Luca Tedesco insegna Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre. Dirige le collane "Liberismi italiani" dell’Istituto Bruno Leoni di Torino e "Ulteriori Divergenze" dell’Università degli Studi Roma Tre. È Senior Fellow dell’Istituto Bruno Leoni e membro del Comitato scientifico della Fondazione Luigi Einaudi di Roma.

«Una scuola che si colloca nella realtà, che supera la discrasia tra sé stessa e la comunità cui appartiene. Una scuola che smette di fare il contrario di quello che avviene nel mondo, come richiedere prestazioni solo individuali (mentre il lavoro all’esterno richiede attività di gruppo e condivisione); valorizzare prevalentemente il pensiero astratto e simbolico (mentre fuori ci si avvale di strumenti); insegnare conoscenze generali (mentre nelle attività esterne dominano competenze legate a situazioni concrete)». Questo si legge ne La scuola che vogliamo (https://www.edscuola.eu/wordpress/?p=157860), manifesto settembrino dell’Anp, l’Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola.

Nelle conferenze, intitolate Sull’avvenire delle nostre scuole, tenute centocinquant’anni fa (e cinquant’anni fa riunite in una silloge adelphiana), quando, ventisettenne, insegnava filologia classica e letteratura greca all’università di Basilea, Friedrich Nietzsche, dietro lo schermo della finzione letteraria, ebbe a ricordare come, sedicenne, avesse fondato con alcuni amici una società culturale.

Cosa si era proposta quella brigata giovanile? Il non pensare mai «alla cosiddetta professione», il rifiuto di trasformarsi in «utili impiegati», affetti dall’«incondizionata arrendevolezza» nei confronti dello Stato e corrotti da «istinti utilitari», dall’«intenzione di ottenere rapidi avanzamenti e di percorrere una veloce carriera» (p. 27). Cosa poi rendeva possibile per quegli adolescenti quell’abito, quella predisposizione mentale? Il non sapere «con precisione che cosa saremmo diventati» (ibidem). Di più, il non preoccuparsi «affatto di questo problema»: un «siffatto godere dell’istante – proseguiva Nietzsche –, senza alcuno scopo, un siffatto cullarsi sulla sedia a dondolo dell’attimo deve sembrare quasi incredibile – e in ogni caso, biasimevole – alla nostra epoca, ostile a tutto ciò che è inutile. Come eravamo inutili! Ciascuno di noi avrebbe potuto contendere all’altro l’onore di essere il più inutile. Non volevamo significare nulla, rappresentare nulla, tendere a nulla, volevamo essere senza avvenire, nient’altro che dei buoni a nulla, comodamente distesi sulla soglia del presente: ed eravamo realmente tutto ciò!»

Le cinque conferenze del filosofo di Röcken, con le sue ossessive deprecazioni della presunta degenerazione del tempo dell’uso della lingua tedesca, che tradiscono chiaramente, come osservava nella nota introduttiva il filosofo e storico della filosofia Giorgio Colli, i debiti intellettuali maturati nei confronti di Schopenhauer (p. XII), contengono certamente materiali consegnati definitivamente all’attenzione dello storico. Eppure, ci domandiamo, l’esigenza nietzschiana di sottrarsi, di porre una distanza tra il proprio mondo interiore e quello esteriore, affinché i tempi di maturazione del primo non siano dettati meccanicamente e inesorabilmente dalle aspettative del secondo, non ha forse ancora oggi una sua ragion d’essere nell’universo scolastico, all’interno certo di un complicato rapporto con le richieste e le attese sociali che non sia però una semplice resa a queste ultime, pena la mutilazione, la mortificazione di vasta parte dell’individualità del discente e la riduzione dell’educazione a mero addestramento?

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