Alfonso Lanzieri (1985) ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Dal 2016 è docente incaricato presso la Facoltà Teologica di Napoli e l’ISSR “Duns Scoto” di Nola-Acerra. È docente di ruolo di Filosofia e Storia nei Licei. Si interessa principalmente di filosofia morale e filosofia della mente. Ha pubblicato saggi e articoli su riviste nazionali e internazionali. La sua ultima monografia è "Rischiare il bene. La responsabilità in Dietrich Bonhoeffer" (Castelvecchi, 2026).
Recensione a Francesco Prudente, La figlia di Theuth. L’amore al tempo degli eteronimi, Iod Edizioni, 2026
Quest’opera consegna al lettore un libro che, pur presentandosi come raccolta poetica, lavora in realtà su un territorio più ambiguo e più rischioso: quello in cui il canto amoroso, la meditazione filosofica e la requisitoria contro il linguaggio si urtano, si feriscono, si cercano. Il volume, pubblicato da IOD Edizioni nel 2026, con prefazione di Gianluca Giosafath Nocerino, reca già nel titolo il proprio nodo teorico: Theuth, il dio egizio della scrittura evocato nel Fedro platonico, non è qui una semplice citazione erudita, ma il padre ingombrante di una creatura che sembra nascere proprio per contestare, dall’interno, la genealogia della parola scritta.
La “figlia di Theuth” è figura elusiva, donna, amante, principio vitale, forse musa e forse confutazione della musa; non prende davvero parola, e tuttavia ordina il libro intorno alla propria assenza. È, insieme, colei che attira il discorso e colei che ne dimostra l’insufficienza. Prudente costruisce così una poesia dell’amore che non indulge quasi mai alla confessione sentimentale, perché ciò che lo interessa non è la psicologia dell’innamorato, bensì la fenditura ontologica che l’amore apre nell’io: amare significa smettere di coincidere con sé stessi, entrare in una zona dove il soggetto, anziché compiersi, si frantuma, e dove il “noi”, lungi dall’essere pacificazione, diviene lotta, residuo, desiderio di fusione e insieme impossibilità della fusione.
Il libro possiede un lessico riconoscibile, quasi ossessivo: carne, ossa, terra, memoria, attimo, respiro, granaio, cenere, tomba, silenzio. Sono parole che ritornano come pietre di un edificio sempre sul punto di crollare. L’effetto più interessante nasce proprio da questa tensione fra l’energia tellurica dell’immaginario e la lucidità concettuale che lo sorregge: Prudente può scrivere d’amore, ma lo fa portando sulla scena Platone, Hegel, Marx, Nietzsche (questi mai citato direttamente, ma gli echi si sentono), Pessoa, Pasolini, Eliot, Pirandello; e tuttavia, quando il rischio dell’intellettualismo sembrerebbe imminente, la materia del corpo interviene a sporcare l’astrazione, a impedirle di diventare puro esercizio libresco, avvertendo la ragione delle sue origini opache. L’autore, docente di Filosofia e Storia nei Licei, e attualmente ricercatore presso l’Università Federico II di Napoli, sa insomma mobilitare tutto il proprio bagaglio di competenze, per metterlo al servizio dei versi e dar loro densità contenutistica e stilistica. Un esempio tra tanti, la poesia datata Agosto 2012 (i componimenti sono divisi in date): «Il linguaggio nel suo “essere parola”, / non riesce ad essere se non con noi! / L’esistenza che parla dell’essere è / un abominevole sterminio di “noi tutti”. / Ma chi parla? / Vita che si ha. / Vita che si è. / Unite nella nostra perversione di unire. / Vivente. / Vissuto / – unire la vita dell’essere / con lo sforzo della vita che brama l’essere. / L’unirvi spetta a “chi” non ha mai preteso / di nominarvi e di nominarsi. / Sto parlando delle tue dita / quando formano l’inquietudine». In questi versi il linguaggio non domina la vita: la accompagna e insieme la tradisce. Parlare dell’essere significa ridurre la pluralità vivente dell’esperienza, perché la parola nomina le cose ma non afferra mai pienamente il loro “che c’è”, quella presenza muta e irriducibile che precede il concetto. Per questo l’unione non passa dal nome, ma dal corpo: dalle dita dell’amata, dove l’inquietudine diventa forma.
