Luca Tedesco insegna Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre. Dirige le collane "Liberismi italiani" dell’Istituto Bruno Leoni di Torino e "Ulteriori Divergenze" dell’Università degli Studi Roma Tre. È Senior Fellow dell’Istituto Bruno Leoni e membro del Comitato scientifico della Fondazione Luigi Einaudi di Roma.

Recensione a
M. Pantaleoni, Il manicomio del mondo e altre pagine scelte
Liberilibri, Macerata 2019, pp. 184, € 18,00.

10.5281/zenodo.3559020

Non si può certo dire che la figura di Maffeo Pantaleoni non sia stata studiata dal 1976, anno della prima edizione, curata da Sergio Ricossa, dell’antologia di scritti del «principe degli economisti italiani», secondo la definizione datane da Piero Sraffa, ad oggi (basti pensare, solo per fare un nome, ai lavori di Luca Michelini). Cionondimeno non possiamo non accogliere con favore il ritorno in libreria della silloge, la cui lettura può ancora una volta lumeggiare le premesse antropologiche del discorso economico di Pantaleoni come anche la sua concezione della scienza e quindi il fundamentum divisionis rispetto a ciò che scienza non è.

Alla vigilia della prima guerra mondiale, difatti, Pantaleoni, nella prolusione a un suo corso universitario, pur affermando che la libertà economica e politica avesse portato il «benessere economico a fastigi, che la storia mai prima conobbe», non escludeva che essa avesse mortificato «altre forme di felicità umana» (p. 34). Alcuni anni prima, in una conferenza tenuta a Parma presso l’Associazione per il progresso della scienza, aveva ammesso come fossero «svariatissimi i modi di sentirsi felici» e che «la felicità economica non è per tutte le società e in tutte le epoche il sommo degli ideali» (p. 65). Ci sono coloro che sono felici solo perché hanno «una capanna e un cuore» e altri che affidano il loro benessere non a quello materiale ma all’osservanza dei «dettami della […] religione» o alla «felicità politica», che fanno consistere nell’indipendenza dallo straniero o nel self-government, nel «governo degli ottimati» o in «quello delle plebi» e via dicendo (ibidem). Vi sono addirittura «società che vogliono la propria morte, cioè, società che si rifiutano al costo di elevare una prole adeguata al rifornimento della specie» (p. 66).

Di fronte, così, al milliano (e poi weberiano) «politeismo dei valori», lo scienziato, per Pantaleoni, non può certo indicare la strada da battere data l’impossibilità di una fondazione scientifica dei sistemi valoriali. Ne discende che, quando si fa «della scienza economica», lo studioso dovrà ad esempio illustrare gli effetti del protezionismo, ma non pronunciarsi sull’opportunità di quest’indirizzo di politica economica. Al dominio della scienza non appartiene l’«ideale»; per essa, che esamina solo l’adeguatezza dei mezzi rispetto al fine, quest’ultimo è un mero «dato di fatto», posto dal decisore politico di turno (pp. 23-24). Se e solo se, quindi, si individua nella massimizzazione della produzione una conditio sine qua non del benessere sociale, allora alcuni mezzi per Pantaleoni sono irrinunciabili ed altri invece vanno respinti con forza. Di entrambe le tipologie, gli scritti pantaleoniani offrono urticanti chiarificazioni nel tentativo di demistificare pregiudizi ed idola consolidati. Se, così, si ritiene che elemento costitutivo della felicità sia l’incremento della ricchezza materiale, non si potrà allora per l’economista di origine marchigiana non perseguire un regime di concorrenza, «sorgente più energetica di dinamismo sociale», «demolitore di ogni specie di posizione acquisita» (p. 46) e condizione indefettibile della divisione del lavoro, «la macchina più potente della quale disponga l’umanità» (p. 87) e senza la quale il «regresso» all’antropofagia sarebbe certo e «rapidissimo» (p.47).

Proprio la minaccia alla divisione, alla «cooperazione del lavoro», rendeva il progresso economico incerto, una conquista mai assicurata una volta per tutte. Il socialismo rispondeva difatti a tratti antropologici profondi, che aspiravano non a dinamizzare la società ma a fossilizzarla, a renderla più «statica», a «burocratizzare la vita», ad «eliminare la rivoluzione perpetua» (p. 64). Solo una frazione minoritaria della società, scriveva Pantaleoni con stile immaginifico, «funziona da lievito» (ibidem).

Peraltro, proprio un preciso carattere della natura umana, l’egoismo, contrastava provvidenzialmente l’erosione della divisione del lavoro. «I capaci smettono di lavorare più e meglio degli incapaci, se il loro premio non è maggiore» (p. 167), osservava icastico l’economista. Per questo motivo psicologico profondo, che solo l’infantilismo socialista poteva ignorare, era opportuna la disuguaglianza nelle remunerazioni ma non necessariamente giusta, in quanto Pantaleoni, ostile alla concezione del libero arbitrio, rifiutava come implausibile anche quella fondata sul merito poiché nessuno ‘merita’ le caratteristiche biologiche di cui è portatore, caratteristiche che secondo l’economista determinano le attitudini individuali: «si nasce con carattere energico o debole, dotato di volontà o no, ordinato o no, perseverante o no, disciplinato o no» (p. 136). Ma anche se le qualità biologiche mutano lentissimamente nel corso dell’evoluzione, era a questa e non a progetti di ingegneria sociale che i socialisti avrebbero dovuto affidare le loro speranze di un superamento degli «istinti feroci che ruggiscono nella bête humaine» (p. 158). Se fallace era la sfiducia nel «progresso psichico», altrettanto fallace era credere che esso potesse «essere un prodotto artificiale» e non derivasse proprio dalla tanto esecrata, dai socialisti, concorrenza: «più diventano numerosi i contatti e più diventano intricati gli interessi che collegano gli uomini tra di loro, più si estende eziandio la zona della loro sensibilità e si limita, al contatto degli altri, il loro egoismo, faccettandosi come un brillante» (p. 159).

Proprio l’obiettivo, velleitario, dei socialisti di costruire in laboratorio una nuova società avrebbe reso improbabile la realizzazione di quella socialista che, inevitabilmente «cristallizzata e irrigidita» (p. 173), non avrebbe potuto che soccombere nella competizione con quella concorrenziale: «come stanno ora le cose, si può dire che il mondo, o s’ha da fare socialista tutto quanto, e presso a poco in una sola volta, o deve rinunziare a poterlo diventare parzialmente e gradatamente» (p. 171). Tale profezia, osserva Ricossa nell’edizione della raccolta pantaleoniana degli anni Settanta, sarebbe stata «parzialmente smentita dai fatti» (p. 171), e Manuela Mosca, nelle pagine introduttive di quella che oggi si presenta al lettore, nota acutamente come il compianto professore torinese ritrovasse nei brani antologizzati le questioni e gli interrogativi di una vita. Oggi, però, nel trentennale della caduta del muro di Berlino, possiamo dire che Pantaleoni prima e il Trockij della rivoluzione permanente poi avessero forse ragione. Il comunismo non realizzatosi su scala planetaria, nella sfida con l’avversario capitalista, è durato solo pochi decenni, un battito di ciglia nella storia dell’umanità, travolto dalla sua patente inferiorità in termini di capacità produttiva.

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