Redattore

Nicolò Bindi (1991) si è laureato in Filologia Moderna all’Università degli studi di Pisa, discutendo una tesi su “Teoria e pratica del futurismo. Palazzeschi, Marinetti, Soffici”. Interessato principalmente agli aspetti stilistici, metrici e linguistici, sta concentrando le sue ricerche letterarie soprattutto sugli autori delle avanguardie storiche e del modernismo italiano ed europeo. Collabora con diverse associazioni culturali. È docente presso l'Istituto "Francesco Datini" di Prato.

«Francia. Parigi, 7 luglio

Ieri si sono ricevuti per via straordinaria i giornali inglesi del 4 corrente: – La morte di Napoleone Bonaparte vi è officialmente annunziata – Ecco in quali termini il Courier, foglio ministeriale, pubblica la notizia:

Napoleone Bonaparte non è più: egli morì il 5 di maggio alle ore 6 della sera di una malattia di languore che lo riteneva a letto da più di quaranta giorni. Egli chiese che dopo la sua morte, il suo corpo fosse aperto, onde si riconoscesse se la sua malattia fosse uguale a quella che troncò i giorni del padre suo, cioè un cancro nello stomaco. La sezione del cadavere provò infatti ch’egli non erasi ingannato nelle sue conghietture. Napoleone conservò l’uso della mente sino all’estremo giorno e spirò senza dolore”» (I. Becherucci, Imprimatur. Si stampi Manzoni, Venezia, Marsilio, 2020, p. 78).

Così, il 16 luglio del 1821, la “Gazzetta di Milano” annunciava la morte di Napoleone a Sant’Elena, avvenuta il 5 maggio dello stesso anno. Fu il secondo giornale italiano a pubblicare la notizia, preceduto solo dalla “Gazzetta piemontese” (14 luglio).

Il tono distaccato e conciso con cui la comunicazione avviene stona con la portata dell’avvenimento; sarebbe stato lecito aspettarsi un lungo articolo colmo di particolari e curiosità, data la personalità e il peso politico del defunto. Eppure, l’unica cosa su cui queste poche righe si concentrano è l’autopsia sul cadavere ed il suo risultato. Questo particolare, che oggi appare insignificante e macabro, aveva invece una importanza politica non trascurabile: per ordine del governo inglese, responsabile della custodia di Napoleone a Sant’Elena. I giornali dovevano parlare dell’autopsia sul cadavere e del risultato medico di essa; questo per contrastare le incontrollate dicerie che l’ex imperatore dei francesi fosse stato avvelenato. Tale direttiva fu ovviamente accolta in tutti i domini della Santa Alleanza: Napoleone era un problema da vivo e rischiava di esserlo maggiormente da morto. D’altronde, la prigionia a Sant’Elena aveva fatto di lui un martire agli occhi dell’opinione pubblica, e le notizie sapientemente fatte girare da Bonaparte in Europa sulla sua cattività contribuirono a far passare gli inglesi come aguzzini senza cuore e a far dimenticare le guerre e il dispotismo dei suoi anni di governo. Per questo, fu necessario dare poca enfasi alla notizia ed evitare ogni possibile accusa di assassinio: il clima politico era già molto caldo, in Europa, senza dare motivo alle forze liberali di infiammarlo ulteriormente.

Certo, tutte queste delicatissime dinamiche politiche non insidiavano la mente di Alessandro Manzoni, quando il 17 luglio apprese la notizia, sbirciando quasi distrattamente la copia del giorno prima della «Gazzetta di Milano». È noto che l’annuncio mortuario colpì profondamente l’autore e suscitò in lui una forte e inaspettata ispirazione poetica, che lo portò a comporre la celebre ode del Cinque maggio in soli tre giorni. Si dice che Manzoni invitò la moglie Enrichetta, nel primo giorno di stesura dei versi, a suonare ininterrottamente il pianoforte nella stanza adiacente al suo studio, per stimolare la sua ispirazione, e che ai figli fu tassativamente proibito di avvicinarsi al padre, per non comprometterne la concentrazione.

