Alfonso Lanzieri (1985) ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Presso lo stesso ateneo è attualmente docente a contratto di Bioetica. È inoltre borsista di ricerca presso l’Università del Molise. Dal 2016 è docente incaricato presso la Facoltà Teologica di Napoli e l’ISSR “Duns Scoto” di Nola-Acerra. È docente di ruolo di Filosofia e Storia nei Licei. Si interessa principalmente di filosofia morale e filosofia della mente. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste nazionali e internazionali. La sua ultima monografia è Il corpo nell'anima. Henri Bergson e la filosofia della mente (Mimesis, 2022).

Negli ultimi anni è diventato quasi un luogo comune sostenere che la rivoluzione digitale stia distruggendo la capacità di attenzione. Gli studenti leggono meno libri, passano da un contenuto all’altro sui social, scorrono video brevi, interrompono continuamente le attività di studio. Il risultato, secondo questa diagnosi molto diffusa, sarebbe un progressivo impoverimento cognitivo: minore concentrazione, minore capacità di costruire argomentazioni complesse, maggiore dipendenza da stimoli immediati. Questa narrazione è diventata così pervasiva da apparire quasi ovvia. Molti insegnanti, genitori e commentatori pubblici la considerano ormai un dato acquisito: la tecnologia digitale avrebbe prodotto una generazione incapace di sostenere processi cognitivi lunghi e strutturati. Il libro, in questa prospettiva, appare come la vittima principale di questa trasformazione. La diminuzione della lettura verrebbe interpretata come il segnale più evidente di un declino generale della capacità di apprendere.

Eppure non tutti sono convinti che questa interpretazione sia corretta. Alcuni studiosi hanno iniziato a suggerire che la diagnosi del “declino dell’attenzione” potrebbe essere in parte fuorviante. Piuttosto che assistere a un impoverimento cognitivo, potremmo trovarci di fronte a una trasformazione delle forme dell’attenzione e dell’apprendimento, legata al mutamento dell’ambiente tecnologico in cui viviamo. In un articolo pubblicato sul Foglio del 7 marzo scorso, dal titolo “Leggere o guardare”, Antonio Pascale ha formulato una versione particolarmente chiara di questa ipotesi. Scrive: «Gli smartphone frammentano l’attenzione ma possono supportarla. […] In fondo lo scrittore come unico destinatario del sapere è sparito per sempre, e con lui anche i libri (come unica fonte del sapere). […] Oggi le idee si muovono attraverso più canali contemporaneamente. […] Dato per scontato che i libri non se ne andranno, voglio dire, rimangono ineguagliabili per certi tipi di pensiero complesso, ma non sono più l’unico strumento per lo sviluppo di idee, e insomma, visto e considerato tutto questo, se pensassimo a un habitat nel quale possiamo fruire delle diverse modalità di apprendimento? Uno spazio dove gli oggettivi benefici del libro, si uniscono ad altri e meno considerate forme di apprendimento. La scelta non è tra libri e cellulari. La scelta è tra habitat che coltivano il potenziale umano e piattaforme che catturano l’attenzione umana». La sua tesi è semplice ma provocatoria: forse non stiamo assistendo a un declino dell’intelligenza, ma a una trasformazione delle forme dell’alfabetizzazione. Le nuove generazioni potrebbero non concentrarsi sui testi tradizionali come facevano le precedenti, ma questo non significa necessariamente che siano meno capaci di apprendere o di elaborare conoscenza. Significa piuttosto che stanno sviluppando competenze cognitive diverse, legate a un ambiente informativo radicalmente mutato.
Secondo Pascale, molte delle discussioni nostalgiche sulla “perdita della lettura” rischiano di idealizzare il passato. La cultura del libro, ricorda, non è mai stata davvero universale. Per secoli l’accesso alla lettura è rimasto limitato a gruppi relativamente ristretti della popolazione. L’alfabetizzazione di massa è un fenomeno relativamente recente e anche nel Novecento la fruizione della cultura scritta non era affatto uniforme. Da questo punto di vista, la trasformazione in atto, sempre secondo Pascale, potrebbe essere interpretata non tanto come regressione quanto come riorganizzazione delle modalità attraverso cui le persone entrano in contatto con il sapere.

