Luca Tedesco insegna Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre. Dirige le collane "Liberismi italiani" dell’Istituto Bruno Leoni di Torino e "Ulteriori Divergenze" dell’Università degli Studi Roma Tre. È Senior Fellow dell’Istituto Bruno Leoni e membro del Comitato scientifico della Fondazione Luigi Einaudi di Roma.

Commento a
A. Panebianco, La nuova difesa e i vecchi pacifismi, «Corriere della Sera», 21 marzo 2022 (cfr. M.K. Gandhi, Teoria e pratica della non-violenza, RCS quotidiani, Milano 2010, pp. 314, fuori commercio; G. Sofri, Gandhi in Italia, il Mulino, Bologna 1988, pp. 158, fuori commercio).

Sul “Corriere della Sera” del 21 marzo scorso, Angelo Panebianco ha scritto che, nei confronti dell’aggressività nazista, Gandhi rinunciò a proporre la strategia della non-violenza. Il leader indiano, difatti, ha osservato succintamente il politologo bolognese, “comprendeva che contro Hitler servivano gli eserciti”. Non è dato sapere a quali testi di Gandhi Panebianco abbia voluto riferirsi. Certamente non a quelli citati estesamente da Gianni Sofri nel suo Gandhi in Italia o a quelli riprodotti nella raccolta di scritti gandhiani Teoria e pratica della non-violenza, prefata da ultimo da Giorgio Montefoschi.

Negli interventi di Gandhi degli anni Trenta e Quaranta, difatti, non si registrano significative differenze nella valutazione delle varie società occidentali, le cui leadership verranno anzi accomunate nel lapidario e corrosivo giudizio espresso poco prima dell’apertura della Conferenza di San Francisco nell’aprile 1945, quando in un’intervista il teorico del satyagraha ebbe a dire che «i criminali di guerra non andavano ricercati solo entro le potenze dell’Asse. Roosevelt e Churchill non sono meno criminali di guerra di Hitler e Mussolini».

Quel giudizio è evidentemente comprensibile solo alla luce della filosofia non-violenta gandhiana come anche della distanza siderale che intercorreva tra i modelli sociali occidentali e quello propugnato da Gandhi, che si ispirava alla comunità di villaggio indiana, anti-industriale, antistatalista e antiurbana.

Se gli accordi di Monaco del settembre 1938, allora, disonoravano Mussolini e Hitler, non vi era motivo per Gandhi di «biasimare gli statisti inglesi o francesi». Chamberlain, infatti, «non poteva fare niente di più di quello che ha fatto». Difatti, «escluso il ricorso alla guerra, egli si è schierato con tutti i mezzi a sua disposizione a favore della causa della Cecoslovacchia». Ai cecoslovacchi, Gandhi proponeva non di chiedere l’intervento armato di Francia e Gran Bretagna né di «cercare di ottenere la vittoria con uno scontro armato», che si sarebbe risolto in «una bravata», ma di «perire disarmati», rifiutandosi di accettare il disegno hitleriano di ridurre la Cecoslovacchia a Stato “vassallo”.

Il giorno stesso dell’armistizio firmato da Pétain, il 22 giungo 1940, Gandhi scriveva come «gli statisti francesi abbiano dimostrato un raro coraggio piegandosi all’inevitabile e rifiutandosi di rendersi complici di un assurdo massacro». Se tutti gli Stati europei avessero optato per la scelta non-violenta, sarebbero sì stati travolti dalla brutalità tedesca ma perlomeno sarebbe stato infinitamente minore il numero dei caduti in battaglia. «Oso affermare – proseguiva il leader indiano – che in tal caso l’Europa avrebbe visto crescere di parecchi pollici la sua statura morale».

Di fronte poi alla resistenza inglese all’invasione nazista, resistenza che avrebbe rappresentato la prima battuta d’arresto dell’espansionismo hitleriano, la filosofia della non-violenza gandhiana toccò gli accenti più radicali: «vi invito – si legge in un appello del luglio 1940 – a combattere il nazismo senza armi, o, per attenermi alla terminologia militare, con armi non-violente. Abbandonate le armi che impugnate; convincetevi che non possono servire a salvare voi stessi e l’umanità. Invitate Hitler e Mussolini a prendere ciò che vogliono della vostra bella isola, con tutto ciò che di grande e di bello contiene. Darete ai dittatori tutto ciò, ma non darete mai loro i vostri cuori e le vostre menti. Se essi vorranno occupare le vostre case, voi le abbandonerete. Se non vi lasceranno uscire, voi insieme alle vostre donne e ai vostri figli vi lascerete uccidere piuttosto che sottomettervi».

In una lettera inviata a Hitler nel dicembre del 1940, Gandhi condannava poi l’imperialismo inglese non meno di quello nazista («se c’è una differenza, è una differenza di grado») e ribadiva la convinzione dell’efficacia della resistenza non-violenta: «un quinto della razza umana è stato assoggettato alla Gran Bretagna attraverso mezzi che non potrebbero mai trovare una giustificazione. La nostra resistenza a questa oppressione non significa che noi vogliamo male al popolo britannico. Noi cerchiamo di convertirlo, non di batterlo sul campo di battaglia. La nostra rivolta contro il dominio britannico è disarmata. Ma che noi convertiamo o no i britannici, siamo decisi a rendere la loro dominazione impossibile per mezzo della non cooperazione non-violenta. È un metodo invincibile per sua stessa natura. È basato sul fatto che nessun usurpatore può raggiungere i suoi scopi senza un minimo di cooperazione, volontaria o forzata, da parte della vittima. I nostri padroni possono avere le nostre terre e i nostri corpi, ma non le nostre anime».

Per Gandhi, quindi, la disubbidienza non-violenta era non solo superiore moralmente alla resistenza militare ma anche più efficace di questa in quanto, quandanche sul lungo periodo, avrebbe costretto l’aggressore a capitolare, o perché impossibilitato a governare una popolazione totalmente ostile o perché ‘convertito’ da un satyagraha collettivo.

Come seguace della non-violenza – aveva teorizzato Gandhi nell’ottobre 1938 – non devo porre dei limiti alla sua efficacia. Finora Hitler e i suoi simili hanno ricavato dalla loro esperienza la convinzione che l’uomo cede invariabilmente alla forza. Per essi il vedere uomini, donne e bambini inermi che oppongono una resistenza non-violenta senza nutrire alcun rancore per il loro nemici sarebbe un’esperienza del tutto nuova. Chi può arrischiarsi ad affermare che è impossibile che la più potente, la più meravigliosa delle forze abbia effetto su di essi? Essi possiedono un’anima come tutti gli esseri umani.

Ed ancora, alla vigilia di Natale del 1938:

si deve tenere presente che alla violenza che Hitler e Mussolini hanno usato fino a ora si è sempre data una risposta violenta. Nella loro esperienza i due dittatori non si sono mai trovati di fronte una resistenza non-violenta organizzata di una certa consistenza. È dunque non solo molto probabile, ma penso inevitabile, che essi riconoscerebbero la superiorità della resistenza non-violenta rispetto a qualsiasi impiego di violenza che essi sarebbero in grado di attuare.

È assolutamente legittimo ritenere che la proposta non violenta gandhiana fosse impraticabile contro il nazismo, tacciarla anzi di ingenuità e velleitarismo, come considerarla inadeguata anche oggi per respingere la vile aggressione russa all’Ucraina. Meno lecito ci sembra invece inventarsi un Gandhi inesistente per arruolarlo alla causa antiputiniana.

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