Luca Demontis (1988) è responsabile della formazione presso il Collegio universitario San Carlo di Modena. È membro del Consiglio direttivo del Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo e del Board di EucA (European university college Association). Laureato in filosofia a Siena, ha conseguito specializzazione e dottorato presso la Scuola Alti Studi della Fondazione Collegio San Carlo. Relatore in numerose conferenze internazionali, ha trascorso periodi di ricerca presso il Wolfson College di Oxford e la Universidad Autónoma di Madrid. È redattore de "Il Pensiero Storico" e ha pubblicato articoli su "El Mundo", "Il Mulino web" e "La Gazzetta di Modena".

Ci sono oggi due modi prevalenti di affrontare il dibattito pubblico italiano tra i cittadini comuni: ignorarlo per opportuna igiene mentale, oppure tuffarcisi dentro per assaporarne con gusto le morbosità, i pettegolezzi, le piccinerie.

Ciò che agevola entrambe le tendenze è il rapporto incestuoso tra politica e informazione. Avendo sempre meno possibilità di carriera nelle redazioni, i giornalisti vivono ipnotizzati dai colpi di tosse dei palazzi romani, nell’attesa famelica del pettegolezzo di un usciere per un retroscena succulento; oppure, ancora meglio, di una poltrona nell’ufficio comunicazione di un sottosegretario al prossimo rimpasto. Percepisci nei talk show la complicità malsana tra politici e giornalisti di ogni fazione, che fingono di scannarsi a telecamere accese e ammiccano tra loro non appena inizia la pubblicità.

Dal canto suo, il sistema politico italiano vive, ormai per sua stessa natura, immerso in un’impenetrabile bolla di sapone. Grazie a una sciagurata successione di leggi elettorali, sono saltate in aria le forme più elementari di rappresentanza. Nessun onorevole si sente ormai in dovere di porgere un saluto nemmeno formale – nemmeno a Natale – nei propri territori, e figurarsi la fatica di ascoltarli e rappresentarli. 

Le segreterie di partito sono organismi completamente centrati sul narcisismo dei leader, sulle correnti interne, sulle candidature per le prossime amministrative eternamente dietro l’angolo. Non circola aria, non c’è discussione, non c’è confronto, ma soltanto il desiderio di compiacere e compiacersi a vicenda finché funziona, e di avvelenare il caffè del vicino appena perdiamo le elezioni a Forlimpopoli.

Ciò provoca una sciagurata distorsione nelle discussioni pubbliche: politici e giornalisti possono concedersi l’eterno lusso di raccontarsi e raccontarci solo ciò che rientra nelle loro sfere di soddisfazione e compiacimento, non avendo alcuna necessità effettiva di rendere conto a cittadini e lettori in carne ed ossa.

Si discute di candidature, di posizionamenti, di duelli televisivi, dei pistoleri di Capodanno, dei raduni nelle Spa, dei reportage che fanno arrabbiare il politico scoperto con le mani nel sacco mentre ferma il treno oppure piazza il cugino nella municipalizzata.

Perfino le questioni di rilevanza storico-culturale, come la ferita sempre aperta del nostro rapporto col fascismo, diventano palloncini di gomma da rilanciare nel campo avversario, nell’attesa che qualche onorevole faccia uno scivolone – facile scommessa, visto il mix dilagante di ignoranza e protagonismo – grazie al quale tacciare l’intera fazione opposta di nostalgie totalitarie, conquistando altri due o tre giorni di facili interviste in quinta pagina.

Nel frattempo che succede fuori dalla bolla?

A titolo di esempio e promemoria: la scuola italiana è certificata dall’OCSE come una delle peggiori del mondo sviluppato nell’insegnamento scientifico, nell’affrontare il divario di genere, nelle disparità regionali; la Fondazione GIMBE attesta il collasso del sistema sanitario, la carenza drammatica di personale qualificato e di risorse, il divario tra Nord e Sud – come se non bastasse l’esperienza quotidiana di chiunque abbia bisogno di un medico di famiglia, di un accesso al pronto soccorso, di una visita di controllo; gli stipendi medi sono inchiodati allo stesso livello del 1991 – quando chi scrive imparava a parlare – mentre negli altri paesi OCSE sono cresciuti in media di oltre il 30%; il 14% dei contribuenti, in gran parte dipendenti con redditi tutt’altro che astronomici, sostengono come asini da soma due terzi delle imposte totali sul reddito; e ancora – è da un po’ che non piove, quindi abbiamo opportunamente rimosso l’emergenza – un buon 90% del territorio è a rischio frane, alluvioni, crolli o terremoti, con le manutenzioni pubbliche ferme al palo da qualche decennio.

Per fortuna va meglio fuori dai confini. 

