Antonio Messina è dottore di ricerca in Scienze Politiche (Università di Catania) ed è stato Visiting PhD Fellow presso l’Università di Leiden (Paesi Bassi). Fa parte del comitato scientifico o redazionale delle riviste ‘Il Pensiero Storico’, ‘Nuova Storia Contemporanea’, ‘La Razón histórica’ e del comitato dei revisori del ‘Journal of Political Science and International Relations’. Ha pubblicato una serie di studi di storia del pensiero politico e di storia intellettuale delle ideologie radicali, europee ed extraeuropee, privilegiando l’analisi comparatistica.
Aree di ricerca: African Studies; Contemporary Intellectual History; Totalitarian Ideologies; Comparative Fascist Studies; Nationalism; Political Ideologies; Political Religion and Sacralization of Politics.
Recensione a S. Grandone, Ripensare la scuola con la filosofia, Roma, Tab edizioni 2026, pp. 290.
Il titolo del volume di Salvatore Grandone può suscitare, come l’autore stesso ammette in apertura, reazioni contrastanti in chi lavora nel mondo dell’istruzione. L’ultima volta che un filosofo ha pensato sistematicamente la scuola italiana, ha prodotto una riforma che ha segnato l’educazione nel paese per decenni. Il nome, naturalmente, è quello di Giovanni Gentile. Che il libro si apra con questa evocazione non è affatto casuale: l’intera argomentazione di Grandone prende infatti avvio da una diagnosi che lascia intravedere, tra le righe, come il declino della scuola italiana sia proporzionale alla progressiva rimozione dell’orizzonte valoriale che Gentile le aveva conferito
L’autore mostra efficacemente come la critica al modello gentiliano è diventata, nell’immaginario pedagogico contemporaneo, un riflesso condizionato, una «semplificazione diffusa soprattutto tra coloro che non hanno letto con attenzione i testi “pedagogici” di Gentile» (p. 8). Il retaggio del filosofo siciliano viene sistematicamente ridotto all’immagine della lezione frontale, dell’alunno concepito come un vaso da riempire, del nozionismo trasmissivo e di altre rappresentazioni altrettanto semplificatrici. Ma questa caricatura dice poco o nulla della pedagogia attualistica nella sua sostanza speculativa. Nell’attualismo, il centro della formazione non è il contenuto trasmesso (il pensiero pensato, per usare la distinzione fondamentale di Gentile) bensì l’atto vivo del pensare: l’autocoscienza in atto dello spirito che si forma attraverso il processo educativo. Il problema della pedagogia gentiliana non era il sapere come oggetto inerte da consegnare, ma il sapere come autorivelazione del soggetto. L’educazione era concepita come una dialettica tra maestro e alunno nella quale entrambi partecipano di un unico atto spirituale, e nella quale entrambi, in misura diversa, si trasformano.
L’autore individua nel ritorno alla concezione antica della filosofia come arte di vivere, mediata soprattutto da Pierre Hadot e Peter Sloterdijk, la risposta alla crisi dell’educazione. Secondo Grandone, la crisi dell’educazione consiste nella progressiva espulsione della filosofia dalla scuola come pratica trasformativa, con la sua sostituzione da parte di una pedagogia tecnocratica che riduce il processo formativo alla certificazione di competenze misurabili, svuota il sapere del suo potere di trasformazione interiore e consegna la scuola a logiche aziendali estranee alla sua missione, producendo istituzioni capaci di istruire ma non di formare, di conformare ma non di elevare.
La scuola italiana, come quella di molti altri paesi occidentali, ha subìto una progressiva aziendalizzazione: le istituzioni scolastiche, esattamente come le imprese, si fanno pubblicità sul territorio, partecipano a gare per ottenere finanziamenti, monitorano costantemente obiettivi quantificabili, cercano partnership con le imprese. In questo quadro, la funzione formativa viene ridotta a produzione di competenze certificabili, e il docente smette di essere un educatore per diventare un erogatore di servizi. Tale logica finisce col trasmutare la scuola in «una sorta di fabbrica il cui compito consisterebbe nel costruire dei lavoratori-ingranaggi sempre più “lubrificati”» (p. 47) e dove «la relazione tra studenti e istituzione scolastica» assume le sembianze della «classica dinamica domanda-offerta» (p. 141). Le conseguenze di questo impianto formativo risultano profonde e devastanti e a pagarne il prezzo sono soprattutto i giovani. L’autore cita dati allarmanti: mentre il suicidio è tra le prime cause di morte nella fascia 10-19 anni in Europa occidentale, i tassi di ansia e depressione hanno raggiunto picchi storici (pp. 243-244). In costante crescita, inoltre, la criminalità minorile, le dipendenze da droghe, alcol, fumo.
