Redattore

Nicolò Bindi (1991) si è laureato in Filologia Moderna all’Università degli studi di Pisa, discutendo una tesi su “Teoria e pratica del futurismo. Palazzeschi, Marinetti, Soffici”. Interessato principalmente agli aspetti stilistici, metrici e linguistici, sta concentrando le sue ricerche letterarie soprattutto sugli autori delle avanguardie storiche e del modernismo italiano ed europeo. Collabora con diverse associazioni culturali. È docente presso l'Istituto "Francesco Datini" di Prato.

«La carrière des lettres, et sourtout celle du génie, est plus épineuse que celle de la fortune». Siamo nel 1732, Voltaire ha scritto la seguente frase in una epistola indirizzata ad un giovane di nome Lefebvre, che stava maturando una certa vocazione alla poesia e alla drammaturgia. Complessivamente, la lettera appare come un vero e proprio monito, come un tentativo estremo di far cambiare strada ad un agnello che sta andando dritto nelle fauci del lupo. Voltaire non risparmia critiche alla società letteraria francese, fatta di invidie, raccomandazioni, menefreghismo e, soprattutto, indigenza. Insomma, un mondo da cui stare il più possibile alla larga, a meno che non si incorra nella disgrazia di avere effettivo talento.

Basandoci sulle parole di Voltaire, pare che poco sia cambiato rispetto al XVII secolo: i letterati non riescono a sfruttare economicamente la nascita e l’ampliamento del mercato librario; l’unico mondo che consente di poter vivere della propria arte è quello della drammaturgia, che però è viziato dalla paura dell’insuccesso e dalla rivalità e dall’invidia dei “colleghi”. Di cambiamenti, invece, ce ne sono stati, tanti e di tale portata da non poter essere trascurati.

Il luogo dove questi “mutamenti” avvengono è, tanto per cambiare, la Francia. Nel corso del XVII secolo Richelieu, animato da un mecenatismo non privo di secondi fini, stanzia ingenti somme per finanziare progetti importanti, come la fondazione dell’Académie française tra il 1634 e il 1635. Le cariche dell’Académie diventano subito ambitissime dagli studiosi, sia per il prestigio sociale che danno, sia per la rendita economica che assicurano. Richelieu otteneva, così, un controllo diretto sulla produzione culturale e i letterati potevano finalmente vivere della propria produzione scritta. Non certamente tutti, però: la competizione per entrare in questi enti era altissima, la concorrenza spietata. A peggiorare le cose, l’estrema centralizzazione del potere che fu operata in quegli anni e continuata dal successore di Richelieu, ovvero Mazzarino. Versailles divenne l’unica corte importante su tutto il territorio nazionale, a discapito del gran numero di potentati locali che costellavano il territorio nei secoli precedenti. In una situazione del genere l’unico collante che poteva tenere i letterati “attaccati” a Versailles non poteva che essere il sovrano. Grazie al suo carisma, alla sua autorità, Luigi XIV riuscì a tenere ben salde le redini del potere e della cultura francesi. Al contrario, il suo successore Luigi XV non riuscì, come il Re Sole, a mantenere solido il meccanismo ereditato; ben presto, la forza centripeta della reggia di Versailles si indebolì.

Queste sono le basi per uno degli eventi più importanti della letteratura europea: i poeti e gli scrittori cominciano ad abbandonare la corte. Nel corso del XVIII secolo, l’obiettivo dei letterati in carriera muta da Versailles a Parigi. Nella capitale, d’altronde, avrebbero trovato importanti case editrici, le più famose compagnie teatrali e, soprattutto, i salons. Quest’ultimo punto è particolarmente importante.

Nel corso del secolo, i letterati non furono gli unici ad abbandonare la corte; dopo la morte di Luigi XIV, aristocratici e funzionari cominciarono a trasferirsi a Parigi in numero sempre più elevato, attirati dal fermento cittadino. Uno dei principali passatempi di questi nobili e della ricca borghesia parigina era quello di organizzare ricevimenti nei loro salotti signorili. A questi ricevimenti, spesso venivano invitati filosofi, poeti, drammaturghi perché potessero animare il ricevimento con discussioni di alta cultura.

Per uno scrittore, entrare nel circolo dei salons era importantissimo, principalmente per una questione di fama. Era abbastanza comune, dunque, cercare di venire incontro ai gusti di questa nuova “società” salottiera per potersi assicurare un certo favore. Che differenza corre, dunque, tra il letterato cortigiano e il letterato dei salons? Molto semplice: il secondo non era economicamente legato all’aristocratico o al ricco borghese che lo invitava nel suo salotto. Non era certo raro che alcuni di questi, particolarmente legati ad un certo autore, decidessero di favorirlo economicamente o tramite raccomandazioni, ma non vi era nessun accordo fisso, nessuna “protezione” vitalizia accordata, almeno sulla carta. Questo ha l’effetto di togliere una importante fonte di reddito al letterato.