Tra pochi mesi, il nonno d’America che ha tenuto aperto l’ombrello della NATO, concedendoci il lusso delle nostre velleità pacifiste, potrebbe essere rimpiazzato da un presidente animato soltanto da isolazionismo e sete di vendette interne, lasciandoci a contrastare l’espansionismo russo con gli striscioni arcobaleno e i fiori nelle centrali termoelettriche; la questione israelo-palestinese è a un passo dall’infiammare un conflitto regionale e potenzialmente globale; un‘organizzazione ben finanziata di estremisti prende il controllo di uno snodo nevralgico del commercio mondiale, ricordandoci il potenziale distruttivo di piccoli gruppi armati e innescando conseguenze economiche per il nostro Paese che non abbiamo nemmeno iniziato a calcolare, troppo impegnati a contare i panettoni degli influencer

Che succede se Trump torna al governo e lascia scoperto il fronte orientale europeo? Siamo pronti a quadruplicare le nostre spese militari per coprire il vuoto? Siamo disposti a investire reputazione e risorse su una missione militare in Medio Oriente, se ciò dovesse diventare inevitabile? Ci siamo posti seriamente qualcuna di queste domande?

In un sistema democratico equilibrato, con una politica e un’informazione mature, basterebbe una sola delle questioni elencati per catalizzare la discussione – non con la pretesa di risolvere tutto dall’oggi al domani, ma per impostare correttamente termini e priorità. Ciascuna di esse riguarda personalmente le nostre vite, le nostre sicurezze, le nostre tasche. A occhio, c’è più materiale per inchieste e approfondimenti che nei battibecchi social da cui attingono i giornalisti per riempire le pagine dei quotidiani.

Certo, è fin troppo facile fare la cronaca del nostro declino, ripeterci che siamo un paese sfiduciato e sfibrato, che i difetti di Montecitorio e delle redazioni non sono circoscritti ai Palazzi, ma rispecchiano noti e diffusi vizi arci-italiani.

Nella storia, casi analoghi di decadenza hanno richiesto grandi movimenti di opinione, piani strutturali di riforme, generosi slanci comunitari – ma, soprattutto, la ferma volontà di classi dirigenti istruite, cosmopolite, competenti, abili, efficaci, in dialogo costante ed effettivo con le esigenze dei cittadini.

Di simili classi dirigenti avremmo un disperato bisogno oggi. Non di singoli leader illuminati, non di figurine pescate dal cilindro magico delle segreterie di partito, ma di un tessuto diffuso di competenze a cui attingere per governare le nostre istituzioni, le relazioni internazionali, la pubblica amministrazione, la gestione dei servizi nei territori.

Un Paese nelle nostre condizioni ha un solo punto di leva per provare a squarciare la bolla e rimettersi in cammino: l’istruzione pubblica. Se le scuole, le università e gli istituti di formazione non riacquisiscono una centralità ossessiva nei nostri discorsi, siamo votati alla senilità collettiva che ci meritiamo.

Tra i Paesi che intercettano oggi il gran vento del mondo e le potenzialità delle straordinarie rivoluzioni che stiamo attraversando, non ce n’è uno che non abbia ben chiaro questo aspetto, e nel quale non se ne discuta costantemente e approfonditamente.

Non si tratta, ovviamente, di ricalibrare le ore di alternanza scuola-lavoro, né di carnevalate scioviniste come il liceo del Made in Italy. È necessario ripensare nuove comunità di apprendimento in cui gli studenti incontrino la passione della ricerca, del condividere esperienze di crescita, dello stare insieme per la conoscenza, il più alto dei fini.

Occorre una rilegittimazione radicale della figura del docente, tale da riacquisire la centralità e l’autorevolezza che merita nell’opinione comune, a partire da retribuzioni in linea con i Paesi civili, dal coinvolgimento effettivo nelle comunità di produzione di cultura e di ricerca per l’aggiornamento continuo, dalla possibilità di chiarezza e stabilità professionale per chi intraprende questo percorso di vita. Non possiamo permetterci insegnanti disorientati o frustrati.

E bisogna soprattutto rendere i nostri luoghi di apprendimento dei porti accoglienti e appassionanti, laboratori di creatività e socialità, con una direzione chiara che induca all’impegno e al merito come forme di promozione sociale, senza tentennamenti né facilonerie. Ogni giovane ha una sete matta di farsi strada ed esprimere il suo potenziale nel mondo: se non gliene offri la possibilità a scuola, ci penseranno gli influencer a indicargli la strada, con altri esiti.

Immaginare una nuova generazione di cittadini del mondo, cresciuti in comunità dinamiche e aperte, abituati al confronto e alla condivisione di conoscenze, che si sentano protagonisti della società nel loro percorso di crescita, interlocutori in dialogo con professionisti dell’apprendimento, orientati al merito per la realizzazione dei propri infiniti potenziali, con l’ambizione di essere all’altezza di diventare una classe dirigente al servizio della comunità: è una strada lunga, non risolverà i nostri problemi alle prossime elezioni, ma è l’unica utopia concreta che possiamo permetterci per uscire dalla bolla in cui ci siamo rinchiusi, o quantomeno per indicarci un cammino verso il quale indirizzare, qui e oggi, i nostri migliori sforzi.

Varrebbe la pena di crederci.

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