Luca Tedesco insegna Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre. Dirige le collane "Liberismi italiani" dell’Istituto Bruno Leoni di Torino e "Ulteriori Divergenze" dell’Università degli Studi Roma Tre. È Senior Fellow dell’Istituto Bruno Leoni e membro del Comitato scientifico della Fondazione Luigi Einaudi di Roma.

Recensione a
G. Papini, Chiudiamo le scuole!
Luni Editrice, Milano 2019, pp. 68, € 13,00.

«Gli studenti debbono essere lasciati liberi di scegliersi quali e quante materie vogliono studiare, anche se prese in facoltà diverse; debbono essere lasciati liberi della scelta dell’argomento speciale di ciascuna materia di cui occuparsi anno per anno; debbono essere lasciati liberi nella scelta dei soggetti di cui trattare nelle conferenze amichevoli ai professori e ai condiscepoli; debbono essere lasciati liberi nella scelta del tema intorno a cui scriveranno, ogni anno, un lavoro da consegnarsi a ciascun professore; debbono essere lasciati liberi di frequentare o no i corsi che possono eventualmente fare i professori ufficiali; debbono essere lasciati liberi di rimanere all’Università due anni o dieci anni; debbono essere liberati finalmente dai noiosi e inutili esami che stremano inutilmente le forze dei più negli ultimi mesi e li ristupidiscono in modo tale da lasciarli col solo desiderio di scordare ogni cosa. Ogni studente riceverà alla fine dell’anno un certificato degli studi fatti, con giudizi sintetici sulle lezioni da lui tenute e dei lavori da lui consegnati. I famosi decimi, coi quali si pretende misurare la sapienza, la capacità e la memoria dei giovani, debbono essere assolutamente aboliti. Essi non esprimono altro che un giudizio generico e indeterminato a cui ha dato origine il caso felice o infelice di un esame, ma non specificano i meriti, le attitudini, le doti particolari di ciascuna mentalità. Le università non darebbero più né lauree né diplomi ma semplici note di biografia intellettuale e semplice attestati di frequenza e di lavoro che possano abbracciare uno o più anni».

Questo il grido di battaglia lanciato da Giovanni Papini agli studenti universitari torinesi in occasione di una conferenza promossa dall’associazione universitaria locale nell’aprile del 1913 (poi pubblicata in due puntate sul periodico studentesco «Corriere Universitario». Si rinvia in proposito a R. Martinelli, Gramsci e il «Corriere universitario» di Torino, «Studi Storici», 4, 1973, p. 911). La Rivoluzione universitaria, questo il titolo dell’intervento, il solo che qui prendiamo in esame, ripubblicato da ultimo in una smilza ma meritoria antologia di scritti papiniani in tema di istruzione (Chiudiamo le scuole!, Milano, Luni, 2019. La prima edizione risale al 1919 per i tipi della Vallecchi di Firenze, fin dalla nascita punto di riferimento delle avanguardie primonovecentesche), lascia disorientati, smarriti per la sua inattualità, la sua improponibilità. Ma proprio in questo risiede il suo valore.

Indifendibile, oggi, infatti, la difesa di una permanenza ad libitum tra le mura di un’accademia di chi volesse concepirla non solo come luogo di addestramento ad una professione ma anche come (– a spese della collettività? Inaudito! –, qualcuno obietterebbe certamente stizzito) «asilo tranquillo di studi puri e disinteressati», da coltivare finché se ne ha voglia (oggi, poi, che i finanziamenti agli atenei sono sempre più legati al numero dei laureati non fuori corso va ancor di più oliata la «macchina regolare che vomita dottori a data fissa»). Inutile poi, sollecitati da Papini, agitare la bandiera dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, bandiera fatta a brandelli, ogniqualvolta qualcuno tenti da noi di alzarla, ancor prima che dalle logiche corporative, dall’italico feticismo del pezzo di carta con il timbro di Stato.

Dopo lo tsunami della pandemia da Covid, infine, che ha abituato studenti e studentesse a ridursi a mute icone su uno schermo e a rimanere incistati comodamente nelle proprie camerette e ai quali il docente nulla può replicare, che l’abbattimento dei costi per il discente è indubbio e il non tenerne conto apparirebbe sintomo di pigrizia intellettuale classista di chi comunque ha lo stipendio assicurato a fine mese, riproporre quel vero corpo a corpo tra docente e discente immaginato dal fondatore di «Leonardo» e «Lacerba», corpo a corpo continuo, serrato, fatto di seminari, verifiche, tesine, lavori laboratoriali, lezioni tenute dagli studenti e che solo all’interno di uno scambio dialogico in un’aula fisica può esprimersi pienamente, rischia oggi di apparire mera operazione di retroguardia, patetica e reazionaria.

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