Quindi, come procurarsi da vivere? Come nei tempi passati, vi era un certo numero di letterati che non aveva alcun bisogno di pensare all’incombenza degli introiti, poiché proveniente da una famiglia facoltosa. Uno degli scrittori-simbolo di questo periodo, Voltaire, fu uno di questi, grazie all’eredità paterna. Alcuni, invece, potevano contare su un piazzamento all’Académie o sul lavoro di drammaturgo, per quanto affermarsi in questi due mondi costituisse un’ardua impresa – come lo stesso Voltaire ricorda. Chi rimaneva fuori da questi “circuiti” e non poteva contare sui beni di famiglia, non poteva far altro che trovare lavori più prosaici per guadagnarsi da vivere. Prendiamo un altro dei personaggi simbolo del secolo: Jean-Jacques Rousseau. Il ginevrino, per quanto godesse della stima dei salotti parigini, per quanto i suoi libri fossero, per l’epoca, dei veri e propri best-seller (si pensi al successo dell’Emilio), non ebbe mai introiti derivanti dalla sua produzione. D’altronde, l’editore teneva per sé tutti i ricavi delle vendite, “pagando” l’autore con un certo numero di copie gratuite dell’opera. Proprio per questo, com’è noto, Rousseau non ebbe una vita molto agiata, e nella seconda parte della sua vita dovette fare molto affidamento su aiuti e lavori trovati all’interno dell’ambiente salottiero di Parigi (come il lavoro da segretario svolto al servizio di madame Dupin).

L’emancipazione dall’ambiente cortigiano porta anche ad altre trasformazioni. Se i poeti di corte, solitamente, tendevano a evitare l’argomento politico, adesso che sono economicamente indipendenti – nel bene o nel male – non sono più obbligati a rendere conto delle proprie idee a nessuno. D’altronde, la libertà di espressione non trovò ostacolo nei nascenti circoli culturali. In un primo momento, infatti, i vari salons mantengono una linea culturale politicamente “innocua”, ma, col passare del tempo, cominciano a mostrare sempre più insofferenza verso il potere centrale, fino ad arrivare ad una aperta ostilità. All’interno dei salotti l’argomento politico viene apprezzato sempre di più; molte volte, anzi, sono proprio le posizioni più aperte e intransigenti, ad avere più successo tra aristocratici e alto-borghesi.

Così l’attualità entra prepotentemente negli interessi degli scrittori, che sentono il bisogno di commentarla in tempo reale. Ecco dunque l’irrompere dei giornali, dei pamphlet e delle vignette satiriche: nasce un nuovo mestiere che può fornire sostentamento agli uomini di lettere, ovvero il mestiere del giornalista. Questo impiego diverrà, nei secoli successivi, una delle principali valvole di sfogo per scrittori e poeti – ancora oggi, d’altronde, è così.

Oltre all’emancipazione dalla corte e al rinnovato interesse per l’attualità, il XVIII secolo offre altri cambiamenti. Non è un evento trascurabile, ad esempio, l’affermarsi della scuola dell’obbligo, che ebbe l’effetto di aumentare, in diverse parti dell’Europa, il tasso di alfabetizzazione. Ciò produsse effetti importanti: il numero dei potenziali lettori aumentava, così come la possibilità di poter diffondere idee. Lo scrittore, dunque, poteva farsi militante: poteva cercare di incidere nel reale tramite romanzi, giornali e pamphlet; poteva, dunque, trovare utilità sociale alla sua figura.

Certo, i pamphlet e l’attività propagandistica non nascono certo in questo contesto. Già nel XVI secolo, nel corso delle battaglie dottrinali tra Ortodossia cattolica e riforma, la pratica del pamphlet satirico era in gran voga. Adesso, però, l’approccio è diverso: non si punta più al semplice screditamento dell’avversario tramite burle grossolane e popolaresche, si vuole piuttosto proporre una visione differente della società, un nuovo modo di pensare. Tutto questo trova ovviamente il suo culmine nella rivoluzione francese. L’evento in sé si dimostra traumatico, però, per diversi di questi letterati. Si prendano i tre maggiori autori illuministi italiani, ovvero Goldoni, Parini e Alfieri.

Il primo, pensionato da Luigi XVI alla corte di Francia, morì in miseria nel 1793 a causa della rivoluzione, il cui governo tolse tutte le pensioni accordate dal re. Il secondo, morendo, auspicò il ritorno degli austriaci a Milano, a sfavore dei francesi che lo avevano deluso. Il terzo, dopo un’iniziale infatuazione per la presa della Bastiglia, si scagliò violentemente contro la rivoluzione, scrivendo un’opera dal titolo eloquente di Misogallo – nella quale è contenuta pure una Apologia di Luigi XVI. L’apertura all’attualità, la volontà di incidere sul reale, non pare che abbiano portato, effettivamente, l’effetto voluto da questi autori, che, nello sconvolgimento e nella violenza di quegli anni, non riuscirono più a riconoscere quegli ideali che loro stessi avevano contribuito a diffondere tramite le loro opere.

La generazione successiva pare aver avuto un rapporto più sereno con la rivoluzione, ma l’immersione nel reale rimase comunque un duro colpo. Si pensi a Foscolo, rivoluzionario convinto, arruolato nell’esercito napoleonico nella campagna d’Italia, il quale, pur tradito da Campoformio,  torna per calcoli personali a servire Napoleone in battaglia. L’altro grande poeta del tempo, Vincenzo Monti, sembra avere un rapporto assai più disinvolto con la politica: rivoluzionario con la rivoluzione, napoleonico con Napoleone, restauratore con la Restaurazione. Questo atteggiamento non è però frutto di confusione politica o di semplice arrivismo, piuttosto di sopravvivenza: in un periodo in cui tutti, anche i poeti, erano costretti a esprimersi politicamente, esprimersi sempre a favore dei vincitori era l’unico modo di essere lasciati in pace. Ben presto, dunque, i poeti scoprono che l’attualità è un inferno, l’idealismo politico un sogno ingenuo. Emancipandosi dalla corte, hanno trovato un nuovo padrone nella contingenza. È in virtù di questo, che proprio questi autori riscoprono il gusto del classico, dunque dell’inattuale; non resta che rifugiarsi in un passato mitico, arcadico, sospeso nel tempo, dove poter scambiare una ghigliottina sanguinante con un allegro flauto di Pan.

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