Una volta conclusa, la censura austriaca rigettò la richiesta di mandarla alle stampe, per il tassativo divieto di diffondere qualsiasi opera che riguardasse Napoleone. Grazie a uno stratagemma, però, gli amici del poeta riuscirono a diffondere clandestinamente il componimento. Il cinque maggio ebbe un successo tale, in Italia e in Europa, da stupire Manzoni stesso: molti furono gli amici che gli scrissero, colpiti dall’ode, per ottenere una edizione corretta (le copie “clandestine” erano infatti piene di refusi ed errori). L’anziano Goethe ne rimase talmente colpito da decidere di prodigarsi in una sua traduzione, che fu poi la prima stampa ufficiale della poesia; Lamartine disse che avrebbe tanto voluto essere lui, l’autore di quei versi. In breve tempo, Il cinque maggio divenne il più celebre omaggio alla morte di Napoleone, primato che con molta probabilità detiene tutt’oggi. Ma a cosa fu dovuto questo vasto e fulmineo successo?

Manzoni, in una lettera a Giovan Battista Pagani, datata 16 ottobre 1821, cerca di rispondere a questa domanda: «Cercando io le ragioni dello strano incontro di quel componimento, ne trovo due potentissime nell’argomento, e nell’inedito: forse una terza è una certa oscurità, viziosa per sé, ma che ha potuto dar luogo a far supporre pensieri alti e reconditi dove non era che difetto di perspicuità».

I primi due punti hanno sicuramente avuto una importanza fondamentale: la morte di Napoleone era il tema caldo del momento, e tutto ciò che lo riguardasse, quindi, suscitava l’attenzione del pubblico. La notizia, poi, che la censura austriaca aveva negato all’ode il permesso di stampa, aveva senza dubbio stimolato ulteriormente la curiosità di molti. Questi però, non bastano a spiegare la portata della diffusione: non fu certo l’unica opera a tema napoleonico, scritta in quell’anno, e la censura austriaca, come si è detto, aveva l’ordine perentorio di respingere qualsiasi elaborato che avesse a che fare con il defunto avversario. Il terzo punto, invece, è utile più a testimoniare l’innata e genuina modestia di Manzoni, che a comprendere il fenomeno, dato che uno dei punti forti del componimento, così come di tutta la poesia manzoniana, sta proprio nella chiarezza espositiva.

Il segreto di questo successo è forse da ricercarsi proprio nella peculiarità della dedica. Come affermato, furono diversi gli autori che si cimentarono nell’impresa di commemorare il defunto, tra questi ricordiamo Pietro Custodi, con In morte di Napoleone, Paolo Costa, Per la morte di Napoleone, Giunio Bazzoni, Sulla tomba di Napoleone e Sant’Elena. I testi citati, ma anche altri sullo stesso tema, hanno in comune un elemento: la volontà, in certi casi la necessità, di tirare le somme dell’azione politica di Napoleone e di trarne un giudizio complessivo. Così, Custodi e Costa, ferventi repubblicani, esaltano il primo Napoleone, e ne disprezzano le derive autoritarie, Bazzoni esprime invece un giudizio globalmente negativo sul personaggio:

E bagnerem di lacrime
I suoi sfrondati allori?
Benediremo il tumulo,
lo spargerem di fiori?
No! Chiese al mondo impero e non amor.

(cit. in V. Criscuolo, Ei fu, il Mulino, Bologna 2021, versione e-book, p. 248).

Insomma, il ricordo di Napoleone è indissolubilmente legato alla sua eredità politica: l’occasione della sua morte diventa nient’altro che un pretesto per esprimere sentenze, giudizi e opinioni sul suo operato. È in questo proliferare di tribunali in versi, che si colloca come maestoso faro di luce Il cinque maggio.

Manzoni, nell’ode, compie qualcosa di assolutamente inaspettato: si smarca completamente da ogni tipo di giudizio etico e politico, lasciando spazio alla commozione per la dipartita dell’uomo. Sembra essere l’unico, in tutta Europa, a ricordarsi che prima che generale, prima che imperatore, prima che politico, prima che rivoluzionario, Napoleone era un essere umano e come tale, quindi, vittima dei doni e dei rovesci del divenire. In tutta l’ode non si pone la questione politica, non si opera una valutazione delle azioni del personaggio; il senso di inadeguatezza ad azzardare giudizi, la consapevolezza dei propri limiti  si riassumono in questa frase diventata proverbiale: «Ai posteri / l’ardua sentenza» (vv. 31-32) .

