Luca Demontis (1988) è responsabile della formazione presso il Collegio universitario San Carlo di Modena. È membro del Consiglio direttivo del Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo e del Board di EucA (European university college Association). Laureato in filosofia a Siena, ha conseguito specializzazione e dottorato presso la Scuola Alti Studi della Fondazione Collegio San Carlo. Relatore in numerose conferenze internazionali, ha trascorso periodi di ricerca presso il Wolfson College di Oxford e la Universidad Autónoma di Madrid. È redattore de "Il Pensiero Storico" e ha pubblicato articoli su "El Mundo", "Il Mulino web" e "La Gazzetta di Modena".

Recensione a: G. Caravale, Senza intellettuali. Politica e cultura in Italia negli ultimi trent’anni, Laterza, Bari-Roma 2023, pp.158, € 18,00.

L’attività politica senza intellettuali è cieca, l’attività intellettuale senza una qualche tensione politica e civile è vuota.

Questa è, in estrema sintesi, la tesi del formidabile volume Senza intellettuali di Giorgio Caravale, che prende in esame i rapporti tra politica e cultura negli ultimi trent’anni, senza fare sconti a nessuna delle categorie coinvolte. In poco più di centocinquanta pagine l’Autore documenta implacabilmente i fallimenti nei rapporti dei politici con gli intellettuali e, in maniera speculare, l’atteggiamento spesso “fragile e squilibrato” degli intellettuali rispetto alla politica. La recente scomparsa del dominus indiscusso del trentennio in questione rende ancora più attuale la necessità di un bilancio accurato e, per quanto possibile, distaccato di questa stagione.

I rapporti tra intellettuali e politica nel dopoguerra italiano recano l’impronta indelebile del Pci gramsciano-togliattiano. Si tratta di un rapporto fecondo quanto ambiguo sin nelle sue fondamenta: da un lato, il partito investì molte delle sue migliori energie in una visione “alta” delle politiche culturali, capace di coinvolgere sostanzialmente ogni aspetto dell’elaborazione di idee e della creazione artistica, attirando a sé figure di primissimo calibro e contribuendo all’educazione democratica di un popolo spesso vincolato a tradizioni e forme sociali premoderne; d’altro canto, la figura dell’“intellettuale organico” è inesorabilmente legata a un’ideologia totalizzante, rispecchiandone di conseguenza i dogmatismi, i conformismi, le autocensure, le subalternità ai dettati politici.

Come ricorda Caravale, le prime incrinature di questo modello si manifestarono negli anni ’70, quando il Pci dovette fare i conti con nuove forme di organizzazione culturale, tra le quali spicca la fondazione nel 1976 del quotidiano “la Repubblica” ad opera di Eugenio Scalfari. Circoli di intellettuali progressisti, laici e liberali esprimevano una rinnovata esigenza di autonomia del – e nel – discorso pubblico, costringendo il partito stesso ad un ripensamento delle proprie strategie culturali e comunicative. Enrico Berlinguer visse con profonda diffidenza la nascita del “giornale-partito” di Scalfari, creatura ambigua che intercettava e indirizzava gli umori progressisti fuori dal tradizionale perimetro della rappresentanza politica.

I cedimenti del modello gramsciano-togliattiano emersero pienamente negli anni ’80, quando il segretario socialista Bettino Craxi si autoproclamò interprete e condottiero della modernizzazione della sinistra italiana. Il “giocatore di poker” sfidava il Pci su molti fronti, ma soprattutto nella sua concezione dei rapporti tra politica e cultura, destinata ad avere grande influenza sulla stagione successiva. Con il suo energico protagonismo, Craxi rivendicava non solo l’abilità di circondarsi di intellettuali di primo livello, capaci di indicare alla sinistra una nuova strada rispetto ad un’eredità marxista che iniziava a scricchiolare, ma di essere lui stesso il leader capace di delineare in prima persona tale visione, in un rapporto verticale rispetto a quegli intellettuali che sarebbero poi stati tenuti a elaborarla. Ne fu una rappresentazione plastica il lungo articolo Il Vangelo Socialista che Craxi pubblicò nel 1978 su «L’Espresso», firmando a proprio nome un saggio scritto in realtà dal sociologo Luciano Pellicani, nel quale il socialismo di Proudhon veniva proposto come alternativa democratica e anti-autoritaria ai numi tutelari del comunismo.

Secondo Caravale, la svolta craxiana ha avuto un’influenza pervasiva su almeno tre fronti: innanzi tutto, la figura del leader socialista è stata al centro della stagione di Tangentopoli e Mani Pulite, destinata a marchiare a fuoco il trentennio successivo; secondariamente, ha anticipato il grande dibattito che ha coinvolto e sconvolto il Pci dopo la caduta dell’Unione Sovietica; in terzo luogo, il suo rapporto con gli intellettuali è stato un modello esemplare per la stagione berlusconiana e, in un certo senso, per la meteora renziana.

Su queste premesse si è aperto il trentennio in questione, la cui cifra distintiva è stata il distacco, la diffidenza – e, spesso, l’ostentato disprezzo – della politica nei confronti degli intellettuali. Con la caduta del comunismo, la sinistra italiana restò orfana di riferimenti ideologici e intraprese una lunga e travagliata ricerca di nuovi approdi. Lo fece in diversi modi: mentre l’ala “novecentesca” rappresentata da Massimo D’Alema riaffermava la superiorità della politica rispetto agli intellettuali, votandosi a un machiavellismo istituzionale privo di ogni fascino per un elettorato che ne ha preso infatti le distanze, parallelamente il progressismo “pop” di Walter Veltroni metteva insieme Berlinguer e Bob Kennedy, Martin Luther King e Gandhi, alla ricerca di figurine da collocare in un Pantheon post-moderno di biografie esemplari, nel quale la dimensione impressionistica e sentimentale prevaleva sull’elaborazione storico-sociale di lungo respiro.