Un nuovo concetto di alfabetizzazione

Uno degli aspetti più interessanti del ragionamento di Pascale riguarda il modo in cui ridefinisce il concetto stesso di alfabetizzazione. Tradizionalmente l’alfabetizzazione è stata identificata con la capacità di leggere e scrivere testi complessi. In un ambiente culturale dominato dal libro, questa definizione appariva naturale. La scrittura rappresentava il principale dispositivo attraverso cui il sapere veniva conservato, trasmesso e organizzato. Nel mondo digitale, tuttavia, la situazione cambia radicalmente. Le informazioni circolano attraverso una pluralità di formati: testi, immagini, video, podcast, interfacce interattive. In questo contesto l’alfabetizzazione, seguendo ancora Pascale, potrebbe essere definita in modo più ampio come la capacità di orientarsi all’interno di ambienti informativi complessi. Se si accetta questa definizione, allora la questione cambia prospettiva. Le difficoltà che molti giovani incontrano nella lettura di testi lunghi potrebbero non indicare una diminuzione delle capacità cognitive in generale, ma piuttosto una diversa configurazione delle competenze. Alcune abilità tradizionalmente associate alla cultura scritta potrebbero indebolirsi, mentre altre — come la memoria visiva o la capacità di integrare strumenti differenti — potrebbero rafforzarsi. Questo non significa che il libro perda valore ma che non può più essere considerato l’unico dispositivo attraverso cui si organizza la conoscenza. La vera questione, in base a quest’ottica, diventa allora in senso lato “architettonica”: come progettare ambienti di apprendimento in cui forme diverse di accesso al sapere possano coesistere e rafforzarsi reciprocamente.

La trasformazione dell’ambiente cognitivo

Per comprendere pienamente il significato dell’ultima osservazione può essere utile il riferimento a un quadro teorico più generale. Negli ultimi anni il filosofo Luciano Floridi ha proposto il concetto di infosfera per descrivere la nuova condizione in cui si trova l’umanità nell’epoca delle tecnologie digitali. Con tale termine, come ormai sa la maggior parte delle persone, Floridi indica l’intero ambiente informazionale in cui viviamo: l’insieme delle reti digitali, dei sistemi di elaborazione dei dati, delle piattaforme comunicative e delle interazioni tra esseri umani e agenti artificiali. Questo ambiente non costituisce semplicemente uno strato aggiuntivo della realtà, ma tende progressivamente a integrarsi con la dimensione fisica della vita quotidiana. Floridi osserva che la distinzione tradizionale tra mondo online e mondo offline diventa sempre meno significativa. Le tecnologie digitali non sono più strumenti occasionali che utilizziamo in determinati momenti, ma elementi strutturali dell’ambiente in cui si svolge la nostra esistenza. Per descrivere questa nuova condizione il filosofo parla di “onlife experience”, una situazione in cui dimensione digitale e dimensione fisica risultano ormai inseparabili. In questo contesto anche il modo in cui apprendiamo e produciamo conoscenza subisce inevitabilmente una trasformazione. Non perché gli esseri umani diventino improvvisamente meno intelligenti, ma perché l’ecosistema cognitivo in cui operano cambia profondamente. Il problema non riguarda quindi soltanto le capacità individuali di attenzione o di memoria. Riguarda la struttura complessiva dell’ambiente informativo in cui queste capacità vengono esercitate

