Michele Carbè è laureato in Storia e Cultura dei paesi mediterranei presso l'Università degli studi di Catania. I suoi principali ambiti di studio sono la Storia contemporanea e la Storia delle dottrine politiche.

Recensione a
E. Jünger, L’Operaio. Dominio e forma
Guanda, Milano 2020, pp. 320, €14,00.

«L’Operaio, nelle sue radici profonde del suo essere ha una vocazione ad una libertà totalmente diversa della libertà borghese» (p. 17). Quella appena letta, nonostante la sua attualità, è una citazione di quasi novant’anni fa, nel caso specifico estratta da L’Operaio, Domino e Forma, di Ernst Jünger, del quale è stata appena edita una nuova edizione tascabile Guanda (luglio 2020).

Der Arbeiter, L’Operaio, o forse meglio Il Lavoratore, viene pubblicato nel 1932, un anno prima della presa del potere da parte di Hitler, durante il crepuscolo della Repubblica di Weimar. Jünger, reduce pluridecorato di guerra, autore del campione di vendite autobiografico Nelle Tempeste d’Acciaio, riprende il senso di responsabilità verso la patria del militare in trincea e lo fa proprio nel saggio in questione. Sin dalle prime pagine il tono è perentorio: «a questo punto il corso delle cose è segnato: cascasse il mondo, il comando dev’essere eseguito, qualora l’appello sia giunto a destinazione» (p. 15). Il pensatore teutonico, nella sua opera omnia, affronta tutti i temi politici dell’epoca in una violenta requisitoria del mondo borghese, il quale è portatore di una visione meccanicistica, spersonalizzante ed alienante  della modernità.

L’Operaio, beninteso, non rappresenta il proletario nel senso marxista del termine. Il libro non è un trattato di economia sociale ma è quasi un manuale per la costituzione di un nuovo “Stato  totale del Lavoro”. Nella narrazione jungeriana, ci troviamo di fronte a una nuova figura antropologica, talvolta sovra-umana che incarna il dominio tecnico e guerriero dell’epoca: un nuovo Tipo.

Per il Tipo umano[…]il campo di battaglia è il caso particolare di uno spazio totale; egli perciò in battaglia con mezzi contrassegnati da carattere totale. Sorge così il concetto di zona d’annientamento attivata con l’uso di acciaio, gas fuoco ed altri mezzi, cui non sono estranee influenze influenze di natura politica o economica (p. 133).   

Lo stesso concetto di lavoro non deve più rappresentare una professione, piuttosto si eleva a posto di combattimento, ogni fabbrica diventa caserma e fortezza, il luogo di lavoro come la vita in trincea, il “Tipo umano” è un lavoratore-soldato. Il lavoro diventa un concetto totalizzante, capace di influenzare ogni aspetto dell’esistenza umana, elevandosi a potenza metafisica che delinea la nuova forma dello Stato Totale del Lavoro auspicato da Jünger.

Come suggerito dal titolo, compito dell’Operaio è il Dominio della Forma, un dominio che non può essere parziale,  che non si espande in un solo piano della realtà spaziale, ma anche al livello del pensare, del sentire e del volere. Il Domino e la Forma sono dei concetti metafisici importanti. Per dominio Jünger intende la possibilità da parte dell’Arbeiter di usare la tecnica e dominare l’elementare (le forze recondite della natura). Nell’uomo moderno, nel borghese, l’elementare non è dominato, ma è destinato ad essere spiegato scientificamente, calcolato. Il motivo di questa visione matematica della vita è, per Jünger, essenzialmente uno: la paura.

L’uomo moderno ha, infatti, come fine la sicurezza che, insieme alla comodità e alla tranquillità, sono il presupposto della sua felicità. L’elementare introduce l’uomo moderno nello spazio del pericolo e dunque lo apre ad un’esperienza per lui inspiegabile, ossia il dolore, creando così le premesse per lo sconvolgimento del suo ordine morale e sociale. Il borghese è convinto che grazie al progresso e alla sua fede nella scienza, la società umana possa un giorno pervenire alla costruzione di un paradiso terrestre in cui sia per sempre bandita la sofferenza e allontana la morte (sic!).

