La società aperta eternamente insidiata

Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

Recensione a
M. Vargas Llosa, Il richiamo della tribù 
Einaudi, Torino 2018, pp. 264, €18,00.

M. Vargas Llosa, Sogno e realtà dell’America Latina
Liberilibri, Macerata 2020, pp. 33, €10,00.

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L’intelligenza meno aderisce alla realtà e più sogna la rivoluzione. Più la realtà appare cristallizzata, più l’intelligenza vede la sua missione nella critica e nel rifiuto.
-Raymond Aron-

«Non lo si ripete mai troppo: non c’è niente di più fecondo di meravigliosi risultati dell’arte di essere libero: ma non c’è niente di più duro del tirocinio della libertà», così scriveva Alexis de Tocqueville in quella miniera di perle analitiche e adamantini spunti di riflessione che è La democrazia in America. A distanza di quasi due secoli, infatti, esso rimane uno dei testi più istruttivi per comprendere società, politica e istituzioni del nostro mondo.

Dalla responsabilizzazione richiesta agli individui affinché possano godere della propria vita in libertà, alla dimensione sociale (e politica) della libertà stessa, Tocqueville è in qualche modo presente anche nel libro di Mario Vargas Llosa dedicato all’insorgenza costante e mai domabile della “llamada de la tribu”: Il richiamo della tribù, Einaudi, 2018 (pp. 264, euro 18). Va detto da subito che, per chi ha una certa dimestichezza con il pensiero liberale classico – non chi scrive, evidentemente –, il libro potrebbe risultare una sorta di ripasso del suo percorso durante i secoli. Infatti, si tratta di una biografia intellettuale dell’Autore, il quale da marxista si ritrova, attraverso la lettura e il confronto con alcuni dei più importanti pensatori dell’alveo liberale, ad attraversare un tragitto per così dire di resipiscenza. Infatti, sin dalla prima pagina il premio Nobel per la letteratura (vinto nel 2010) specifica che si tratta di un travaglio lungo (e doloroso), maturato sul campo.

Nato nel 1936 in Perù, «mi allontanarono da marxismo diverse esperienze di fine anni Sessanta: la creazione delle Umap a Cuba, eufemismo che dietro la facciata di Unità militari di aiuto alla produzione nascondevano campi di concentramento che mescolavano controrivoluzionari, omosessuali e delinquenti. Il viaggio in Urss, nel 1968, dove ero stato invitato a una commemorazione di Puškin – prosegue Vargas Llosa – mi lasciò l’amaro in bocca. In quell’occasione scoprii che, se fossi stato russo, sarei stato un dissidente (ossia un paria) o sarei marcito nei Gulag. Rimasi quasi traumatizzato. Sartre, Simone de Beauvoir, Merleau-Ponty e “Les Temps Modernes” mi avevano convinto che, al di là dei problemi che potevano esserci, l’Urss rappresentava il progresso e il futuro, la patria dove, come diceva Paul Eluard in una poesia che sapevo a memoria, “Non esistono puttane, ladri né preti”. In compenso – continua l’Autore – la povertà, gli ubriachi riversi sulle strade e l’apatia generalizzata esistevano eccome; si percepiva ovunque una claustrofobia collettiva per la mancanza di notizie su ciò che accadeva lì e nel resto del mondo. Bastava guardarsi intorno per capire che, pur essendo sparite le differenze di classe legate al denaro, in Urss le disuguaglianze rimanevano enormi, e legate esclusivamente al potere» (p.7). La citazione è lunga, ma necessaria a inquadrare l’illusione di chi credeva in un mondo migliore, più solidale e più umano, filtrato dalle parole di quegli intellettuali che, per primi, furono “abbagliati” dal mito della Rivoluzione. All’incanto mentale, tuttavia, seguì quell’amara presa d’atto che le parole altro non erano che mera immaginazione, la proiezione nel reale dell’ideale. Proprio a quest’obnubilamento, com’è noto, Raymond Aron ha dedicato forse le pagine più intense e brillanti ne L’oppio degli intellettuali, in cui si può leggere ciò che segue: «Il concetto di rivoluzione, come il concetto di sinistra, non cadrà mai in disuso. Esprime anch’esso una nostalgia che durerà fin quando le società saranno imperfette e gli uomini smaniosi di riformarle. […]. Tutti i sistemi conosciuti sono condannabili se li si paragona a un ideale astratto di uguaglianza o di libertà. Solo la rivoluzione, poiché è un’avventura, o un regime rivoluzionario, poiché consente l’uso permanente della violenza, sembrano capaci di raggiungere il fine ultimo. Il mito della rivoluzione serve da rifugio al pensiero utopistico, diventa il legame misterioso, imprevedibile, tra il reale e l’ideale» (L’oppio degli intellettuali, trad. it., Lindau, 2008, p. 99).

Non è un caso che proprio Aron sia uno dei sette autori cui Vargas Llosa deve il suo ravvedimento intellettuale e a cui dedica uno dei “medaglioni” presenti nel libro (gli altri sono Adam Smith, José Ortega y Gasset, Friedrich von Hayek, Karl Popper, Isaiah Berlin e Jean-François Revel). La linea invisibile che unisce il volume è quella della responsabilità che lega l’individuo alla libertà. Senza di essa, la libertà viene perduta. E tale responsabilità si manifesta in diversi modi, ma, forse prima di tutto, in quel sano scetticismo che unisce i tre autori cui l’Autore deve di più, come afferma egli stesso (p. 80): Hayek, Popper e Berlin.

