Michele Carbè è laureato in Storia e Cultura dei paesi mediterranei presso l'Università degli studi di Catania. I suoi principali ambiti di studio sono la Storia contemporanea e la Storia delle dottrine politiche.

Recensione a
A. de Benoist, Critica del liberalismo. La società non è un mercato
Arianna Editrice, Bologna 2019, pp. 286, €23,50.

Finché do diritto agli altri di fare altrettanto, ho il diritto di fare di me stesso tutto ciò che mi va (drogarmi, vendere i miei organi, affittare il mio utero, lavorare la domenica, disertare totalmente i miei figli…) (p. 14).

Questo è l’assunto principale che delinea il liberalismo d’oggi, una serie di libertà “negative” o “diritti” civili che costituiscono un vero e proprio totem della società occidentale. Oggi è possibile  una critica a questo modo imperante di pensare? Oggi è possibile una critica del liberalismo?

Lo fa, in modo organico e sistemico e non senza attirare su di sé il biasimo del mondo accademico e giornalistico, il saggista e filosofo francese Alain de Benoist. La teoria politica liberale è la più antica fra le ideologie che hanno attraversato il Novecento e allo stesso tempo è l’unica superstite dalle macerie ideologiche del 1989. Il pensatore francese non è nuovo a segnalare le distorsione dell’unico sistema politico ed economico contemplato dalle democrazie occidentali.

Nel suo recente La Critica del Liberalismo, la società non è un mercato, tradotto e pubblicato in Italia da Arianna editrice, egli inizialmente ripercorre le tappe che dal primo cristianesimo hanno portato l’uomo a una dimensione solamente individuale e mondana abbandonando ogni forma di collettività e dimensione spirituale. Una progressiva mondanizzazione di ogni aspetto del vivere umano che per de Benoist si è sviluppato in varie tappe della storia dell’umanità: il cristianesimo come religione dell’impero, il disgregarsi della civiltà organica medievale per mezzo del  mercantilismo, la fine della società olistica con la Riforma, la rivoluzione industriale ed infine il capitalismo finanziario.

Due sono le caratteristiche principali che delineano la dottrina del liberalismo:

Da un lato il liberalismo è una dottrina economica che tende a fare del modello di mercato autoregolato il paradigma di tutti i rapporti sociali… dall’altro il liberalismo è una dottrina che si fonda su un’antropologia di tipo individualista, ossia che riposa su una concezione dell’uomo come essere non fondamentalmente sociale (p. 46).

Una filosofia, quella liberale, che non è l’ideologia della libertà ma che mette la libertà a servizio del singolo individuo. Del resto, già John Stuart Mill definiva il liberalismo come la dottrina «che è favorevole all’idea di permettere a ogni uomo di essere la propria guida e il proprio sovrano» (p. 15).

La “rivoluzione” liberale consiste sostanzialmente in un vero e proprio capovolgimento antropologico, che vede l’uomo trasformarsi in individuo incline all’utilitarismo e che ritiene le libertà individuali le uniche che possono essere normate e vissute nella società postmoderna. Non è più una libertà dell’essere ma una libertà dell’avere, una libertà del possedere. Lo scambio commerciale nella società post-moderna (una volta era soltanto una delle attività umane) si erige a fondamento stesso della società civile, completando l’evoluzione (o involuzione) antropologica uomo – individuo – Homo oeconomicus.

Tutto, in questa società-mercato, ha un valore economico, ogni cosa può essere mercanteggiata, la società liberale non è altro che il luogo degli scambi utilitari. Ogni singolo agire umano è teso verso un egoismo del profitto economico, ogni uomo è un consumatore che può acquistare ogni cosa, ogni azione dell’individuo ha lo scopo di perseguire il proprio interesse.

Il liberalismo è un’ideologia eterogenea che trascende le categorie politiche di destra e sinistra, contando nelle sue schiere, nel corso dei secoli, numerosi autori. Uno tra quelli notevoli d’attenzione è sicuramente Hayek, l’originalità e contraddittorietà del suo pensiero sta nel fatto che da una spiegazione del domino globale del liberalismo in termini evoluzionistici. Un vero e proprio darwinismo sociale che si concretizza con l’avvento del liberalismo come ideologia dominante del mondo intero o perlomeno di quello occidentale. Hayek mette, da una parte, le società primitive dominate da un ordine tribale, in cui l’istinto determina i rapporti umani essenzialmente formati da un vincolo di solidarietà e da un altruismo che caratterizza l’intero gruppo.

Dall’altra parte, con l’evoluzione sociale e con il passare dei secoli la grande società (molto simile alla società aperta di Popper) nata dall’usura dei legami personali ed evoluta nel successo di strutture sociali impersonali. La società moderna di Hayek nasce da un ordine spontaneo da un’evoluzione che non ha nulla a che vedere con la natura o l’artificio. Essa appare così come il risultato dell’evoluzione di una società che ha consacrato la libertà individuale come principio normativo assoluto.

il nuovo capitalismo reclama dunque statutariamente una totale liberà di manovra… così si affranca da ogni regola, tranne quella del profitto immediato (p. 230).

 Nel libro un intero capitolo è dedicato alla descrizione della terza età del capitalismo. L’astrazione della produzione, ottenuta grazie al processo tecnologico, oggi ha consentito il passaggio dal commercio di prodotti industriali al commercio dei prodotti finanziari. I gruppi meglio valorizzati nelle borse del pianeta sono quasi tutti giganti della tecnologia informatica (Apple, Amazon, Microsoft). Se il capitalismo delle epoche precedenti (il capitalismo borghese dei pionieri, quello della produzione di massa degli anni Trenta) aveva una valenza nazionale, adesso nella sua età adulta, esso non conosce confini, non ha barriere. I manager, i giganti del web, le multinazionali, organi come Bce, Bm, l’Ocse sono degli apolidi con autonomia statuaria che non hanno vincoli con le comunità nazionali e agiscono in modo da de-costruire ogni sorta di sovranità nazionale.

Un lavoratore precario, soprattutto se indebitato, non assumerà il rischio di impegnarsi in una contestazione sociale o in un’azione di solidarietà (p. 267).

La post-modernità viene vissuta dal lavoratore come una ricerca continua di un’occupazione, generatrice di una dipendenza che erode ogni di socialità. Il lavoro nel corso dei secoli ha avuto una valenza religiosa, le capacità del mercante, le abilità dell’artigiano erano suo stesso il valore intrinseco di libertà.

A partire dalle prime forme di industrializzazione il lavoro autonomo viene man mano soppiantato dal lavoro salariale, un operaio salariato senza specifiche abilità nella sua mansione diventa facilmente interscambiabile come qualsiasi pezzo della  macchina con cui lavora in fabbrica. In Critica del liberalismo viene segnalato come nel mondo capistalistico-liberale e iper-tecnologico il processo di automazione/astrazione del lavoro e della conseguente precarietà del lavoratore sia uno dei fini del processo della rivoluzione liberale. Libertà negative, sviluppo tecnologico, mondializzazione dei mercati finanziari creano, per de Benoist, un Leviatano generatore di egoismo utilitarista, disuguaglianze, precariato e povertà, un mostro che distrugge ogni residuo senso d’appartenenza ad una comunità, ogni tipo di identità collettiva e di ribellione al sistema costituto.

Il libro, in conclusione, articolandone lo sviluppo e la genesi, mette in risalto i lati oscuri della teoria filosofica liberale, rendendo possibile ed attuale una Critica del liberalismo, superando ogni prevedibile accusa di un anacronismo intellettuale.

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