In Jünger, però, la tecnica non viene considerata come qualcosa di solamente negativo, ma piuttosto e nello specifico nel testo in questione come una possibilità. L’Arbeiter, facendosi Tipo,  abbandona qualsiasi voluttà individualistica e borghese, riuscendo a dare una nuova Forma. Infatti, «a una tecnicità soltanto il tipo umano a vocazione, poiché egli solo ha con la tecnica una relazione metafisica e modellata nella sua forma» (p. 239). La Forma è un tutto, non può essere solamente una sommatoria ma è una, per così dire, “produttoria”, essa è il sigillo temporale del domino sull’elementare: «Nella forma è racchiuso il tutto che comprende più che non la somma delle proprie parti» (p. 32).

La nuova Forma deve superare il mondo borghese, deve essere capace di istituire una costituzione organica dello Stato che vada oltre le propensioni individualistiche e della lotta di classe di matrice marxista. (il tramonto della massa e dell’individuo, p. 89). Il processo di trasformazione del lavoratore è totale, esso include anche chi lavora la terra; il rapporto millenario che ha il contadino con la terra viene spazzato via. L’agricoltore abbandona, forzato dall’innovazione tecnologia, una struttura di significati consolidati come il legame con la terra e con gli animali da traino. Non c’è scampo all’opera trasformatrice della tecnica: la terra, i campi e gli animali da fattoria assumono adesso un significato del tutto nuovo, estraniante. Una volta distrutta la relazione tradizionale che univa originariamente questi elementi all’uomo, essi sono definiti solo nella loro mera funzione produttiva. Scrive, infatti: «la libertà del contadino non è diversa dalla libertà di ciascuno di noi  singoli, essa si fonda sul riconoscere che per lui ogni stile di vita diverso da quello dell’operaio è escluso» (p. 149).

Il contadino, infrante le condizioni di vita originarie, distrutto ogni vicolo “corporativo”, ha cessato a questo punto di esser tale, la forma del suo lavoro è adesso assimilata a quella dell’operaio salariato dell’industria. A questo mondo inorganico ed inautentico del borghese, Jünger contrappone una versione attualizzata del soldato che, affrancato da ogni implicazione di classe ed unito in modo dinamico alla tecnica su un modello di eroe-guerriero, è cittadino di una nuova democrazia organica.

Come sappiamo, dopo quasi un secolo dalla sua pubblicazione, molti degli auspici de L’Operaio non si sono realizzati ed è anche noto che l’unica teoria politica sopravvissuta al secolo scorso è l’ideologia liberale di matrice borghese. Nonostante ciò, bisogna dare atto a Jünger il fatto che avverae già negli anni Trenta del Novecento che la produzione di massa è dotata di una tensione in grado di sconvolgere la fisionomia dell’universo-fabbrica. Egli scopre, con alcuni decenni d’anticipo, alcune parti di quel cosmo magmatico di relazioni che oggi noi chiamiamo post-modernità. Quindi Jünger riesce ad andare oltre la sua epoca. La paura da parte dell’uomo moderno (o post-moderno) nei confronti di ciò che non riesce a dominare tramite il progresso scientifico diviene un concetto metastorico: «Il pericolo, che appariva con le sembianze del passato e della lontananza, domina ora il presente. Ha fatto irruzione nella nostra realtà venendo a noi da tempi immemorabili e da spazi remoti» (p. 53).

Il testo, in piena pandemia globale, rivela una natura quasi profetica. La paura del dolore e della morte possono abbattere qualsiasi rapporto sociale nel mondo “artificiale” che l’uomo ha costruito attorno a sé. In definitiva leggere l’Operaio merita assolutamente perché, come accade spesso con le opere importanti, aiuta a capire il presente, ma soprattutto perché può renderci capaci, come un Arbeiter, di affrontare la paura della paura che tanto avvelena il nostro tempo.

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