Il primo, che qualcuno giunge addirittura a definire un autore “monistico” per la sua idolatria del mercato, è consapevole di quella ineluttabile e irredimibile ignoranza che attanaglia la condizione umana e che non può essere assolutamente vinta. Nondimeno, l’unico modo per cercare di combatterla è quello di affidarsi a un processo – non una realtà di per sé esistente, pensante e statica – che mette in comunicazione miriadi di individui, ciascuno dotato di propri mezzi – materiali e, soprattutto, informativi – e obiettivi differenti. Tutt’altro, dunque, che uno strumento infallibile e perfetto, ma, semmai, l’unico modo (imperfettamente) efficace che può far fronte a quell’insopprimibile ignoranza che qualcuno ha la “presunzione fatale” di poter schiacciare. Lo spirito scettico hayekiano, pertanto, ben si congiunge con lo spirito critico di Karl Popper il quale ha messo in guardia dall’idolatrare la scienza (proprio come, a suo modo, Hayek fa con il mercato): «La scienza non posa su un solido strato di roccia. L’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude. È come un edificio costruito su palafitte» (Logica della scoperta scientifica, 1934, cit. a p. 130; corsivo mio). E proprio questo spirito fortemente ispirato alla titubanza e al vacillamento nei confronti del sapere umano, che mai arriverà a verità ultime, ha portato a dire Berlin che «mi annoia leggere degli alleati, delle persone che la pensano più o meno come me […] È molto più interessante leggere i nemici, perché i nemici penetrano nelle difese e trovano i punti deboli. A me interessa scoprire quali errori contengono le idee in cui credo, perché è giusto cambiarle o persino abbandonarle» (Tra filosofia e storia delle idee. La società pluralistica e i suoi nemici, cit. a p. 227).

Proprio quando viene meno una visione scettica o critica delle faccende umane, dunque, la società aperta è insidiata. Un’insidia che, come abbiamo detto, può venire da quella Hayek definì “abuso della ragione”, ma, al contempo, da un “abuso dell’immaginazione”. È questo il caso che ha visto e, in parte, continua a vedere come principale punto di riferimento l’America Latina. A tale questione, ben collegata peraltro a quanto si è detto finora, è giunto lo stesso Vargas Llosa con l’agile saggio che Liberilibri di Macerata ha da poco tradotto: Sogno e realtà dell’America Latina (pp. 33, euro 10, con introduzione di Carlo Nordio).

Se l’Urss ha destato un certo interesse velato di ideologia da parte degli intellettuali marxisti, altrettanto si può dire nei confronti del continente latino-americano. Sennonché, la fantasia dell’immaginazione per tale continente, come sottolinea l’Autore, viene ben più da lontano, e precisamente fin dalla sua scoperta medesima. A partire da quel lontano 1492, infatti, l’America non ha fatto altro che «materializzare le loro [degli europei] fantasie religiose e ideologiche, incarnando i paradisi a cui anelano o gli inferni che li spaventano» (p. 11). Prendendo a riferimento un caso specifico, quello di Günter Grass, Vargas Llosa si chiede: «Perché uno come lui, che in Germania faceva campagna per la socialdemocrazia e criticava i comunisti, chiedeva che i latinoamericani seguissero “l’esempio di Cuba”? Perché quello che è un male per gli europei è un bene per i latinoamericani? La ragione è molto semplice – si risponde da sé il premio Nobel – : perché per Günter Grass […] l’America Latina, più che una realtà concreta, è una realtà fittizia nella quale riversare le proprie utopie fallite e con la quale rifarsi delle loro delusioni politiche» (p. 15).

Insomma, la proiezione del desiderio frustrato dalla realtà in un luogo verso un altro, oltre che un’operazione puerile, è prima di tutto estremamente pericoloso. Fingendo di non vedere, accecati dal mito e dall’immaginazione, il rischio è quello di distruggere la realtà stessa, e quindi, tra l’altro, le persone in carne e ossa. Come sostiene Vargas Llosa, un conto è l’immaginazione nella letteratura, nell’arte, nelle discipline artistiche che da questa vengono arricchite. Un’altra questione, invece, è il suo utilizzo nella dimensione politica e sociale, nella quale, al contrario non si può che affidarsi a un duro ma sano realismo.

Questa è l’esortazione conclusiva del premio Nobel: «Rinunciare all’impossibile e ai canti delle sirene dell’irrealtà, utili e appetitosi per i costruttori di finzioni, ma nefasti per chi invece si dedica alla dura missione di vincere l’ignoranza, la fame, lo sfruttamento e la povertà, per creare un mondo senza dispotismo, di giustizia e libertà, con uguali opportunità per tutti, dove la felicità non si raggiunga soltanto chiudendo gli occhi di fronte alla realtà circostante e rifugiandosi nel sogno e nell’immaginazione, ma anche talvolta, nella vita vera» (p. 33). Come scrive Raymond Boudon, «il liberalismo rappresenta la tradizione di pensiero meno escatologica che vi possa essere» e ciò «lo rende poco attraente per molte persone» (Perché gli intellettuali non amano il liberalismo, trad. it., Rubbettino 2004, p. 66). Ma proprio perché non è una teoria “chiavi in mano”, essa può far maturare quella necessaria responsabilità senza la quale la società aperta e la libertà non possono sopravvivere. Dopo tutto, essere adulti non significa forse sobbarcarsi di molteplici, gravosi oneri?

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