Gianfranco Andorno (1937), da bambino ha vissuto a Genova i tragici eventi della guerra, che ricorda intensamente. Giovanissimo vanta articoli su “Il Borghese” di Leo Longanesi. Conserva una lettera di Gianna Preda che si complimenta e lo incoraggia.  Poi si adegua ai dettami delle avanguardie e partecipa al “funerale” della parola scritta. Opta per le immagini che ritiene più immediate: la fotografia (Popular Photografy ecc.) e la pittura (Flash Art). Mostre a Milano 1998, Art Innsbruck 1999. Infine, ha un ripensamento e ritorna alla scrittura. Con il primo libro Le stagioni dell’inganno raccoglie il Fiorino d’Oro a Firenze. Altri libri premiati: Prima che il buio(Cinque Terre Golfo dei Poeti); Il falò dell’io (terzo premio Lord Byron Porto Venere 2022). Il suo slogan è: “Scrivo storie che non sono storie”.

 

Guerra mondiale 1915-1918. Randolfo Pacciardi nel ’17, bersagliere, viene decorato con tre medaglie. È un ragazzo del ’99, si è arruolato con documenti falsi. Finito il conflitto si laurea avvocato. È repubblicano, mazziniano. Nel ’23 contesta Mussolini durante un suo comizio. Il giorno dopo “Il Popolo d’Italia” lo definisce un insulso avvocatino di Grosseto. È nato a Gavorrano nel 1899. Ricopre l’incarico di segretario del movimento antifascista “Italia libera” sino alla chiusura obbligata. Condannato al confino, riesce ad evitare la cattura fuggendo attraverso i tetti. La vedova di Cesare Battisti gli scrive dalla Svizzera: “qui l’aria è pura e le montagne salubri”. Con alcuni contrabbandieri riesce ad espatriare attraverso un valico austriaco. Siamo nel 1927, risiede a Lugano, la Lugano bella della canzone degli anarchici. Qui svolge attività di propaganda e aiuto ai rifugiati sino al 1933. Viene espulso, si sposta a Parigi. Nel 1936 scoppia la guerra civile spagnola. Pacciardi su invito di Carlo Rosselli vi si reca e si schiera con i repubblicani. Costituisce e prende il comando del Battaglione Garibaldi composto da volontari italiani. In Spagna c’è lo scrittore americano Ernst Hemingway. Claude Bowers, ambasciatore americano a Madrid, lo ricorda così: “Novembre 1937, i repubblicani attaccano Teruel. Hemingway si getta pancia a terra per sfuggire ai tiratori scelti.” E poi: “A Madrid insisteva a stare nell’Hotel Florida bombardato. Granate lo scolpivano, lui raccoglieva schegge incidendo il numero della stanza. Riceveva molte visite di giornalisti, pittori, soldati. Girava tranquillo per la città, raggiungeva il fronte dove era accolto con entusiasmo.” La morte del pomeriggio dall’uomo contro il toro si è ampliata all’uomo contro l’uomo. Pacciardi racconta: “Hemingway mi chiese di partecipare a un combattimento vero. Il mio porta-ordini non lo incontrò. Venne in sua vece la giornalista Martha Gellhorn. Il coraggio di questa bellissima donna fu l’elemento che indusse Ernest a sposarla”. A questo proposito un simpatico dilemma. Pacciardi asserisce che ci fu un approccio amoroso da parte di Martha respinto da lui per rispetto a Hemingway che già la frequentava. Lei afferma il contrario, ma ha scritto un libro sulla figura picaresca di Randolfo, un fisico da attore: The heart of another. Ernest al Florida ha la stanza 108, Martha la 109; di lei scrive: “Ha le gambe che cominciano dalle ascelle”. L’affascinante Martha diventerà la sua terza moglie, la penultima, e “l’unica delle quattro a mandarlo al diavolo”.