Filosofia come conceptual design

A partire da questa diagnosi, Floridi propone una ridefinizione del compito della filosofia. In un mondo profondamente trasformato dalle tecnologie digitali, la filosofia non dovrebbe limitarsi a interpretare la realtà o a formulare giudizi normativi astratti. Dovrebbe piuttosto assumere una funzione di conceptual design, cioè di progettazione concettuale. L’idea è che la conoscenza non consista soltanto nel descrivere il mondo, ma anche nel costruire i quadri concettuali che rendono possibile orientarsi al suo interno. In un ambiente informazionale sempre più complesso diventa necessario progettare modelli concettuali adeguati per comprendere e governare le trasformazioni in corso.
Floridi esprime questo punto in modo molto chiaro quando afferma che conoscere qualcosa significa essere in grado di produrla, riprodurla e comprenderne il funzionamento: «Conoscere un fenomeno significa essere in grado di produrlo, riprodurlo, assemblarlo e smontarlo, migliorarlo e rispondere alle domande su di esso per le ragioni corrette» (Floridi, The Logic of Information, 2019). La conoscenza non è quindi soltanto rappresentativa ma oggi sempre più costruzionista. Questa prospettiva va distinta da quella costruttivista, poiché non si sostiene che la realtà sia costruita dal soggetto, ma che la conoscenza consista nella costruzione di modelli e artefatti concettuali adeguati per interagire con essa. Comprendere un sistema significa anche essere in grado di progettarlo.
Questo principio diventa particolarmente evidente nel caso delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale. Piuttosto che cercare di costruire macchine che imitino perfettamente l’intelligenza umana, la sfida principale consiste nel progettare ambienti in cui queste tecnologie possano operare in modo efficace. Un esempio può chiarire bene questo punto. Quando si parla di automobili autonome, si potrebbe immaginare che il problema consista semplicemente nel costruire una macchina capace di guidare come un essere umano, quasi inserendo un “robot conducente” al posto dell’autista. In realtà, lo sviluppo di questi sistemi sta seguendo una strada in parte diversa. Anziché replicare le capacità cognitive del guidatore umano, molte soluzioni puntano a ridisegnare l’ambiente in cui i veicoli operano: sensori distribuiti nello spazio urbano, mappe digitali ad altissima precisione, sistemi di comunicazione tra veicoli e infrastrutture, protocolli di coordinamento tra diversi dispositivi automatici. In altre parole, l’automazione della guida non dipende soltanto dall’intelligenza del singolo veicolo, ma dalla configurazione dell’intero ecosistema tecnologico in cui esso si muove. Il punto non è semplicemente imitare il comportamento umano, ma progettare un ambiente in cui sistemi artificiali possano operare efficacemente. È proprio questo spostamento di prospettiva — dallo strumento all’ecosistema — che Floridi ha in mente quando insiste sulla necessità di pensare la tecnologia in termini di design dell’ambiente informazionale. Il problema non riguarda quindi soltanto gli strumenti in sé, ma l’architettura dell’ambiente in cui quegli strumenti operano. Lo stesso potrebbe valere, con le debite correzioni, per l’apprendimento: la questione non è scegliere tra libro e smartphone, ma progettare l’ecosistema cognitivo in cui gli strumenti operano.

Un caso regionale

Se si adotta la prospettiva di Floridi, la precedente riflessione di Pascale sull’apprendimento può essere interpretata come un caso regionale di una questione molto più generale. Pascale osserva che il libro non è più l’unico dispositivo attraverso cui circola la conoscenza. Oggi le idee si muovono attraverso una molteplicità di canali: testi, video, podcast, ambienti interattivi. La trasmissione del sapere diventa un processo distribuito che coinvolge formati diversi e modalità cognitive differenti. Questa osservazione riguarda specificamente il campo dell’educazione e dell’apprendimento. Ma in realtà riflette una trasformazione più ampia dell’ecosistema informazionale in cui viviamo. Il problema non consiste semplicemente nel decidere se i libri debbano essere difesi contro le nuove tecnologie. Il problema è comprendere come progettare ambienti cognitivi capaci di integrare strumenti diversi senza rinunciare alla profondità del pensiero. In questo senso la filosofia come conceptual design fornisce un quadro teorico più ampio per interpretare la questione.