Anche alla luce di queste ultime considerazioni, la raccolta mi pare attraversata da una sfiducia radicale, e paradossale, nella scrittura. Il verso, invece di presentarsi come salvezza della vita, viene più volte denunciato come sua riduzione, differimento, irrigidimento. La parola, infatti, fissa l’attimo, ma proprio fissandolo lo tradisce; custodisce la memoria, ma nello stesso gesto ne rivela il carattere fantasmatico. Da qui deriva il paradosso più fecondo del libro: Prudente scrive contro la scrittura, ma non per approdare al silenzio. L’autore scrive, piuttosto, perché sa che non vi è altro luogo in cui inscenare la propria diffidenza verso il linguaggio se non il linguaggio stesso. La poesia diventa allora non il tempio della parola, ma il suo tribunale, se così posso esprimermi.
Sul piano stilistico, La figlia di Theuth alterna accensioni liriche, tagli aforistici, corsivi filosofici e brusche discese nella materia sensoriale. Vi sono versi di grande energia allusiva senza scadimento nell’impressionismo di maniera, nei quali l’immagine non illustra un pensiero, ma lo produce: l’amore come “vagare incarnato”, la memoria come costruzione fallace, il respiro come margine della corporeità, la vita come materia che precipita nella morte. Nei momenti migliori, Prudente riesce a dare alla sua poesia una densità quasi tragica, perché l’amata non è mai soltanto destinataria del canto, ma soglia attraverso cui si intravede l’intera condizione umana: desiderare significa abitare una mancanza, e vivere significa essere già consegnati a ciò che ci consuma. Non mancano, naturalmente, asperità. Talvolta la pressione concettuale è così forte da comprimere il dettato poetico; talaltra l’accumulo di maiuscole, formule filosofiche e gesti apocalittici rischia di trasformare l’intensità in enfasi. Ma sarebbe superficiale leggere questi eccessi come difetti, perché appartengono, in un certo senso, alla natura stessa del libro, alla sua ambizione febbrile, al suo rifiuto di una poesia levigata e pacificata. Prudente non cerca l’eleganza del frammento perfetto ma un nodo rugoso in cui si svela e si ri-vela nuovamente il reale; cerca, insomma, piuttosto l’urto, la slogatura espressiva.
La dimensione erotica, inoltre, è costantemente inseparabile da quella metafisica. Il corpo dell’altra è invocato, ricordato, perduto, desiderato, ma non diviene mai puro oggetto: è semmai il luogo in cui il pensiero viene costretto a riconoscere la propria insufficienza. In questo senso il libro è profondamente anti-idealistico (o almeno così mi pare) nonostante l’ampiezza delle sue ascendenze speculative: contro ogni consolazione spirituale, contro ogni trascendenza ordinatrice, Prudente oppone la carne, la terra, l’immanenza, cioè quanto resta quando le architetture del senso cedono e l’uomo si scopre animale intratemporale, consegnato alla profondità di superficie della propria pelle. Il sottotitolo, L’amore al tempo degli eteronimi, illumina infine una delle intuizioni decisive della raccolta: l’io non è unità, ma moltiplicazione; non volto stabile, ma maschera che si sposta, teatro di voci. In ciò l’ombra di Pessoa, posta in epigrafe, non è decorativa: Prudente sembra raccoglierne la lezione. L’eteronimia diventa la forma moderna della sopravvivenza: poiché non possiamo essere uno, e poiché nemmeno l’amore riesce davvero a ricomporci, non resta che abitare la dispersione.
La figlia di Theuth cerca di tenere insieme ciò che di solito viene separato nel senso comune: eros e filosofia, corpo e scrittura, bestemmia e preghiera, memoria e cancellazione. Ne esce una poesia scabra, colta, talvolta furente, che non consola e non vuole consolare; una poesia che, mentre dichiara di non sapere nulla della vita, continua ostinatamente a interrogarla, perché l’esistenza – questo mi pare il nocciolo più intimo della filosofia dell’autore, se mi sbaglio Prudente mi correggerà – è esattamente l’elaborazione del lutto di esistere, cioè di essere fuoriusciti dall’Uno (unità originaria che non va pensata come forma pura cui è subordinata la vita). L’amore è lo struggimento di nostalgia per una vita in pienezza così vicina e così lontana.
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