Parallelamente, con la sua dirompente “discesa in campo”, Berlusconi si circondò di un gruppo di intellettuali da esibire alle telecamere come garanti della sua rivoluzione liberale. Tuttavia, quanto più si scontrava con le loro pretese di coerenza ideologica, tanto più li ricacciava nell’ombra, eccezion fatta per quelli addivenuti a più miti consigli di subordinazione politica. La figura dell’intellettuale cortigiano, che ha una lunga tradizione nella storia del nostro Paese, ha avuto innumerevoli modi di declinarsi all’interno del coacervo di poteri economici, mediatici ed editoriali del Cavaliere.

Con l’avanzare degli anni, l’istintiva ostilità del berlusconismo verso gli intellettuali ha preso il sopravvento, accentuando la preferenza per gli “uomini del fare”, preferibilmente di bell’aspetto, rispetto al teatrino dei politicanti chiacchieroni e dei professori inetti. In questo, Berlusconi è stato il maestro indiscusso di una generazione di populisti, ispirando l’avversione dei vari Bossi e Salvini per i “Soloni”, i “professoroni”, i “sinistrelli”, e in generale per chiunque sia colpevole di impelagarsi in analisi critiche dell’esistente, invece di identificarsi spontaneamente con gli umori corporei del popolo sovrano. Analogamente, nasce da qui la rivolta grillina contro i competenti, i professionisti della politica e, in breve, contro chiunque non sia animato da una soave inesperienza nutrita di buone intenzioni.

L’anti-intellettualismo ha permeato progressivamente anche il corpaccione della sinistra, attraverso la progressiva sostituzione dell’intellettuale tradizionale con l’esperto di marketing e di strategie comunicative. L’elaborazione culturale è stata rimpiazzata dalla cosmesi estetizzante, della quale la stagione renziana è stata l’apice, ma non certo l’unica raffigurazione: il profluvio di fondazioni culturali ad personam è la cornice di un’epoca nella quale, alla faticosa ricerca del consenso elettorale sul territorio, è subentrato il brand management personale dei singoli notabili, con la complicità di un sistema elettorale che ha reciso ogni legame tra rappresentanti e rappresentati.

Alla resa dei conti, una classe politica così distante rispetto al mondo culturale non poteva che ottenere scarsissimi risultati amministrativi, visto che l’arte del governo si nutre innanzi tutto di studio, pazienza, riflessione e mediazione. È il motivo per cui il trentennio è stato segnato dal continuo ritorno in scena dei “tecnici”, periodicamente chiamati dal Capo di Stato di turno a risistemare la stanza dei giochi lasciata a soqquadro dai politici. In tali occasioni, il rapporto incompiuto tra politica e intellighenzia non è stato meno evidente: investiti della missione provvidenziale di risanare il Paese applicando le dure e implacabili leggi dell’economia, il distacco di queste rarefattissime élites intellettuali, totalmente digiune dei meccanismi della rappresentanza democratica, ha contribuito a generare il colpo di frusta elettorale del populismo trionfante.

Dal canto loro gli intellettuali, pur diventando sempre più irrilevanti, non hanno rinunciato alla loro proverbiale volontà di potenza, sublimandola tuttavia in contesti sempre più angusti e asfittici: il mondo universitario è stato definitivamente colonizzato dall’homo academicus, il quale mette in scena nel proprio orticello quelle lotte di potere che non può più rappresentare sul palcoscenico della Storia. Mentre l’imbuto delle carriere accademiche ha continuato a restringersi, non è venuta meno l’ostinata volontà di egemonizzare, lottizzare, colonizzare.

In questo modo, soprattutto quelle discipline storico-umanistiche che sarebbero votate per loro natura a promuovere una riflessione critica sul presente si sono consacrate all’iper-specialismo, al culto della burocrazia concorsuale, alla creazione di specie disciplinari protette. Come quei cavalieri del tardo Siglo de Oro spagnolo che, pur in piena decadenza, non rinunciavano a celebrarsi con titoli altisonanti, così l’homo academicus coltiva feudi sempre più circoscritti, accettandone di buon grado la dimensione molecolare a patto che i confinanti non ne ledano la maestà.

“Che fare?”, si chiedeva un pensatore novecentesco dalla discreta influenza politica. Prima di tutto, prendere atto che “une certaine idée de l’intellectuel” è definitivamente tramontata. Ma, per carità, bando alla nostalgia. Nuovi strumenti avanzano per promuovere la circolazione di idee: non a caso, molti dei dibattiti più interessanti degli ultimi anni sono emersi al di fuori dei contesti accademici e editoriali più paludati. C’è una strada già ampiamente battuta, fatta di podcast, blog, riviste digitali (lunga vita, a tal proposito, a «Il Pensiero Storico»), attraverso cui oggi si scambiano opinioni e si diffonde cultura, con la possibilità di smarcarsi dal “consenso dei dotti”.

I nuovi mezzi di espressione vanno studiati, esplorati, affinati: ciò richiede un surplus di attenzione e creatività a tutti coloro che coltivano il sincero desiderio di comprendere la società in cui viviamo, limitando per quanto possibile le distorsioni partitiche o corporative. È uno sforzo che vale la pena proporsi: come dovrebbe insegnarci la storia degli ultimi trent’anni magistralmente raccontata da Caravale, l’importante è uscire dalla palude per riscoprire che, tutto sommato, ci sono molti modi non “organici”, non faziosi e non settari, per riveder le stelle.

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