Antonio Messina è dottore di ricerca in Scienze Politiche (Università di Catania) ed è stato Visiting PhD Fellow presso l’Università di Leiden (Paesi Bassi). Fa parte del comitato scientifico o redazionale delle riviste ‘Il Pensiero Storico’, ‘Nuova Storia Contemporanea’, ‘La Razón histórica’ e del comitato dei revisori del ‘Journal of Political Science and International Relations’. Ha pubblicato una serie di studi di storia del pensiero politico e di storia intellettuale delle ideologie radicali, europee ed extraeuropee, privilegiando l’analisi comparatistica.
Aree di ricerca: African Studies; Contemporary Intellectual History; Totalitarian Ideologies; Comparative Fascist Studies; Nationalism; Political Ideologies; Political Religion and Sacralization of Politics.

Recensione di Paola S. Salvatori (a cura di), Il fascismo e la storia, Edizioni della Normale, Pisa 2020, pp. 296.

 

A distanza di alcuni anni dalla sua pubblicazione, Il fascismo e la storia merita di essere riproposto perché le questioni che affronta rivestono un’importanza centrale nel dibattito storiografico attuale. Il rapporto tra uso pubblico della storia, costruzione del passato e legittimazione politica continua infatti a rappresentare un nodo interpretativo cruciale, che rende questo volume ancora oggi uno strumento utile di riflessione. L’introduzione della curatrice fissa le coordinate: «l’uso politico dell’analogia storica fu tra i principali strumenti utilizzati dal regime fascista per fabbricare e alimentare il consenso» (p. 7). La formula è esatta, ma il volume nel suo complesso suggerisce qualcosa di più. Il rapporto del fascismo con la storia non si riduceva alla propaganda: era anche, e forse prima di tutto, un tentativo di auto-definizione. Il regime aveva bisogno del passato per trovare nel divenire storico una propria collocazione ideologica, per inscriversi in una tradizione, per giustificare la propria pretesa di essere, come scriveva Mussolini, «la più grande novità del secolo XX» (p. 111): una novità assoluta e al tempo stesso erede naturale di una civiltà millenaria. Questa tensione tra rottura rivoluzionaria e continuità storica percorre l’intero volume e ne costituisce il filo interpretativo più fecondo.

I primi saggi affrontano il periodo storico dell’antichità. Alessandra Coppola ricostruisce il tormentato rapporto del fascismo con la Grecia, antica e moderna. Il problema era evidente: celebrare la Grecia classica rischiava di mettere in ombra Roma, della quale l’Italia fascista si proclamava erede diretta. Alcuni intellettuali fascisti rovesciarono la tradizionale gerarchia culturale: non era Roma a essere in debito con la Grecia, ma il contrario. Aldo Ferrabino sosteneva che «il debito storico dell’Ellade è un debito contratto verso Roma» (p. 27), poiché Roma aveva insegnato alla Grecia l’azione e la volontà, rendendola dinamica e integrandola nell’Europa. Sul piano filosofico, la critica si appuntava sulla polis stessa: Ferrabino osservava che i greci non erano giunti attraverso di essa a una concezione dell’ellenismo come nazionalità, limitandosi a definirsi in opposizione al Barbaro, e che persino Aristotele, nel fissare i confini logici della polis, non aveva trovato altro fondamento che l’autarchia: «la sufficienza economica, che era esatto, ma non era tutto» (p. 19). La Grecia era dunque accusata di essersi posta ai margini della storia: la sua missione storica – difendere il Mediterraneo orientale dalle aggressioni asiatiche – era rimasta incompiuta, consegnando a Roma il ruolo di vera custode della civiltà occidentale. A questa lettura si affiancava quella di Pirro Marconi, che individuava nei greci moderni il riflesso dei limiti degli antichi: individualismo egoistico, mancanza di creatività, rinuncia all’azione, assenza di una tradizione politica profonda, incapacità di tradurre il richiamo all’antichità classica in una reale forza nazionale. Una diagnosi impietosa, che faceva del difetto greco – l’individualismo esasperato, l’incapacità di costruire uno Stato – l’esatto contrario dei valori che il fascismo rivendicava per sé.

Marie-Laurence Haack affronta il caso degli etruschi, rivelatore di una contraddizione difficilmente risolvibile nella cultura del razzismo fascista: popolo dalle origini oscure e dalla fisionomia antropologica dibattuta, gli etruschi non si lasciavano facilmente arruolare né nella categoria «mediterranea» né in quella «ariana». La loro quasi totale assenza dalla Mostra augustea della romanità del 1936-37 non fu un caso: era il sintomo di un problema irrisolto. Haack ricostruisce il dibattito tra medici, antropologi e giornalisti, mostrando come figure del calibro di Guido Landra – divenuto primo responsabile dell’Ufficio studi sulla razza presso il Ministero della Cultura popolare – si muovessero su un terreno scivoloso, alla ricerca di una soluzione «moderna che combinasse elementi scientifici e culturali, per giustificare un razzismo che fosse propriamente italiano e non una riproduzione esatta del razzismo nazista» (p. 50). La questione etrusca fu dunque anche una questione di identità nazionale: il tentativo di elaborare un razzismo con caratteristiche proprie, che non fosse la semplice trasposizione del modello nordico-ariano promosso dalla scienza tedesca, ma trovasse nel passato italico la propria legittimazione originale.

