non si tratta di consumare il tempo né di accelerarlo, ma di assumerlo come spazio in cui ciò che è già stato deciso continua a esigere risposta. Una cultura che non attende più nulla, e che non sa più ricevere il proprio passato se non sotto il segno dell’esaurimento, può avere amministrazione, reazione, persino convulsione. Difficilmente storia. Perché la storia comincia davvero solo dove un passato viene assunto come promessa e un futuro viene desiderato come forma possibile del comune. Quale potrebbe essere, allora, per l’Europa, quell’evento-centro capace di operare ancora come promessa già iniziata ma non ancora compiuta? Non un momento da celebrare retoricamente, ma qualcosa che, pur segnato da ambivalenze e contraddizioni, continui a contenere una possibilità non esaurita. Forse la risposta non va cercata in un singolo episodio, ma in una forma storica: l’idea che la dignità della persona non dipenda dalla forza, dall’appartenenza o dall’utilità, e che il potere debba riconoscere limiti che non si dà da sé. È una promessa che attraversa tanto l’eredità cristiana quanto quella illuministica (e i loro punti di tangenza), e che ha trovato espressione, pur imperfetta, nelle istituzioni europee del secondo dopoguerra. Non si tratta di idealizzare questo passato, ma di chiedersi se esso contenga ancora una direzione. Se così fosse, il problema dell’Europa non sarebbe la mancanza di memoria, ma la difficoltà di riconoscere, dentro ciò che è stato, qualcosa che chiede ancora di essere portato a compimento.
![]()