Nel suo romanzo del ’40 Per chi suona la campana, dedicato a Martha, riporta la sua esperienza della guerra civile e si ispira alla figura militare di Pacciardi. Il film gli rese 125mila dollari. Nel febbraio del ’37 durante la battaglia di Jarama Pacciardi è colpito da schegge, alla guancia e all’orecchio. A tamponargli le ferite c’è Pietro Nenni. Va a curarsi in Francia, ritorna e diventa il “leone di Guadalajara”. La vittoria dei repubblicani è favorita dal cattivo tempo che impedisce agli aerei nazionalisti di decollare. Sembra che i franchisti abbiano fatto flanella infastiditi dai meriti esagerati che si addossava Ciano. Pacciardi impedisce la fucilazione dei giovani fascisti prigionieri. “Li rimandiamo alla loro mamma ma non senza un calcio in culo”, così la sua decisione. Lui, dalla radio di Madrid: “Ma che dolore e che orrore, oh mamme italiane, oh mamme nostre, vedere i vostri figli condannati a morire in terra straniera, in una impresa miserabile di mercenari e di sicari!” E nelle sue memorie: “Eravamo vincitori, ma non eravamo felici. Erano italiani come noi.” Nel maggio del 1937 avviene la tragica repressione imposta da Stalin contro gli anarchici. Questi sono coraggiosi e temerari combattenti ma riottosi alla disciplina. Rifiutano le tane fangose, le trincee. Per gli anarchici la guerra è una fiesta. Le Ramblas risuonavano di canti, del suono delle nacchere, del ticchettio del flamenco. Il tinto versato dalle borracce si mescolava al sangue che zampillava. L’anarchico italiano Camillo Berneri, poeta: Si combatte e si muore. Le viole spunteranno… Viene assassinato insieme al genero Francesco Barbieri. La caccia già in atto per i trotskisti si estende. Ad assicurare le feroci esecuzioni sono Longo, Comandante Gallo, Togliatti (Alfredo) e Dolores Durruti. Pacciardi si oppone alla direttiva dei comunisti di usare il battaglione Garibaldi contro gli anarchici a Barcellona. Il conteggio della lotta fratricida fu di 400 morti e 1000 feriti. La vittima più illustre Andrés Nin, ministro della giustizia, per mano degli stalinisti. Una squallida messinscena attribuendo la colpa a franchisti, tedeschi. Ma una cattiva sorte attendeva i capi russi che ritornavano in patria: Kol’cov, Berzin, Stasevskij… la fucilazione! Nell’ottobre del 1938 vengono sciolte le Brigate Internazionali, la parata d’addio avviene a Barcellona il 15 novembre. Nel 1950 la giornalista in una lettera così descrive la partenza di Pacciardi: “La volta che amai Ernest, e lo amai davvero, fu a casa di Pacciardi. Lo incontrammo a Valencia in abiti civili. Il governo aveva sciolto le Brigate internazionali, lasciandolo senza soldi e documenti, senza un futuro, apolide e spiantato. Gli si spezzava il cuore ma non si lamentò. All’improvviso sentii Ernest piangere. Prima non lo avevo mai visto piangere. Piangeva per Pacciardi che aveva odiato come rivale in amore”. Sulla data la Gellhorn si confonde. Pacciardi si allontana nell’estate del ‘37 per dissidi insanabili con Longo e Martha, l’influenza nefasta di Mosca. “Non sono venuto in Spagna per fare il gendarme di Stalin, ma per combattere il fascismo,” una sua esclamazione. Quando ricercato dalla Gestapo deve fuggire dalla Francia passa da Casablanca per raggiungere finalmente nel 1941 l’America. A Hollywood conosce i fratelli Koch, sceneggiatori, che si rifanno a lui per il protagonista del leggendario film Casablanca. Da lui la carica inflessibile di Lazlo, con la musica romantica di: As time goes by. E infatti il tempo passa.

Nel 1944 Pacciardi rientra in Italia ed è nominato vicepresidente del Consiglio, dopo ministro della Difesa nei governi De Gasperi. A Roma riceve diverse volte Martha ormai famosa corrispondente di guerra, ha partecipato allo sbarco in Normandia. Visite: “Ma con discrezione, perché i ministri debbono essere cauti con le bionde”. Martha è impegnata nella strana adozione di un bambino, Sandro Sandy. Assurda. Come può accudirlo nel suo peregrinare, inseguendo le guerre. Finirà male, con insulti. Martha è una donna libera dai tanti mariti, ed è esplicita sul sesso. Lo considera una tassa, un prezzo noioso da pagare per avere compagnia, un legame. Riversa la delusione di un Ernest disattento che ogni volta le fa pensare: quando finisce? Hemingway casualmente le risponde scrivendo a Randolfo: “Martha e io ci siamo separati fin dal 1944. È una donna veramente coraggiosa e bella, ma era diventata troppo ambiziosa per me, mentre io ho bisogno di una donna che vada bene a letto e non per altre cose”. Ernest è in Veneto. Rivede nella memoria Fedele, il fante che nel ‘18 gli ha fatto da scudo a Fossalta di Piave salvandolo. Si invaghisce di Adriana, la giovanissima guida veneziana. La porterà a Cuba, con tanto di contessa madre per tacitare le allusioni. Ora, nelle bottiglie di Amarone cerca invano quello che non c’è più, emergono solo fantasmi. Il libro che scrive Di là dal fiume e tra gli alberi è bocciato dai critici, il suo stile iceberg si è annacquato, ma ha successo di vendita. Nel ’64 Pacciardi viene espulso dal partito repubblicano perché contrario al centrosinistra, i tragici eventi spagnoli sono ancora cocenti in lui. Avversa ammiccamenti, accordi ambigui. Fonda una specie di partito per una nuova repubblica, DDRR. Auspica un presidenzialismo come in Francia con il generale De Gaulle, il movimento strumentalizzato dagli oppositori come un fascismo mascherato. Ahimè, è coinvolto nell’imbroglio del Golpe Bianco. Nel 1974 il magistrato Luciano Violante accusa Edgardo Sogno, medaglia d’oro della Resistenza, e Pacciardi di un progetto eversivo. È un golpe senza violenza, camomilla. I congiurati sono antifascisti ma vogliono impedire l’accesso dei comunisti al potere. Sono gli ultimi sussulti del “Leone di Guadalajara”, ha 75 anni. “Cercano le armi? Al massimo possono trovare i miei flaconi di digestivo”. Nel 1978 l’assoluzione. Pacciardi resta prigioniero di una ignominiosa vecchiaia di oblio sino a 91 anni. Hemingway è stato più sbrigativo. Nel 1954 riceve il Nobel per il miracoloso Il vecchio e il mare, il suo gran finale. Dopo gli elettroshock devastanti a Rochester, colpito da emocromatosi, grafia confusa, si infila in bocca il fucile, è il 1961, ha 62 anni. Ci spacciano un edulcorato ecologista mentre abbiamo ancora negli occhi i trofei africani della sua caccia grossa: leoni, rinoceronti, antilopi… Si vive abbattendo statue, spostando salme. La storia sghignazza. È come voler ridare la verginità a una donna che ha già avuto e consumato grandi passioni.

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