Manzoni coglie nella vicenda di Napoleone il seme stesso della tragicità dell’esistenza: un cuore indomito, feroce, coraggioso e geniale, riesce con la sua sola abilità personale ad essere l’artefice della sua fortuna. Ma quelle stesse abilità che lo avevano portato così in alto, non sono state sufficienti per preservarlo dalla sconfitta e da una pena crudele:

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
segno d’immensa invidia
e di pietà profonda,
d’inestinguibil odio
e d’indomato amor.

(vv. 55-60)

Dai memoriali di Las Cases in poi, ha sempre avuto molta fortuna, letterariamente, il confronto tra Napoleone e Prometeo (ivi, p. 48). Nell’ode manzoniana pure questo luogo comune viene scardinato: più che ricordare il titano ribelle condannato ad un eroico martirio dal re degli déi, questo Napoleone ricorda l’anziano eroe virgiliano Entello, vittorioso per l’ultima volta nel pugilato durante i giochi in memoria di Anchise, cupo e malinconico perché consapevole che da quel momento in poi la gloria sarebbe stata solo un amaro ricordo. Quella di Napoleone a Sant’Elena, Manzoni lo comprende, è un’anima persa nei ricordi tanto gioiosi quanto dolenti della sua gloria passata.

È in questa tragicità che, giorno dopo giorno, l’animo del grande uomo si consuma, fin quando la «benefica / Fede ai trionfi avvezza» (vv. 97-98) non accorre a salvarlo, facendogli abbandonare i suoi affanni terreni, portando la sua anima nei domini del Signore. Negli ultimi versi dell’ode si sviluppa il contrasto tra la fugace gloria terrena e la vera, eterna gloria dei Cieli, probabilmente ispirato dalle orazioni funebri di Bossuet. A differenza dell’autore francese, però, questo contrasto non pesa come una sentenza, ha bensì la levità e la luminosità della speranza che la Fede possa aver vinto una così «superba altezza»:

Hai! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò.

(vv. 85-90)

Ora, molto è stato dibattuto riguardo il rapporto di Napoleone con la religione cattolica. Al tempo si era sparsa la voce di una conversione avvenuta durante l’esilio. A testimonianza di questa, vi sarebbe l’inizio del testamento da lui redatto («Muoio nella religione cattolica, apostolica e romana, nel seno della quale sono nato più di cinquanta anni fa») e un libro pubblicato nel 1840 da Robert-Augustin Antoine de Beauterne, Conversations réligieuses de Napoléon, contenente dialoghi sulla fede cattolica tenuti dall’ ex imperatore con i generali che lo avevano accompagnato a Sant’Elena. Su entrambi questi indizi, però, pende il sospetto della propaganda personale, e non esistono quindi prove certe che tale conversione sia avvenuta davvero (ivi, pp. 109-110).

La questione è però completamente secondaria nell’economia dell’ode: il Napoleone di Manzoni è uomo nudo, spogliato pure del suo stesso nome. Indifeso, in balia dei ricordi, a un passo dall’abisso, è necessario che la Fede lo salvi, dando prova della sua gloria, dimostrando al nudo uomo che tutto è polvere, al suo confronto. Fuori dalla Fede, rimarrebbero solo l’uomo nudo, il dolore dei ricordi, l’abisso. Potrebbe davvero dirsi trionfante, una Fede che permette questo, che non consola un animo così turbato? E potrebbe mai l’uomo rimanere indifferente a questo atto d’amore? Potrebbe, infine, la trionfante Fede, non vincere l’animo di una persona che in vita ha dimostrato così «superba altezza» (v.100)?

Le ultime strofe, quindi, diventano esse stesse un atto di fede del poeta, volto a contrapporre al «morir del giorno inerte» (v. 74), ovvero la tragedia del divenire, i «campi eterni» (v. 93), dove poter essere finalmente giudicati fuori dalle contingenze.

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