Alessandro Cavagna si occupa della Mostra augustea della romanità allestita dal regime nel 1937. Il saggio mette in luce come la mostra costruisse un deliberato parallelismo tra la figura di Augusto e quella di Mussolini: entrambi fondatori di imperi, entrambi capaci di portare una pax dopo stagioni di guerra civile e instabilità. Il richiamo ad Augusto non era dunque puramente antiquario, ma offriva al regime una genealogia imperiale di straordinaria efficacia simbolica.

Sul piano culturale, la Mostra promosse l’immagine di una sostanziale omogeneità delle province romane, attraverso il concetto di una «arte imperiale» capace di assorbire e neutralizzare le differenze locali: l’arte provinciale non veniva ignorata, ma inglobata in una narrazione che ne cancellava la specificità, ricondotta al centro romano come sua unica fonte di senso. L’«appiattimento della periferia rispetto alla città di Roma» (p. 62) funzionò così come operazione ideologica coerente con la politica imperialista del regime: così come Roma antica aveva civilizzato le province dissolvendone le particolarità, l’Italia fascista si proponeva come erede legittima di quella missione universalizzante.

Riccardo Rao affronta il dibattito storiografico sul passaggio dal comune alla signoria nel medioevo italiano. Almeno dall’inizio degli anni Venti, con gli interventi di Ercole, Solmi, Volpe e Cognasso, si sviluppò una visione in cui il comune veniva ridimensionato a momento fondativo della nazione italiana sul piano prevalentemente culturale, mentre la signoria riceveva una valutazione fortemente positiva per la capacità di costruire uno Stato in senso moderno – lettura che in alcune voci, come quelle di Curcio e Battaglia, assunse tratti consapevolmente ideologici. Non mancò tuttavia un confronto scientifico vivo almeno fino agli anni Trenta, prima che il richiamo a occuparsi della contemporaneità a scapito del medioevo impoverisse progressivamente il settore, per poi conoscere una nuova fiammata negli anni 1939-42, quando i richiami alla continuità con il presente si fecero più assidui.

Particolarmente denso e suggestivo è il contributo di Antonino De Francesco su Rivoluzione e fascismo: 1789 (e 1793) nella cultura politica del regime. Il fascismo si era presentato come una rivoluzione alternativa tanto a quella francese del 1789 quanto a quella leninista del 1917. De Francesco mostra però come le letture della Rivoluzione francese all’interno del regime fossero molteplici e spesso contraddittorie, tenute insieme da un unico denominatore: la critica al 1789 come fenomeno individualistico e borghese. Le posizioni andavano da chi, come Farinacci, la condannava in radice, a chi, come Bottai, sosteneva che la sua pars destruens andasse elogiata mentre il fascismo ne era la vera pars construens (p. 122). Fu però il 1793 a diventare un terreno particolarmente fertile: la dittatura robespierrista e il governo dell’anno II, letti in chiave di Stato totalitario e democrazia popolare, esercitarono una vera fascinazione su molti intellettuali fascisti. Ugo Spirito, muovendo dalle tesi di Bottai, giunse ad affermare che il fascismo, grazie alla dimensione corporativa, riusciva addirittura a «inverare e riassumere il bolscevismo» (p. 123). Giuseppe Maranini, nel suo Classe e Stato nella Rivoluzione francese del 1935, dedicato a Mussolini e recensito in Francia da Georges Lefebvre, sostenne che solo lo Stato corporativo fascista aveva saputo risolvere le contraddizioni lasciate in eredità dal 1789. De Francesco chiude con un’osservazione che si estende al secondo dopoguerra: le fortune del robespierrismo nell’Italia degli anni Trenta gettarono un’ombra lunga sul secondo dopoguerra, contribuendo a mantenere viva, anche a sinistra, una cultura politica non priva di tratti autoritari.