Di fronte a questo scenario, la retorica dell’inclusione e del benessere che permea i documenti ministeriali appare come un correttivo superficiale, incapace di toccare le radici del problema. La risposta è che la scuola deve recuperare una funzione terapeutica: non nel senso di sostituirsi a psicologi e specialisti, ma nel senso più antico che il termine aveva in Epitteto, per il quale la scuola del filosofo era «un ospedale» in cui si entrava malati per uscire trasformati (p. 175). Le tre coordinate bergsoniane, la gentilezza come sinergia autentica nella relazione educativa, il buon senso come orientamento nel presente attraverso i classici, l’intelligenza come cura delle energie psichiche, sono precisamente gli strumenti che Grandone propone per restituire alla scuola questa dimensione verticale perduta.
Storicamente, vale la pena ricordare che Bergson e Gentile furono contemporanei e sostennero concezioni filosofiche profondamente divergenti, soprattutto in merito al rapporto tra intuizione e dialettica, ma accomunate dal comune rifiuto del positivismo educativo. Entrambi si opposero all’idea che la formazione potesse ridursi a una sequenza di operazioni misurabili o che l’educazione potesse essere concepita e organizzata come un processo industriale. La scuola delle competenze che Grandone critica è, in questo senso, la realizzazione tardiva di ciò contro cui sia Bergson sia Gentile avevano combattuto sul terreno pedagogico. Non è dunque azzardato leggere l’intera seconda parte del volume, dedicata alle tre coordinate bergsoniane (la gentilezza, il buon senso, l’intelligenza), come una traduzione in altro registro di istanze che l’attualismo aveva elaborato in chiave speculativa. La «gentilezza dello spirito» bergsoniana, con la sua insistenza sulla souplesse intellettuale e sull’ascolto autentico nella relazione educativa (p. 150), non è lontana dall’idea gentiliana del maestro come soggetto che si fa medium di un processo spirituale più ampio. Il «buon senso» come chiave per ripensare il ruolo dei classici nella formazione riecheggia la difesa gentiliana della cultura classica non come erudizione fine a sé stessa ma come formazione integrale dello spirito. L’«intelligenza» come dinamismo energetico che richiede sforzo e attenzione è, per altra via, la critica gentiliana all’acquisizione passiva di contenuti preconfezionati. Ciò che la proposta bergsoniana di Grandone consente di vedere con nitidezza è la distanza abissale tra il telos dichiarato dell’educazione contemporanea e la struttura effettiva delle istituzioni scolastiche. Il sistema vuole, come scrive l’autore, «futuri cittadini che abbiano spirito critico ma che siano allo stesso tempo malleabili e flessibili; giovani uomini e giovani donne che sappiano controllarsi e che siano però anche accaniti consumatori» (p. 12): una contraddizione strutturale che è la radice della pericolosa deriva della scuola neoliberista.
Ripensare la scuola con la filosofia ha il merito di reintrodurre la filosofia nel dibattito educativo con argomentazioni rigorose, lontane da ogni nostalgia passatistica. Uno dei passaggi più convincenti del libro è la decostruzione della «scuola delle competenze» come paradigma ideologico mascherato da neutralità tecnica. Dietro la sua apparente neutralità, Grandone individua una precisa visione dell’uomo e della società: quella di un individuo chiamato non a formarsi, ma ad adattarsi; non a crescere interiormente, ma a rendersi funzionale. L’analisi delle ambiguità semantiche di termini come «adattabilità», «flessibilità» e «resilienza» (p. 126) mostra come dietro il linguaggio tecnico-pedagogico si celino le opzioni ideologiche di una scuola che ha ormai interiorizzato la logica del mercato, orientandosi non alla formazione di persone, ma alla produzione di “risorse umane”.
La proposta di recuperare la funzione terapeutica e antropotecnica dell’educazione risponde a un’urgenza reale, testimoniata dai dati sul disagio giovanile riportati nel volume. Ed è forse proprio questa la tesi più importante del libro: che la pedagogia non possa essere demandata esclusivamente ai “tecnici”, perché la filosofia ha ancora qualcosa di essenziale da dire sulla scuola. Si tratta di una tesi che rinvia direttamente al nucleo della pedagogia gentiliana e impone una nuova lettura critica di Gentile: l’idea che la scuola non possa ridursi a un dispositivo tecnico di produzione di competenze, ma debba tornare a essere anzitutto un luogo di formazione dello spirito.
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