Luca Tedesco insegna Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre. Dirige le collane "Liberismi italiani" dell’Istituto Bruno Leoni di Torino e "Ulteriori Divergenze" dell’Università degli Studi Roma Tre. È Senior Fellow dell’Istituto Bruno Leoni e membro del Comitato scientifico della Fondazione Luigi Einaudi di Roma.

Recensione a: G. Rensi, Contro il lavoro. Saggio sull’attività più odiata dall’uomo, WoM Edizioni, Cagliari 2019, pp. 147, € 16,50.

Solo nel gioco, «quello dei bambini che si rincorrono, anche fino a sudare, dei giovani che si danno allo sport, anche sino alla fatica, dell’artista o del pensatore, che spesso fino a stancarsi compone versi o musica, dipinge, investiga, riflette, scrive intorno a problemi di scienza o di filosofia […] l’uomo è libero, fa di sé quel che vuole, quel che ama di fare, il suo spirito si espande in modo pienamente autonomo, ed egli è […] veramente uomo, adempie il destino più alto e nobile dell’umanità». Così scriveva Giuseppe Rensi nel suo Critica dell’amore e del lavoro del 1935 (ora riedito con il titolo Contro il lavoro), quando, già avvocato, direttore di «Lotta di classe», fuggiasco in Svizzera dopo le cannonate di Bava Beccaris del maggio 1898, deputato socialista del Gran Consiglio del Canton Ticino e professore di filosofia morale, da un anno era stato privato della cattedra dal regime fascista, al quale aveva pur aderito nei primi anni Venti.

Se quindi solo nel fare quel che si ama fare l’uomo raggiunge il suo appagamento, la sua pienezza, ogni lavoro, ogni occupazione che non sia gioco, l’uomo deturpa, sfregia, sfigura. Se si può amare solo ciò che è in sé motivo di godimento e non ciò che è strumentale al conseguimento di godimenti futuri, le attività che si possono amare, perché produttive di piacere nel momento stesso in cui si praticano, sono per l’appunto per Rensi quelle dell’artista, dell’artigiano, dello scienziato, dell’intellettuale in generale e dello sportivo. Il gioco e la contemplazione sono «le uniche due funzioni specificatamente umane» (p. 47).

Al pari del gioco, difatti, la contemplazione è cosa che in sé procura felicità, come ci hanno insegnato, ricorda Rensi, diversi filosofi, da Aristotele a Spinoza. Se il primo nella Nicomachea qualifica quella contemplativa come la forma di vita umana superiore alle altre, per il secondo la virtus, «che è una cosa sola con la beatitudo, è la vita intellettuale, la contemplazione; e l’amor intellectualis Dei, in cui essa virtus essenzialmente consiste, è la passione per comprendere la realtà, per “contemplare” l’Essere» (p. 49).

Le professioni dello spazzino (ipocritamente nobilitato a operatore ecologico) e del notaio degradano allora chi le esercita, perché nello svuotare cassonetti o siglare atti di compravendita non vi può essere godimento ma solo garanzia di risorse economiche finalizzate a ottenere appagamenti di là da venire. Il pittore che dipinge lo fa perché nell’atto di intingere il pennello nella tavolozza dei colori prova felicità, il notaio che si barcamena tra visure catastali rinvia la propria felicità a quando il compenso ricevuto gli permetterà di acquistare un quadro da contemplare.

Che il pittore nel suo gioco-lavoro faccia di sé ciò che vuole è dimostrato dal fatto che non rinuncerebbe a dipingere anche se dovesse vincere alla lotteria centinaia milioni di euro. Il pittore difatti attenderebbe ai suoi quadri anche non retribuito, che l’arte e non altro dota la sua vita di senso, a differenza del notaio che non vergherebbe alcun atto senza la corresponsione della parcella. A fortiori, si chiede retoricamente Rensi, «lavorerebbe il tessile, il metallurgico, diventato milionario? Ciò prova che esso sente il lavoro come la sua schiavitù e perciò lo odia» (p. 75).

Tale disumanità, e da qui la critica rensiana alle colpevoli omissioni del marxismo, essendo caratteristica intrinseca di qualsiasi lavoro che non si risolva in gioco e contemplazione, non può che essere tratto distintivo di qualsiasi regime economico. Anche in quello comunista l’operaio sarà costretto a un lavoro penoso, che lo condannerà all’infelicità. Pure nella società senza classi, difatti, il lavoro del minatore sarà, per citare i Manoscritti economico-filosofici di Marx, «volontario, forzato, costrittivo». La spiritualità umana esige «che l’uomo non lavori o lavori quando ne ha voglia e come gli piace, a capriccio, sempre quasi giocando. Questo è ciò che l’uomo, con tutto il suo slancio più profondo, veramente, sempre e soltanto vuole; questo è ciò per cui unicamente egli può sentire entusiasmo. Finché ciò non sarà raggiunto- e non lo sarà naturalmente mai – tutto il resto, gli ordinamenti socialisti e comunisti, d’altronde mille volte invano provati e riprovati lungo la storia, saranno piccoli, secondari, insignificanti palliativi ed accomodamenti» (p. 80).

Non c’è salvezza, nella cupissima diagnosi rensiana. L’umanità sarà sempre divisa tra alcuni uomini liberi, dediti al gioco e alla contemplazione, e altri, dimidiati, abbrutiti e aggiogati alle catene di montaggio produttrici di pennelli e tubetti di tempera per garantire ai primi una vita libera (non potrà insomma mai essere realizzata la società comunista vagheggiata da Marx che «rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come […] viene voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico» (L’Ideologia tedesca, 1983, ed. or. 1846, p. 24)). Non c’è scampo, insomma, che la libertà di alcuni necessita necessariamente della schiavitù dei propri simili.

Un quadro, forse, troppo a tinte fosche per chi ritiene (illudendosi?) che la fine del lavoro, vaticinata perlomeno a partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso da Jeremy Rifkin, possa, con la sempre maggiore estensione dell’automazione, liberare progressivamente l’uomo dai ceppi del lavoro fino a garantirgli un domani, che coinciderebbe con lo stadio ultimo della storia umana, una vita fatta solo di gioco e contemplazione, l’unica degna di essere vissuta.

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