Il saggio su Mazzini «in camicia nera», di Giovanni Belardelli, ricostruisce la pervasiva presenza del pensatore genovese nella cultura politica fascista. Il punto di partenza è un’affermazione di Mussolini nell’intervista a Emil Ludwig del 1932: «nel fascismo vi era già una classe di eccellenti governanti, per esempio Grandi, Balbo, Bottai» (p. 127), tutti con radici mazziniane. Il fascismo si appropriò di Mazzini su più fronti: la centralità della nazione, il carattere religioso della visione politica, il tema del dovere e dell’educazione, la critica del Risorgimento come rivoluzione incompiuta. Belardelli dimostra che questa appropriazione non fu puramente retorica, ma affondava in percorsi biografici e culturali reali, e che, fatto ancor più significativo, fu il fascismo, e non l’antifascismo nella sua interezza, a presentarsi tutto intero come mazziniano.

Lorenzo Benadusi esplora il rapporto del fascismo con il futuro attraverso la letteratura ucronica e fantascientifica pubblicata durante il Ventennio, mostrando come non solo il passato, ma anche la proiezione verso l’avvenire fosse ideologicamente orientata: il genere letterario del romanzo «rappresentava […] la sintesi perfetta dello sforzo del fascismo di legare il passato, il presente e il futuro». Un futuro, quello immaginato dal fascismo, piegato «al mito della Grande Italia, un mito da salvaguardare anche a costo di non fare più i conti con la realtà» (p. 160).

Matteo Caponi si occupa del fascismo e degli studi storico-religiosi, con particolare attenzione alle figure di Ernesto Buonaiuti e Raffaele Pettazzoni. Le due traiettorie sono assai diverse, ma convergono nell’illustrare come la riflessione storico-religiosa del periodo si intrecciasse, non sempre consapevolmente, con le esigenze ideologiche del regime.

Buonaiuti, sacerdote scomunicato e studioso del cristianesimo delle origini, trovò nel profetismo di Gioacchino da Fiore, fondato su un’ansia di rigenerazione spirituale extra-ecclesiastica, anti-materialistica e comunitarista, spunti funzionali alla prospettiva dello Stato etico fascista (p. 173). Il suo leitmotiv della romanità, che vedeva in Agostino il pensatore capace di coniugare la civitas mundi con la civitas Dei, andò di pari passo con la retorica imperialista del regime: durante la guerra d’Etiopia giunse a paragonare la Società delle nazioni a un «tribunale inquisitoriale» animato da una «falsa giustizia» di ispirazione protestante (p. 175).

Pettazzoni percorse una strada diversa. Fondatore della scuola italiana di storia delle religioni, sviluppò la distinzione tra «religione dello Stato» e «religione dell’uomo», e non riconobbe al culto del littorio un’autentica valenza religiosa, giudicando il fascismo ancora privo di una propria autonoma religione politica (p. 177). Fu però lo studio dello shintō a offrirgli il modello di una religione nazionale capace di instillare nel popolo, senza proselitismo né credo formale, una «devozione nazionale» (p. 181): dal Giappone, osservava, il fascismo poteva prendere spunto per riscoprire una «religione dello Stato rispettosa del cattolicesimo, ma non a esso subalterna» (p. 180). La «religione dello Stato» di Pettazzoni si traduceva in una mistica della morte in armi, descritta come «atto liturgico» (p. 182), nella quale l’espansionismo bellicista dell’Asse trovava una legittimazione civico-religiosa arcaica.

Adolfo Scotto di Luzio analizza la scuola come luogo privilegiato della pedagogia fascista, mostrando come le scelte editoriali e didattiche della riforma Gentile prima e di Bottai poi tendessero a fare del «nesso Risorgimento-Prima guerra mondiale il terreno effettivo della nuova educazione nazionale» (p. 215).

Andrea Mariuzzo affronta invece la politica accademica nei concorsi universitari delle discipline storiche, evidenziando un equilibrio, instabile ma duraturo, tra pressioni politiche e logiche di cooptazione scientifica. Paola S. Salvatori si sofferma sul teatro storico di Giovacchino Forzano, nel quale le figure di Napoleone, Cavour e Giulio Cesare diventano antesignani narrativi del duce. Pasquale Iaccio chiude il volume con un’analisi del cinema storico del Ventennio, mostrando come il «passato, o meglio la messa in scena del passato, doveva servire genericamente a legittimare il presente» (p. 13).

Il libro ha pregi indubbi. La varietà dei temi affrontati consente di vedere il rapporto fascismo-storia nella sua reale complessità: un universo culturale attraversato da voci diverse, talvolta aspramente in conflitto, ma che il lettore attento può ricondurre a coordinate ideologiche sufficientemente coerenti e riconoscibili. Le tensioni interne che i saggi documentano non contraddicono l’esistenza di una filosofia della storia fascista, ma ne mostrano la vitalità: erano il segno di un sistema di pensiero in elaborazione, capace di assorbire e rielaborare tradizioni eterogenee senza perdere il proprio asse. Il volume fornisce, in questo senso, un materiale prezioso per chi vorrà un giorno costruire una trattazione sistematica di quella filosofia della storia.

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