Redattore

Nicolò Bindi (1991) si è laureato in Filologia Moderna all’Università degli studi di Pisa, discutendo una tesi su “Teoria e pratica del futurismo. Palazzeschi, Marinetti, Soffici”. Interessato principalmente agli aspetti stilistici, metrici e linguistici, sta concentrando le sue ricerche letterarie soprattutto sugli autori delle avanguardie storiche e del modernismo italiano ed europeo. Collabora con diverse associazioni culturali. È docente presso l'Istituto "Francesco Datini" di Prato.

Giacomo Leopardi annota, in data 1o agosto 1821: «L’antico è un principalissimo ingrediente delle sublimi sensazioni, siano materiali, come una prospettiva, una veduta romantica ec. ec. o solamente spirituali ed interiori. Perché ciò? per la tendenza dell’uomo all’infinito. L’antico non è eterno, e quindi non è infinito, ma il concepire che fa l’anima uno spazio di molti secoli, produce una sensazione indefinita, l’idea di un tempo indeterminato, dove l’anima si perde, e sebben sa che vi sono confini, non li discerne, e non sa quali sieno».

La lettura di questo passo non può che far affiorare alla mente del lettore i famosi versi dell’Infinito, risalenti a un paio di anni prima; in particolar modo i seguenti: «e mi sovvien l’eterno/ e le morte stagioni, e la presente / e viva, e il suon di lei». Diversi critici, come Franco Gavazzeni e Maria Maddalena Lombardi pongono giustamente in relazione i due passaggi. A un esame più attento dei testi, però, è forse possibile ravvisare un’anomalia, quasi il principio di un paradosso. Per comprendere, è necessario entrare più profondamente nel pensiero dell’autore.

Per Leopardi, l’eternità non esiste. Tutto ha un inizio e una fine, perciò tutto è destinato a decadere e morire. Una verità di tale portata è talmente tragica che l’uomo, per non impazzire, se ne deve tenere lontano, e lo fa creandosi delle illusioni. L’illusione, per Leopardi, altro non è se non vana speranza di eternità, è effimera credenza che l’infinito esista. Nel periodo in cui il poeta recanatese scrive i versi dell’Infinito e il passo citato dello Zibaldone, la poesia ha ancora  l’eroico compito di creare queste illusioni, questi sollievi. L’infinito stesso altro non è, se non la descrizione minuziosa dell’attimo in cui l’illusione s’impadronisce del poeta, donandogli una tregua menzognera.

Nel processo, giocano un ruolo fondamentale i concetti di tempo e luogo. Per potersi perdere nell’illusione dell’infinito, è necessario smarrirsi a tal punto da non aver più coscienza del dove e del quando un individuo si trova. Nel famoso idillio, è la chiusura della visuale a fornire il pretesto per perdere le coordinate spaziali, ma non solo: un luogo senza alcun punto di riferimento è fondamentale anche per perdere la cognizione del tempo; devono essere completamente assenti, infatti, riferimenti particolari alla contemporaneità, che avrebbero l’effetto di ricordare all’individuo l’hic et nunc.

Per stimolare lo smarrimento temporale, poi, è fondamentale la contemplazione dell’antico, sia esso materiale, sia esso concettuale. A chiarire meglio questo punto, interviene proprio il già citato passo dello Zibaldone. Partendo, appunto, dall’assunto leopardiano che l’eternità non esista, e che l’uomo per rendere più sopportabile la sua vita debba però illudersi del contrario, la contemplazione di un remotissimo passato è ciò che più di ogni altra cosa può far tendere il pensiero verso l’idea d’infinito. Evocare fatti, cose lontane millenni da noi, crea una sensazione di tempo indefinito, in cui è facile smarrirsi.

Il concetto è chiaro, ma sembra nascondere in sé una contraddizione. Perché l’uomo possa davvero perdersi nella contemplazione dell’antico, è necessario, per stessa ammissione del poeta, che non riesca a quantificare veramente la distanza temporale che lo separa da esso. Parimenti, però, il processo evocativo avviene nel presente, e con esso deve legarsi, altrimenti non si avrebbe alcuno smarrimento nei pensieri dell’individuo. In pratica, l’antico, sotto forma di oggetto fisico o di concetto, deve per forza comparire nel presente di colui che contempla, e la sua forza evocativa deve essere talmente forte da poterlo quasi illudere di essere tornato indietro nel tempo. Se la distanza cronologica continuasse razionalmente a sussistere, il senso di indefinito non scatterebbe, e con esso l’illusione dell’eterno. Ecco qui presentarsi il paradosso: l’ampia distanza cronologica innesca un processo che porta il tempo, incredibilmente, ad auto-annullarsi.

Davanti al colle recanatese, a Leopardi sovvengono i tempi antichi («le morte stagioni») e questi sembrano accavallarsi al presente ( «e la presente / e viva, e il suon di lei»). Anche l’uso del verbo “sovvenire” è tutt’altro che casuale: è una evocazione di pensiero più rapida del “rimembrare”, quasi istintiva. Le coordinate temporali si perdono nell’esatto istante in cui presente e passato si accavallano, creando un tempo sospeso che sembra avere il sapore dell’eternità. Nella volontà di esaltare la distanza cronologica, inconsapevolmente Leopardi apre la strada alla sua dissoluzione.

Il poeta sembra così anticipare il concetto di simultaneità temporale tanto caro a molti poeti e studiosi del Novecento. Le riflessioni artistiche scaturite dopo gli studi di Einstein e Bergson non suonano poi tanto distanti da quelle ricavate da questi pochi versi dell’Infinito.

È innegabile che anche in questo frangente Leopardi si dimostri apripista della modernità. Si pensi, ad esempio, a una silloge come il Porto sepolto. Il tema principale delle poesie contenute in questa scarna raccolta è proprio il conflitto tra l’estasi ricavata dallo smarrimento spazio-temporale e l’hic et nunc, rappresentato dalla crudeltà della guerra. Parimenti, anche un autore come Rebora, nei suoi Frammenti lirici, testimonierà un animo diviso tra i dolori della contingenza e l’aspirazione all’eterno; Ardengo Soffici, in Simultaneità. Chimismi lirici annulla le distanze temporali, evocando fatti, cose, oggetti contemporaneamente, anche molto distanti tra loro, creando una sorta di metafisica sospensione cronologica.

Non per questo, però, si deve pensare a un Leopardi “simultaneo” e “modernista”; dei punti in comune sono presenti, ma anche di chiara divergenza. È chiaro che il processo analizzato tenda ad annullare le distanze temporali. Un ostacolo, però, rimane invalicabile: la consapevolezza della morte, della dissoluzione del passato, che per quanto possa emotivamente toccare il poeta, non potrà mai ritornare. Immancabilmente, la ragione ristabilisce le reali distanze cronologiche, facendo tornare in sé il poeta. Si forma così un diaframma invalicabile, propriamente fisico, che non solo porta al disfacimento dell’illusione, ma anche ad amare riflessioni, dovute al confronto con il presente. Siamo ben lontani, quindi, dalla suggestione novecentesca di poter considerare tutte le età dell’uomo contemporaneamente presenti: il tempo non perde la sua linearità, metterla in dubbio vorrebbe dire oltrepassare il concetto di divenire, assolutamente intoccabile nel pensiero di Leopardi. Quello a cui assistiamo è quasi un gioco di prestigio, un miraggio nel mezzo di un deserto: per quanto possa sembrare reale, non è niente di più che un’illusione.

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