Michele Carbè è laureato in Storia e Cultura dei paesi mediterranei presso l'Università degli studi di Catania. I suoi principali ambiti di studio sono la Storia contemporanea e la Storia delle dottrine politiche.

Recensione a
A. de Benoist, Che cos’è l’ideologia del medesimo?, Passaggio al Bosco, Firenze 2022, pp. 80, € 10,00.

Uno dei postulati fondanti dell’ideologia dominante della post-modernità occidentale è che tutti gli uomini si equivalgono. Di fatto, però, si tratta soltanto di un’uguaglianza algebrica che contiene nella sostanza un principio di indifferenziazione, ovvero assistiamo alla creazione di un corpus unico di individui indifferenziati e quindi  ugualmente astratti. Una  finestra di approfondimento  sulla questione è un piccolo saggio del filosofo francese Alain de Benoist: Che cos’è l’ideologia del medesimo?, da poco pubblicato dalla casa editrice Passaggio al Bosco.

Sostanzialmente de Benoist ci spiega in poche ma pungenti pagine come il pensiero unico dominante abbia creato una società ricca di bisogni effimeri, i quali  tendono a loro volta a generare degli individui sempre più isolati e standardizzati, dipendenti da una serie di diritti oggettivi che  vengono propinati quotidianamente come essenziali. Questo modo di vedere il mondo ha la sua elaborazione teleologica nell’Ideologia del Medesimo, della quale il filosofo francese offre una descrizione esaustiva: «si tratta di un’ideologia allergica a tutto ciò che specifica, che interpreta ogni distinzione come potenzialmente svilente, che giudica le differenze contingenti, transitori, inessenziali o marginali. Il suo motore è l’idea di Unico. L’Unico è ciò che non sopporta l’Altro e intende ridurre tutto all’unità: Dio unico, una civiltà unica, un pensiero unico» (p. 24).

Il paradosso del concetto di uguaglianza risiede quindi nella sua unicità, ovvero nella formulazione dell’indifferenza che sta alla base del motivo dell’esclusione di tutto ciò che si pone al di fuori dell’unicità universalmente accettata e che origina una differenza tra il “noi” e l’“altro”. In definitiva chiunque si ponga la di fuori dello schema di questo formalismo astratto è sostanzialmente escluso e censurato del vivere  comune. Utilizzando un approccio storicistico appare chiaro che con la nascita dello Stato-nazione si è preferito eliminare ogni tipo specificità o distinzione. In effetti, sin dalla Rivoluzione francese si è cercato di  eliminare i corpi intermedi che erano alla base di ogni comunità.

Con l’avvento della globalizzazione e la contestuale crisi degli Stati nazionali assistiamo alla rinascita di nuove identità, ovvero di aggregazioni su base individualistica o contrattuale formate da singoli individui che per  ragioni di appartenenza culturale, linguistica, di sesso, religiosa ecc. decidono di associarsi. Esiste una differenza sostanziale tra le comunità del passato e queste nuove forme di aggregazione. Se un tempo la scelta di appartenere ad una determinata comunità non ricadeva sul singolo individuo ma sulla tradizione o su determinati fattori già specificati sin dalla nascita o che andavano oltre il loro tempo presente, adesso, invece, sono solamente frutto  di decisioni di individuali e quindi  fuori da ogni vincolo di comunità o di trascendenza.

Per Aristotele l’uomo si definisce anzitutto come animale politico e sociale. Gli archetipi  politici e sociali utilizzati da Alain de Benoist sono la società e la comunità. Per i fautori del pensiero liberale, il processo storico che vede protagonista il mito del progresso ha sempre ritenuto che sia la società a prevalere inevitabilmente sui vincoli arcaici e metastorici che caratterizzavano le comunità del passato. La comunità fondata sul radicamento e sulla storicità dell’uomo viene sostituita da società costruite a partire dell’uomo in astratto, come se nulla fosse esistito prima, non si è uomini ma individui intesi come pura libertà e desiderio di possesso.

Partendo dall’astrazione dell’individuo isolato si può produrre un homo oeconomicus perfettamente  adatto a un economia di mercato e cittadino di uno Stato anch’esso in astratto che realizza l’unità  nell’idea e nell’artificio di un diritto meramente formale e  oggettivo. Soltanto la riscoperta del valore intrinseco delle comunità può arrestare questo processo di perdita di ogni identità, se in una associazione ogni individuo considera i propri interessi indipendenti e talvolta divergenti da quelli degli altri associati, per il filosofo francese «la comunità, viceversa, costituisce un bene intrinseco per tutti coloro che ne fanno parte» (p.73)

In conclusione il libro merita di essere letto perché in poche pagine riesce a mettere in luce tutte le contraddizioni della postmodernità, per cui gli uomini sono ridotti a singoli atomi uguali nella loro vuotezza e slegati da ogni vicolo comunitario, semplici portatori di diritti individuali e consumatori di soli bisogni materiali.

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