Tecnologia e natura

Per comprendere fino in fondo le implicazioni di questa prospettiva, può essere utile richiamare il contributo filosofico di Henri Bergson. All’inizio del Novecento il pensatore francese proponeva una lettura della tecnologia radicalmente diversa da quella che tende a opporre natura e tecnica. Secondo Bergson la produzione di strumenti non rappresenta una deviazione artificiale rispetto all’ordine naturale, ma una continuazione del processo evolutivo della vita. L’essere umano, osserva Bergson, potrebbe essere definito non tanto Homo sapiens quanto Homo faber: l’animale che fabbrica strumenti. La capacità di produrre utensili non è una semplice strategia compensativa rispetto a una presunta debolezza biologica. È una modalità fondamentale attraverso cui la vita stessa organizza la materia e sviluppa nuove possibilità di azione. Da questo punto di vista la tecnologia non è qualcosa di esterno alla natura, ma una delle forme attraverso cui l’evoluzione biologica si esprime. La produzione di strumenti artificiali rappresenta una prosecuzione, sul piano culturale e tecnico, di processi che hanno origine nella storia della vita. Questa prospettiva permette di superare una delle narrazioni più diffuse sul digitale: quella secondo cui la tecnologia rappresenterebbe una forza artificiale che corrompe una presunta purezza originaria dell’esperienza umana. Se si assume il punto di vista bergsoniano, le tecnologie digitali appaiono piuttosto come un ulteriore sviluppo della capacità umana di produrre strumenti.
Questo non significa però che ogni sviluppo tecnologico sia automaticamente positivo. Bergson era perfettamente consapevole dei rischi legati alla crescita della potenza tecnica. In una pagina famosa osserva che la civiltà moderna ha costruito un gigantesco «corpo di macchine» che avvolge il pianeta, ma che l’anima umana non è cresciuta allo stesso ritmo. Il risultato è una sproporzione tra la potenza delle tecnologie e la capacità degli esseri umani di orientarne l’uso. La soluzione, secondo Bergson, non consiste nel rifiutare la tecnica ma nel trovare il modo di direzionarla verso l’espansione della libertà umana. Anche qui il problema torna a essere una questione di progettazione dell’ambiente. Se le tecnologie ampliano enormemente la capacità di azione dell’umanità, diventa essenziale progettare il contesto in cui questa potenza viene esercitata.

Oltre la nostalgia

Da questa prospettiva molte delle discussioni contemporanee sull’attenzione e sull’apprendimento assumono un significato diverso. Il problema non è difendere il libro contro lo smartphone o rimpiangere un’età dell’oro della lettura che probabilmente non è mai esistita. Il problema è comprendere come le nuove tecnologie stanno trasformando l’ambiente cognitivo in cui si sviluppano le capacità umane. La nostalgia per un passato idealizzato rischia di nascondere la questione più importante: chi progetta l’ecosistema informazionale in cui viviamo? È questa la domanda che la filosofia come conceptual design invita a porre. Il problema non è se gli smartphone distruggano l’attenzione, bensì se l’ambiente digitale in cui li utilizziamo sia progettato per sviluppare le nostre capacità cognitive oppure semplicemente per catturare la nostra attenzione. La distinzione è fondamentale. Un ecosistema informazionale può essere organizzato in modo da favorire l’approfondimento, la connessione tra idee e la costruzione di conoscenza. Oppure può essere progettato esclusivamente per massimizzare il tempo di permanenza sulle piattaforme. In questo senso la questione dell’apprendimento non è separabile dalla questione dell’architettura delle tecnologie digitali. Il problema, in altre parole, non è il libro contro lo smartphone. È il design dell’ambiente in cui il sapere circola. Ed è forse proprio qui che la filosofia può ancora svolgere un ruolo decisivo: non nel rimpiangere il passato, ma nel contribuire a immaginare forme nuove di convivenza tra strumenti diversi, capaci di ampliare — invece che restringere — il potenziale umano.

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