Michele Carbè è laureato in Storia e Cultura dei paesi mediterranei presso l'Università degli studi di Catania. I suoi principali ambiti di studio sono la Storia contemporanea e la Storia delle dottrine politiche.

Recensione a
I. Balbo, Diario 1922, Le camicie nere alla conquista del potere
a cura di E. Berti
Leg edizioni, Gorizia 2022, pp. 225, € 18,00.

Non c’è dubbio che il diario di Italo Balbo rappresenta un documento importante per conoscere gli eventi che nel 1922 portarono il fascismo alla presa del potere. Il gerarca romagnolo, divenuto uno degli uomini più potenti del regime, pubblica per la prima volta le sue memorie nel 1932 per celebrare il decennale della “marcia su Roma” e da protagonista indiscusso narra i fatti dell’anno che forse ha cambiato per sempre la storia d’Italia.

Il primo gennaio 1922, con questi propositi Italo Balbo, l’allora venticinquenne capo dei fascisti ferraresi, iniziava il nuovo anno: «Si tratta di rovesciare la vecchia formula dell’uguaglianza dei diritti: instaurare l’uguaglianza dei doveri. Non solo produrre per vivere, ma vivere per produrre […] l’idea senza la forza è un non senso, destino ridicolo dei poeti disarmati, caricature viventi i liberali odierni: ombre che combattono un’ombra» (p. 45).

L’humus politico e sociale dell’Italia che portò prima all’insurrezione e poi al conseguente ministero Mussolini era quello di un difficile dopoguerra, dove i morsi della crisi economica non lasciavano la presa su tutta l’Europa stanca e distrutta da quattro anni di un conflitto che era stato totale. Il nostro paese, uscito vincitore dalla Grande Guerra insieme alle altre potenze “democratiche”, era pervaso dalla violenza politica operata da organizzazioni paramilitari che si richiamavano all’esperienza della guerra appena conclusa. Quando iniziò la pace l’Italia si trovò in una guerra civile fra due schieramenti opposti, infiammati dal fanatismo politico, da una parte i reduci che erano stati interventisti e si autodichiaravano i numi tutelari della vittoria e dall’altra i socialisti che condannavano la guerra e che volevano fare una rivoluzione e sovvertite l’ordine dello stato sull’esempio di Lenin.

Ad acuire il tutto nei primi anni del dopoguerra la grave crisi economica era causa di forti malesseri nella popolazione che sfociavano in continue proteste. Inoltre l’abitudine alla violenza a livelli parossistici degli uomini che avevano condotto la vita in trincea aveva prodotto una vera e propria rivoluzione antropologica. Per questo motivo gli ex soldati formati sui vari campi di battaglia avevano familiarità con il pericolo e la morte, disprezzavano la vita umana, e in loro risiedeva la volontà di portare le loro esperienze esistenziali vissute durante la Grande Guerra nello scontro armato con il nuovo nemico: l’avversario politico.

Il 1922 fu l’anno in cui cambiarono le sorti di questa strisciante guerra civile. Il diario di Italo Balbo ci fornisce i dettagli dei momenti che portarono alla conquista del potere da parte del fascismo. Le capacità organizzative e logistiche dell’ex ardito degli alpini si misero subito in mostra durante le incursioni nelle sedi delle organizzazioni di sinistra e anche delle istituzioni dello Stato; egli fu capace di mobilitare in tutta l’Italia del nord migliaia di squadristi per far dimettere i sindaci nei comuni amministrati dalla sinistra. Fu soprattutto durante il grande sciopero organizzato dai socialisti, il primo maggio di cent’anni fa, che Balbo fece capire quanto ormai le organizzazioni fasciste avessero in pugno la situazione, conquistando le zone che prima erano saldamente sotto il controllo del Partito socialista e della Camera del Lavoro.

Il primo maggio, infatti, Balbo annotava:

quest’anno, per la prima volta il consueto sciopero socialista del primo maggio è fallito completamente, ovunque la giornata rossa si è trasformata in una manifestazione grandiosa di fede fascista. A Bologna adunata di 25000 fascisti in piazza» (p. 71).

La strategia del neo costituito partito fascista non era però univoca: da una parte esisteva la linea intransigente che faceva capo allo stesso Balbo e al segretario del partito Michele Bianchi, propensa al colpo di mano, dall’altra parte vi era la linea moderata con Dino Grandi e De Vecchi, per la quale si prediligeva la via istituzionale con frequenti contatti con il capo del governo di allora, Luigi Facta. Alla fine prevalse l’ala intransigente, ma non si cessò mai di trattare con le maggiori cariche dello Stato per una transizione di poteri che potesse essere pacifica.

Nonostante i toni trionfalistici sull’insurrezione che il narratore e protagonista del diario utilizza, bisogna dire che il 1922 non fu soltanto un anno pieno di successi per Balbo. Il caso di Parma è emblematico. La città emiliana divenne una “fortezza rossa”, una vera e propria guarnigione protetta da una milizia speculare a quella fascista: gli Arditi del popolo. Si trattava di un’organizzazione paramilitare che respinse ogni tentativo di sfondamento da parte degli squadristi coordinati dal gerarca ferrarese. Nelle pagine del diario l’Autore rimane molto vago rispetto a questi eventi, facendo passare “la battaglia per Parma” come l’ennesima vittoria. In realtà fu una ritirata umiliante, che costò morti e feriti da entrambe le parti in campo. Parma, però, fu soltanto una pausa per il futuro governatore della Libia e asso dell’aviazione italiana. Infatti ad agosto si consumava la “Caporetto socialista” con occupazioni di Camere del lavoro, comuni e cooperative distrutte in tutto il nord Italia. La guerra civile era ormai vinta dalla parte fascista.

Luigi Sturzo riconosceva che il fascismo era diventato, al pari del socialismo e del popolarismo, una delle tre forze che davano l’assalto allo Stato centralizzatore e democratico; al contempo lo riteneva movimento troppo giovane, privo di una cultura e di una costruzione logica basata sui fatti. Sostanzialmente il fascismo, per il fondatore del partito popolare, era costruito sulla retorica, alternata alla violenza, e per questo motivo non poteva competere con il popolarismo o il socialismo per la successione allo Stato liberale. Invece, il risultato dell’insurrezione degli squadristi fu la sconfitta dell’ormai esausto e morente Stato liberale. Dopo la riuscita della cosiddetta “marcia su Roma” i fascisti si esaltarono nella convinzione di essere l’unico partito che impersonasse la volontà della nazione e di conseguenza di poter governare al di sopra dello Stato costituzionale. La monarchia, con la propria decisione di non controfirmare lo stato d’assedio, avallò questa convinzione.

Il fascismo riuscì nella sua scalata al potere grazie ad una mobilitazione di massa e al convergere di tutta una serie di fattori eccezionali innescati da quell’evento inaudito che fu la prima guerra mondiale.  Il fascismo fu sicuramente un soggetto politico nuovo nel panorama internazionale, un partito politico organizzato militarmente composto da centinaia di migliaia di iscritti. Il modello era quello del partito armato, di ascendenza bolscevica. Un altro esempio di come la guerra sia stata matrice decisiva di quel fenomeno storico. Il fascismo fu anche un movimento eterogeneo con tante personalità al suo interno che solo in seguito alla presa del potere fu indottrinato e subordinato al culto del Capo. Il diario di Balbo ce lo conferma. In conclusione. il libro si rivela un utile strumento per studiare un periodo che necessita ancora oggi di essere definitivamente storicizzato, con buona pace dei sacerdoti del “fascismo eterno”.

 

 

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